• IL GIORNALISTA SCOMPARSO

Riad voleva Khashoggi morto e nessuno lo ha difeso

Jamal Khashoggi era un giornalista saudita fra i più influenti e rispettati. Consigliere di principi, amico della corte reale, è caduto in disgrazia quando ha rotto con il nuovo corso del principe Mohammad bin Salman, l’uomo forte di Riad. Vicino ai Fratelli Musulmani, è scomparso, quasi certamente ucciso, nel consolato saudita di Istanbul.

Istanbul, la protesta di fronte al consolato saudita

Jamal Khashoggi era un giornalista saudita fra i più influenti e rispettati. Consigliere di principi, amico della corte reale, è caduto in disgrazia quando ha rotto con il nuovo corso del principe Mohammad bin Salman, l’uomo forte di Riad. La rottura si è consumata con il suo esilio volontario negli Stati Uniti. Ha anche divorziato dalla moglie e stava per sposarsi con una giovane donna turca, Hatice Cengiz. Per completare le pratiche del divorzio si è dovuto recare nella sede del consolato saudita a Istanbul, il 2 ottobre. Da quella porta non è più uscito. I turchi affermano di avere le prove del suo omicidio e dell’occultamento del suo cadavere. Il caso Khashoggi è rivelatore della lotta fra due famiglie dell’islam sunnita, una guerra trasversale fatta anche di intrighi e delitti.

Jamal Khashoggi, che oggi viene descritto come giornalista dissidente, non lo era fino a tempi recentissimi. Era, appunto, uno dei più rispettati giornalisti sauditi e fino al 2016, secondo quanto ha detto lui stesso in un’intervista rilasciata al Wall Street Journal, non avrebbe neppure mai pensato di dover lasciare la sua terra. Nato nel 1958, apparteneva alla stessa generazione di giovani sauditi che si sono fatti le ossa con la guerra contro i sovietici in Afghanistan (quella del 1979-1989). Mentre molti suoi coetanei hanno partecipato alla guerriglia, lui ha preferito seguire il conflitto da reporter. È diventato celebre per aver intervistato Osama bin Laden, rampollo di una famiglia nobile saudita allora impegnato nella raccolta di fondi e di armi per i mujaheddin afgani. Nel decennio successivo sappiamo, col senno di poi, cosa sarebbe diventato. Nel 1990, allo scoppio della crisi del Golfo, è inviato per al Hayat. La sua prima direzione è del 2003: prende le redini di al Watan. È consigliere del principe Turki al Faisal, capo dell’intelligence saudita negli anni critici delle guerre in Afghanistan e in Iraq. È amico e protetto anche dal principe Waleed bin Talal, che nel 2010 lo nomina direttore del canale all news al Arab News. Insomma, uno dei giornalisti più influenti dell’Arabia Saudita.

La crisi fra Khashoggi e l’establishment di cui fa parte inizia seriamente nel 2013, quando critica l’impiego di eserciti di lavoratori stranieri a basso costo, praticamente schiavi, per i lavori edili. Nel 2014 contesta la censura del conduttore di un talk show per un’intervista delicata a un dottore della legge coranica. Nel 2015, per essere più libero, lancia al Arab News nel vicino Bahrein, sostenendo la necessità di un canale all news realmente indipendente. Ma ancora si sente parte dell’Arabia Saudita. La decisione di emigrare matura nel 2017, per divergenze sull’alleanza personale fra il nuovo “uomo forte” saudita, Mohammad bin Salman e il nuovo presidente statunitense Donald Trump. Khashoggi è fortemente critico nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca e della sua politica conservatrice nel Medio Oriente. La rottura si completa quando l’Arabia Saudita impone le sanzioni al Qatar, protettore dei Fratelli Musulmani. Khashoggi, che è un loro aperto sostenitore realizza che è il momento di abbandonare il regno, dove non si sente più al sicuro. Ripara negli Stati Uniti, dove viene accolto a braccia aperte dal liberal Washington Post, in veste di editorialista. Dall'Arabia Saudita arrivano sia inviti a tornare in patria e contribuire al nuovo corso della monarchia, sia minacce esplicite. In marzo riceva via Twitter l'avvertimento che "farà una fine molto dolorosa".

Khashoggi perseguiva due obiettivi che in Occidente riteniamo incompatibili fra loro: la democrazia (e con essa anche le libertà civili) e l'azione politica della Fratellanza Musulmana, l’organizzazione che più di ogni altra e da più tempo diffonde l’ideale e la pratica dell’islam politico radicale. È la stessa confusione che ha tratto tutti in inganno durante le primavere arabe del 2011. Negli editoriali del giornalista saudita, per esempio, leggiamo l’elogio alle donne saudite che sfidano l’autorità guidando un'auto e il riconoscimento di questa loro libertà da parte del principe bin Salman. Ma al tempo stesso troviamo anche il sostegno alla Fratellanza Musulmana e all’islam politico, che Khashoggi considerava come un elemento imprescindibile della democrazia, ma che ha sempre negato tutti i diritti alle donne, tanto per fare un esempio. Prima di partire per il suo ultimo viaggio stava mettendo in piedi un’organizzazione per la promozione della democrazia nel mondo arabo. In un editoriale del 28 agosto prima di scomparire aveva condannato la guerra dichiarata dai sauditi contro i Fratelli Musulmani: «Lo sradicamento dei Fratelli Musulmani è nient’altro che l’abolizione della democrazia e la garanzia che gli arabi continueranno a vivere sotto l’autoritarismo e sotto regimi corrotti. Non ci può essere alcuna riforma politica, né la democrazia in nessun paese arabo senza accettare che l’islam politico è parte di essa».

Il discorso, apparentemente incomprensibile, è in realtà coerente al suo interno. I Fratelli Musulmani hanno sempre mirato alla presa del potere democratica, attraverso la creazione di una rete assistenziale e la conquista delle “cittadelle della cultura”. Fuor di metafora: attraverso il condizionamento delle masse, l’indottrinamento delle nuove generazioni, l’islamizzazione della maggioranza. Per questo, come abbiamo visto in Egitto dal 2011 al 2013, l’affermazione della democrazia e delle prime libere elezioni è coincisa con la notte della libertà, a partire dalla libertà di religione. La corte saudita, in ogni caso, non perseguita i Fratelli Musulmani in difesa della libertà. Fa loro la guerra, ovunque nel mondo arabo, perché li teme come forza sovversiva in grado di minacciare la monarchia assoluta dei Saud. Ed è una guerra scoppiata di recente. Se un simpatizzante esplicito della Fratellanza Musulmana quale era Khashoggi, ha potuto fare carriera, era perché quelle idee e quei programmi facevano comodo. Solo dopo le primavere arabe, soprattutto dopo la crisi del presidente Morsi in Egitto scacciato da al Sisi nel 2013 (appoggiato dai sauditi), l’Arabia Saudita ha iniziato ad attivarsi contro i Fratelli Musulmani. E dal 2017 ha trovato in Trump l’alleato ideale per combattere la sua guerra interna all’islam sunnita.

La scomparsa di Khashoggi è l’ultimo episodio di questa guerra sotterranea, mai dichiarata. E imbarazza tutti. Gli americani sono accusati di non aver fatto abbastanza per proteggere un giornalista dissidente rifugiato nel loro territorio. I turchi di aver permesso che un giornalista straniero venisse ucciso in un consolato saudita a Istanbul. E non un giornalista qualunque: Khashoggi conosceva bene Erdogan, personalmente. Il giornalista saudita, prima di partire per il suo ultimo viaggio, si diceva più sicuro in Turchia che negli stessi Stati Uniti. La monarchia saudita è tornata ad essere nel mirino, perché ha mostrato quale sia il suo vero volto, visto che le accuse nei suoi confronti sono sempre più circostanziate e dettagliate (i turchi dichiarano di aver anche una registrazione audio degli ultimi momenti di vita del giornalista all’interno del consolato). L’immagine del principe modernizzatore e riformatore Mohammad bin Salman, amico dell’occidente, è incrinata: ora appare come un satrapo che uccide i suoi oppositori anche all’estero. Ma al tempo stesso pare che nessuno voglia prendere provvedimenti drastici. I turchi trattengono la pubblicazione delle prove di cui parlano da giorni e sembra che vogliano mantenere la crisi diplomatica sotto controllo. Gli Usa non annunciano sanzioni contro l’Arabia Saudita: “farebbero perdere posti di lavoro”, ha dichiarato Donald Trump intervistato a 60 minutes. Tutti paiono chiedersi: morire per Khashoggi? Per poi rispondere con un chiaro e secco “no”.