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Radicali in basilica. Sepe ci evita, ma c'è un popolo

Il cardinale Sepe non è ancora intervenuto pubblicamente sul congresso del Partito Radicale nella Basilica di San Giovanni e evita di parlare con la Bussola. Nel frattempo arrivano centinaia di messaggi di sostegno al parroco che vuole ripristinare esclusivamente il culto in basilica. Il dramma di una Chiesa di fedeli appassionati e di un pastore in silenzio per non dispiacere interessi privati e mondani. 
-UN FIUME DI LETTORI CON DON SALVATORE

Un forte contrasto sta animando in queste ore l’annosa vicenda della basilica di San Giovanni Maggiore e del congresso dei Radicali a Napoli. 

Da un lato le centinaia di e-mail e post di incoraggiamento al parroco don Salvatore Giuliano arrivate alla Nuova BQ da quando ha lanciato l’appello a sostenere il sacerdote che non vuole concedere la chiesa alla Rosa nel pugno perpetrando la più scandalosa delle profanazioni. 

Dall’altro il silenzio assordante della Chiesa di Napoli che non ha ancora deciso pubblicamente il da farsi. Cancellare il congresso o fare finta di niente? Oppure più nascostamente cancellare il congresso ma non mettendoci la faccia e continuare come si è sempre fatto? Con gli eventi, con le mostre, i concerti, gli scandali? I sacrilegi?

Dalle parole dei lettori pervenuteci in redazione si nota che c’è un popolo maturo, che teme Dio, che è divorato dallo zelo per la sua casa, che ci mette la faccia per ribadire ciò che anni di pressapochismo pastorale hanno derubircato ormai a vuoto ideale: la casa di Dio solo per pregare e per nient’altro perché nient’altro era la volontà di chi, i nostri progenitori, con sacrifico hanno costruito quando hanno eretto quelle chiese. Perché nient’altro è ciò per cui un luogo di culto è destinato ad essere.  

Dall’altro lato emerge l’immagine triste e solitaria di un pastore che ha abbandonato le sue pecore, al cui odore preferisce l’eau de toilette del pensiero mondano e che si mette paura nel dispiacere il partito Radicale, compagine svuotata di elettori, ma ancora forte nel pensiero debole della nostra contemporaneità della quale ha orientato ideologicamente le istanze e gli approdi: aborto, eutanasia, spinello libero. Solo per queste tre battaglie basterebbe fermarli alla porta dicendo loro: non vi conosco. 

Paura, opportunità, promesse alla Fondazione che reclama, contratto alla mano, il diritto di usare di quella chiesa a piacimento non secondo il volere dell’unico padrone di casa, che non è il cardinale Crescezio Sepe, ma è l’unico Signore al quale tutti dovrebbero inchinarsi.

Ma anche il disprezzo per gli altri. Nel corso della giornata di ieri il cellulare del portavoce del vescovo di Napoli ha squillato molto. Ma a vuoto. Si cercava una presa di posizione ufficiale su una vicenda scandalosa. Che non è arrivata. Ci si è accontentati di un articolo del Corriere del Mezzogiorno che, facendo parlare il presidente della Fondazione degli Ingegneri, Luigi Vinci, accennava al fatto che in realtà la curia avrebbe già detto no e che quindi i Radicali dovranno cercarsi un’altra sede per il loro congresso.

Non è così che ci si comporta. Con i fedeli, con i giornalisti, con l’opinione pubblica. Se i Radicali dovranno andare a cercarsi un’altra sede è dal vescovo Sepe che dobbiamo venire a saperlo, non per interposta persona. Perché è ai fedeli, ai giornalisti e all’opinione pubblica che Sepe deve dare una spiegazione sul perché una chiesa invece di essere dedicata al culto deve essere umiliata come contenitore a uso e consumo di business più o meno pelosi. 

Ed è ai fedeli che Sepe deve spiegare e giustificare come intenderà proseguire la collaborazione con la Fondazione che incontrerà domani mattina insieme a un sacerdote che ha già detto di non volere una coabitazione forzata con chi usa la chiesa di volta in volta come teatro o sala polivalente e non come luogo santo nel quale si ripete il mistero della nuova creazione attraverso il sacrificio della croce. Possibile che non ci sia più nessuno ai piani alti della Chiesa napoletana che non riesca più a percepire la abissale distanza, l’immensa inappropriatezza segnata dalla coabitazione scriteriata in un unico edificio del sacrificio incruento dell’altare con il vuoto e misero belare umano travestito di utilità sociale?