• REFERENDUM COSTITUZIONALE

Questa riforma metterà fine alla sussidiarietà

La mia propensione per un giudizio negativo circa la riforma costituzionale proposta si fonda su alcuni punti irrinunciabili, come il no al centralismo statale e la fine del principio della sussidiarietà. Entrambe le cose sono conseguenza della riforma Boschi- Renzi: per questo voterò “No” al referendum.

Schede per il referendum

Caro direttore,

il premier boy scout, nel pentirsi pubblicamente di essere stato lui a “personalizzare” il referendum costituzionale, ha chiesto a tutti di approfondire il contenuto della proposta di riforma. Da buon cittadino, ho seguito il consiglio ed ho studiato attentamente, in questi giorni di vacanza, il testo proposto all’approvazione e posso dire, a caldo, che si sta rafforzando la mia intenzione di votare “No”, pur avendo presente che non tutti coloro che voteranno in questo modo godono della mia simpatia. 

Comunque, penso che voterò “No” per le mie ragioni e non per quelle di questi “antipatici” (non capisco l’insistenza del Foglio su questo punto). La mia propensione per un giudizio negativo circa la riforma proposta è stata accentuata, a dire il vero, dalle parole della ministra Boschi, anche se la cosa può apparire paradossale. Infatti, forse a causa del nervosismo in materia di referendum che sta contagiando il governo, la ministra per le Riforme, in questi ultimi giorni, sta intervenendo con parole così infelici, da renderla sempre più incredibile. Faccio due esempi.

La Boschi ha detto che ci troviamo di fronte ad una “riforma storica”. Questa espressione indica la prosopopea con cui la maggioranza si sta rivolgendo al popolo che dovrà votare (quando il governo vorrà, bontà sua). Se, però, si vuole forzatamente definire “storica” questa riforma, essa  lo è non certo per la parziale eliminazione del bicameralismo perfetto (Renzi usa solo frasi retoriche in proposito), ma per la reintroduzione nel nostro sistema istituzionale di un preoccupante centralismo statale. Ciò avviene tramite l’enorme indebolimento della funzione legislativa delle Regioni, con l’aggravante che viene attribuito allo Stato un potere sostitutivo nei confronti di iniziative legislative regionali che vengano ritenute contrarie all’indirizzo politico dello Stato stesso. 

Inoltre, vengono abolite le Province, ma non le Prefetture, che sono, appunto, l’espressione del più rigoroso centralismo di origine napoleonica. In questo contesto, vengono messi in secondo piano i corpi intermedi sociali, in contrasto con l’articolo 2 della costituzione. Soprattutto i cattolici dovrebbero rendersi conto che così passa in secondo piano il principio della sussidiarietà, che è un pilastro della dottrina sociale della Chiesa. Insisto nel dire che questo è il vero punto centrale della riforma proposta. Non a caso Renzi&Boschi non ne parlano mai, perché è per loro più comodo e demagogico parlare solo del Senato e delle (risibili) diminuzioni dei costi della politica. La mia preoccupazione aumenta se penso che andremmo al voto con “l’Italicum”, che attribuirà poteri immensi ad un solo partito (anche solo con il 20/25% dei voti popolari). 

Avremmo un governo incontrollabile. Possiamo stare tranquilli? Ancora, la Boschi ha pronunciato parole addirittura più gravi, democraticamente parlando, quando ha detto che chi vota “No” non rispetta il lavoro del Parlamento. Evidentemente, l’arroganza della ministra la porta a non operare più alcuna distinzione tra un referendum ed un plebiscito. Con il primo, il popolo è chiamato a esprimere la sua sovrana volontà; con il secondo, il potere di turno non fa che chiedere conferma delle decisioni prese da pochi (in questi giorni, Erdogan docet, ma nella storia ci sono tantissimi altri esempi). Considero addirittura inquietane la frase della ministra, perché indica l’animus con cui, in prospettiva, il governo vorrebbe guidarci . Il popolo dovrebbe solo obbedire. Anche a fronte di questa palese arroganza in atto, alcuni sostengono che, comunque, è meglio che una riforma avvenga, piuttosto che continuare come sempre.

Caro direttore, vorrei dire che non ogni riforma è buona (ad esempio, non è buona la riforma portata a termine con la legge Cirinnà), soprattutto quando essa rischia di determinare la vita politica di un intero Paese per molti decenni. Ed allora, le forze politiche si mettano insieme per fare una buona riforma, evitando una riforma confusa e, in prospettiva, pericolosa. Cambiare in meglio si può. Una volta tanto dire “No” può andare in questa direzione positiva.