• I DATI ISTAT

Recessione demografica, peggio che la Grande guerra

I dati Istat confermano un fenomeno allarmante: quello della «recessione demografica», termine che eravamo soliti sentire con riferimento all’ambito economico. È un’Italia che si sta spopolando. Eppure il 95% degli italiani considera la famiglia un progetto valido. Il rilancio può avvenire solo culturalmente. 

Il presidente Istat Blangiardo presenta i dati 2019 al Senato

Al di là dei dati economici e occupazionali, ciò che più colpisce delle 300 pagine del Rapporto annuale 2019 dell'Istat, presentato ieri dal presidente Gian Carlo Blangiardo, sono le prospettive demografiche del nostro Paese. Prospettive per modo di dire, verrebbe con amara ironia da osservare, dal momento che questi dati non fanno che confermare un fenomeno allarmante: quello della «recessione demografica». Sì, «recessione», un termine che eravamo soliti sentire con riferimento all’ambito economico, ormai è quello ritenuto più adatto per spiegare l’andamento demografico di un’Italia che, per farla breve, si sta spopolando. E non da ora.

Infatti, la «recessione demografica» risulta rilevata già dal 2015 in modo significativo. Eppure, ci dice l’Istat, non tarda a rallentare, facendo registrare «un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d'Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918». Tanto è vero che a pagina 123 del rapporto è presente una sconvolgente tabella che in buona sostanza mette a confronto il triennio 1915-1918 con quello con quello 2016-2019.

Il problema è che nel Novecento, in quegli anni, il nostro Paese era stato flagellato dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell'epidemia di "Spagnola", mentre oggi nulla di simile, apparentemente, sembra verificarsi. Diciamo apparentemente perché in realtà, numeri alla mano, tra un secolo fa e oggi la tendenza demografica appare, come si è poc’anzi detto, tremendamente simile al punto dall’essere perfino sovrapponibile. Con una grossa differenza: la «recessione demografica» di 100 anni fa era determinata da cause eccezionali - quelle ricordate -, mentre quella odierna risulta tendenziale. E dura da decenni. In modo grave perlomeno dal 1993, primo anno dal dopoguerra in cui la differenza tra nascite e decessi è stata negativa, con il Paese che ha sempre manifestato, con rare eccezioni, una dinamica naturale in deficit. 

Un deficit, quello di cui stiamo parlando, determinato da una riduzione costante delle nascite - dalle 576.000 nel 2008 alle circa 450.000 nel 2018 - riduzione a cui si è accompagnato, come se non bastasse, un continuo aumento di decessi legati al continuo invecchiamento della popolazione, aumento che nel 2017 ha toccato il suo apice con 649.000 morti. 

Completa questo cupo quadro una sottolineatura che l’Istat pone in evidenza, ossia il fatto che l’immigrazione, spesso invocata come panacea di tutti i mali da un certo mondo cattolico, non possa porre rimedio a tutto ciò. Per due motivi. Il primo è che nel nostro Paese gli immigrati arrivano in numero crescente da decenni, senza che ciò, demograficamente parlando, abbia determinato alcuna inversione di tendenza; il secondo consiste nel fatto che l’effetto che pur intensi flussi migratori hanno finora avuto è solo stato quello di attutire la denatalità. Decisamente troppo poco.

L’Italia ha dunque ancora qualche speranza o è destinata a estinguersi? È una domanda di certo scomoda ma, a questo punto, non più evitabile. Diciamo che ci sono dati che, in aggiunta a quelli già esposti, fanno immaginare che la nostra penisola potrebbe un giorno non così lontano davvero trovarsi in crisi, primo fra tutti quello secondo cui il 45% delle donne tra i 18 e i 49 anni non ha ancora avuto figli. Accanto a questo numero spaventoso, c’è però ancora, tra le pieghe delle statistiche Istat, qualcosa che fa sperare. Ci riferiamo a quella parte di italiani che dichiara che l’avere figli non rientra nel loro progetto di vita. Sono meno del 5%.

Questo significa che oltre il 95% del popolo italiano, sia pure con sfumature differenti, considera la realizzazione di una famiglia come un progetto valido. Ed è da questo numero, da questo 95%, che occorre ripartire. Come? 

Anzitutto rilanciando la famiglia come modello culturale, senza aspettarsi troppo da aiuti economici e bonus che pure sarebbe ora che le istituzioni iniziassero a stanziare alle giovani coppie. Ieri ad esempio il ministro della Famiglia, commentando i dati Istat, ha ribadito la volontà di presentare a breve una riforma completa dell'assegno familiare. Ma la «recessione demografica» non è dovuta a quella economica, occorre tenerlo ben presente. Perché il problema, urge ripeterlo, è culturale e ancor prima spirituale e origina da un’Italia che non ha fiducia nel futuro perché ha smesso, da tempo purtroppo, di avere fede. Tanto è vero che le famiglie più numerose sono, come i sociologi sanno da tempo, quelle più religiose. Ora, sapranno i cattolici e ancor prima i loro pastori evidenziare questa verità fondamentale? Il futuro del nostro Paese è nelle loro mani o, meglio, nei loro cuori.