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Se all'Università Cattolica sbarca il collettivo Lgbt

Nell'ateneo fondato da padre Agostino Gemelli è nata un'associazione studentesca che chiede di essere riconosciuta ufficialmente dal rettore, con annessi finanziamenti per le proprie iniziative. Il suo nome? LGBCatT, una sigla che assomiglia a un ossimoro. Il nuovo collettivo arcobaleno veicola infatti l'ideologia da gay pride, incompatibile con il cattolicesimo e che già san Giovanni Paolo II definiva "un'offesa ai valori cristiani".

Giugno, si sa, è il mese del Sacro Cuore: culto che nella storia non di rado è stato legato al tema della Regalità di Cristo. Gli “addetti ai lavori” ben conoscono l’importanza a proposito di figure come padre Agostino Gemelli e la beata Armida Barelli accanto a Pio XI, il papa della Quas primas.

Chissà cosa direbbe padre Gemelli, fondatore di quell’ateneo dei cattolici italiani che al Sacro Cuore proprio è intitolato, nel vedere in queste ultime settimane la nascita di una nuova associazione studentesca, che si propone come prima tappa nientemeno che il riconoscimento ufficiale da parte del rettore, con annessi finanziamenti per le proprie iniziative. Si tratta forse di un pio sodalizio, magari per ripristinare quella Messa nella forma straordinaria da anni ormai sospesa? O magari questa nuova organizzazione si propone di approfondire qualche oscuro e arcano aspetto teologico? Che sia un nuovo gruppo di studio sulla Dottrina Sociale della Chiesa magari per favorire il tema dell’inclusione, che va ora così di moda? No, stia tranquillo il lettore: nulla di tutto questo.

Si tratta, molto più semplicemente, di LGBCatT (nella foto un'immagine del gruppo su Facebook), sigla che indica l’«aspirante collettivo LGBT+ dell’Università Cattolica del Sacro Cuore». Scopo di quello che, più che a un acronimo, assomiglia a un ossimoro è di promuovere «l’uguaglianza e il rispetto di tutte le identità sessuali e di genere presenti nella nostra Università», creando «uno spazio sicuro per chiunque si identifichi nella comunità LGBTQ+ offrendo un contesto di mutuo supporto e di libera espressione» e promuovendo «iniziative al fine di aumentare la consapevolezza su tematiche quali identità di genere, orientamento sessuale e la storia della comunità LGBT+». Il tutto «nel pieno rispetto del credo cattolico proprio dell’Università».

Insomma, l’aspirante collettivo spera di poter costruire «un dialogo tra Chiesa e comunità LGBT+». La domanda sorge tuttavia spontanea: quale Chiesa? Quale comunità Lgbt+? Per Chiesa cattolica i responsabili del futuro collettivo intendono quella di padre James Martin - passato dal predicare il mese di giugno dedicato al Sacro Cuore, per il cui culto i suoi confratelli gesuiti tanto fecero, all’augurare buon Pride Month in onore dei vari pride estivi - o quella di papa Francesco? Forse è piuttosto quella del papa, al quale nel volantino del gruppo sovrabbondano i riferimenti. Ovviamente non poteva mancare la citazione della frase forse più famosa di Francesco: «Se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla». Che «messaggio di tolleranza» (così nel volantino del collettivo) ci viene dunque dal papa!

Bene, ma andiamo avanti a leggere cosa disse Bergoglio nell’intervista citata: «Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo». Infatti, nel famoso viaggio di ritorno dal Brasile, Francesco si espresse molto chiaramente. Rispondendo a Patricia Zorzan, egli disse: «I giovani sanno perfettamente qual è la posizione della Chiesa!»; e alla giornalista che lo incalzava, affinché precisasse quale fosse la propria posizione, Francesco replicò: «Quella della Chiesa. Sono figlio della Chiesa!». Il papa dunque è figlio della Chiesa e, almeno su questa tematica, la pensa come la Chiesa. Essendoci all'Università Cattolica i corsi di introduzione alla teologia, credo di essere esente da una trattazione al riguardo: rimando semplicemente al Catechismo della Chiesa Cattolica.

Risolta così la prima domanda, cerchiamo di rispondere anche alla seconda questione: quale comunità Lgbt+? Ebbene, qui la questione pare essere più semplice da risolvere: basta fare un giro sui social del futuro collettivo. Chi non avesse impegni per il prossimo 29 giugno troverà infatti un volantino interessante: «Sei uno studente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e hai a cuore i diritti Lgbt+? Marcia con noi!». Spiace deludere i lettori. Non si tratta infatti di un invito a un pellegrinaggio sulle tombe di Pietro e Paolo, in onore della loro solennità, ma a partecipare tutti insieme alla sfilata del gay pride di Milano.

Emerge dunque chiaramente quale sia il riferimento dell’associazione, che - ricordiamo - chiederà l’approvazione ufficiale dell’Università Cattolica: quella stessa ideologia che annualmente organizza la manifestazione definita da san Giovanni Paolo II «offesa ai valori cristiani di una Città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo». Il riferimento era ovviamente a Roma, ma non si vede perché non possa valere anche per l’ateneo dei cattolici italiani, concorrente ambrosiano dell’Università Statale dove anni fa vennero pubblicizzati incontri, organizzati da un collettivo sempre Lgbt, con volantini raffiguranti Benedetto XVI truccato da drag queen.

Non si vuole negare qui la libertà di associarsi secondo i propri interessi. Non si vede però perché un’università cattolica, che dai cattolici riceve offerte per le proprie iniziative, debba in futuro non solo approvare ufficialmente un collettivo omosessuale, ma anche finanziarne le iniziative. Del resto è la costituzione apostolica Ex Corde Ecclesiae, che regge le università cattoliche, ad affermare con forza: «L’insegnamento cattolico e la disciplina cattolica devono influire su tutte le attività dell’Università, mentre deve essere pienamente rispettata la libertà della coscienza di ciascuna persona. Ogni atto ufficiale dell’Università deve essere in accordo con la sua identità cattolica».

Occorrerà forse una particolare verifica sulla richiesta del collettivo, per verificare se il suo obiettivo sia di difendere le persone con tendenze omosessuali da ingiuste discriminazioni, o un altro. Mi permetto un’ultima citazione, sempre di san Giovanni Paolo II, dall'Angelus del 20 febbraio 1994: «Su questo anche la Chiesa è d’accordo, anzi lo approva, lo fa suo, giacché ogni persona umana è degna di rispetto. Ciò che non è moralmente ammissibile è l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale (cfr. Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 95). Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione (cfr. Gv 8, 1-11), ma le ha detto al tempo stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”».