• VIRTU' DELLA PRUDENZA

Prudenti: quindi matti, ma nel senso giusto

Oggi si sente parlare di più delle virtù, ma non di quella che è stata definita “la madre di tutte le virtù”: la prudenza. Troppo spesso confusa con un comportamento pusillanime, la prudenza spinge anche i martiri a farsi uccidere per la fede. Vediamo, quindi, cosa realmente è la prudenza e perché è odiata da moralisti e relativisti.

Perugino, Prudenza e Giustizia

Oggi si sente parlare di più delle virtù, ma non di quella che è stata definita “la madre di tutte le virtù”, vale a dire la prudenza. Troppo spesso per prudenza s’intende la cautela o il prestare attenzione. E così, quando si sente dire che per Tommaso o Aristotele la prudenza è il prerequisito delle altre virtù, le gente avverte la cosa come strana o persino contraddittoria. Essere “prudenti” sembra infatti essere l’opposto dell’essere coraggiosi.

A questo proposito, io sono solito mostrare ai miei studenti il bellissimo film Uomini di Dio, che narra di alcuni monaci trappisti francesi martirizzati in Algeria e di cui è in corso la causa di beatificazione.  Agli studenti chiedo di dirmi se ritengano “prudente” la decisione presa da quei monaci di restare in Algeria, pur sapendo che nella zona erano presenti terroristi decisi a uccidere gli stranieri, specialmente se cristiani. La loro risposta immediata è che quei monaci sono stati molto imprudenti. «Sono stati dei matti», mi ha detto uno studente. «Dunque ritenete che abbiano sbagliato a restare?». «No, hanno fatto la cosa giusta». «Ma sono stati dei matti?». «Sì», mi ha detto una giovane. «Sono stati dei matti: ma nel senso giusto».

In una cultura tanto incentrata sull’autonomia individuale qual è la nostra, forse è questo il modo in cui sentiamo il bisogno di descrivere il concetto classico di prudenza: quel tipo di prudenza che porta le persone a rischiare la propria vita per gli altri, l’essere matti nel senso giusto. I pompieri esperti dicono ai colleghi più giovani: «Qui non abbiamo bisogno di eroi!». Naturalmente i vigili del fuoco sono tutti eroi per ciò che fanno quotidianamente. Ma allora cosa intendono dire i più anziani ed esperti? Intendono dire che non ci si getta mai a capofitto in un edificio in fiamme; farlo è infatti una sciocchezza, e verosimilmente si finisce per rimetterci la vita, provocando pure il ferimento degli altri che cercano di salvarci. Avere coraggio significa invece fare la cosa giusta nel modo giusto al momento giusto.

La prudenza è cioè la virtù intellettuale che ci consente d’individuare il mezzo fra gli estremi. Mi getto o no in un edificio che va a fuoco per salvare una persona intrappolata all’interno? Probabilmente no, se sono una fragile donna di 80 anni e se la persona all’interno pesa 130 chili. Ma forse sì, se sono invece un robusto difensore di football americano che ha ricevuto un po’ di addestramento da pompiere volontario. Mi tufferò per salvare un uomo che annega a 400 metri dalla riva? No, se non so nuotare. Cercherò certamente di fare qualcosa, ma cosa farò avrà molto a che fare con le mie capacità e con quella situazione concreta. Dovrò, insomma, essere prudente. Spesso il concetto classico di prudenza non è granché popolare né tra i fautori del moralismo, fatto solo di regole rigide, né tra quanti auspicano invece il relativismo morale. Un certo tipo di moralisti legalitari, influenzati da Immanuel Kant e dall’idea che i princìpi morali siano fatti di “massime universali” applicabili in modo identico a qualsiasi circostanza, hanno difficoltà ad accettare quello che considerano il “relativismo” insito nel concetto di prudenza. Mi getto o no per salvare un uomo che affoga? Le uniche risposte tollerate da quel tipo di persone sono “sì” o “no”, supponendo che ognuno di noi sia in grado di formulare una massima universale da applicare poi a tutte le persone e a tutte le situazioni. Per i moralisti di questa fatta, la domanda non è semplicemente cosa debba fare io, ma ciò che tutti e ognuno debbano fare in quel frangente.

Si formulano, dunque, regole morali per ogni situazione specifica: «Devi tuffarti a salvare quell’uomo a meno che tu non sappia nuotare». E se fosse in corso una tempesta fortissima? «Devi tuffarti a salvare quell’uomo a meno che tu non sappia nuotare o a meno che non sia in corso una tempesta fortissima». Sì, ma forte quanto? Insomma, non è possibile stabilire una regola per ogni eventualità concreta. Va invece esercitata la prudenza: che è la virtù che consente di applicare princìpi generali alle situazioni specifiche. Dato che, esercitando la prudenza, ciò che si deve fare è “relativo” al soggetto e alla circostanza, se non altro in parte, ai moralisti cui sono care le regole rigide la cosa sembrerà sostanzialmente simile all’“etica del momento” e al “relativismo morale”. Né la concezione classica della prudenza piace però di più appunto ai relativisti morali, e questo proprio perché essa insiste sul fatto che il “mezzo” è una misura oggettiva.

In questa prospettiva, la prudenza è diversa dalla concezione che i moderni hanno della coscienza intesa come la facoltà che spinge le persone a stabilire quel che è giusto “per sé”. Prendiamo per esempio l’alcol: la misura giusta per voi può essere diversa da quella che è per me, ma nessuno di noi dovrà mai mettersi alla guida di un’auto se è in stato di ebbrezza. E che io sia in grado di guidare in modo sicuro non è certo un argomento soggettivo. Così pure, se alla vostra porta suonano dei profughi ebrei che scappano dai nazisti, è vostro dovere fare tutto ciò che è in vostro potere fare per aiutarli, sia che vi “sentiate” o no di farlo. Ciò che concretamente dovete fare richiede invece prudenza. Ma la persona prudente applicherà il principio generale che obbliga a proteggere la vita umana a quella circostanza specifica e poi trarrà le conseguenze: «Devo aiutare questa gente come meglio posso». Così pure, ancora, se un bambino nel grembo della propria madre è la conseguenza di un rapporto sessuale, la virtù della prudenza impone che, prima di tutto, l’idea di terminare la vita di quel piccolo sia fuori discussione. Punto. Scegliere se crescere quel bimbo o se darlo in adozione implica un esercizio ulteriore della prudenza. Aiutare i profughi ebrei e portare a termine la gravidanza di un bambino richiedono coraggio. Anche avere la presenza di spirito di elaborare un giudizio richiede coraggio. Questo è uno dei motivi per cui Aristotele e san Tommaso d’Aquino parlano spesso dell’interconnessione fra le virtù.

Sovente la gente parla di “coscienza” come se si trattasse di una questione puramente mentale, come se le nostre scelte fossero indifferenti ai desideri, alle passioni e ai pregiudizi. Faremmo invece meglio a concentrarci sullo sviluppo della virtù della prudenza in tandem con le altre virtù morali, virtù che ci rendono capaci di elaborare giudizi morale assennati. Il che non significa seguire semplicemente delle regole senza fare caso agli scopi che quelle regole sono fatte per servire, ma nemmeno significa fare ciò che ci si “sente” senza rendersi conto che il nostro “sentire” potrebbe essere dettato da vigliaccheria, abuso o faziosità. Essere prudenti significa applicare i princìpi generali in modo saggio, coraggioso e misurato, assieme alle virtù generate dall’amore, a ogni circostanza specifica.

Traduzione di Marco Respinti

*Randall B. Smith è docente di Teologia nella University of St. Thomas di Houston, in Texas. L’articolo qui tradotto è stato pubblicato il 20 giugno 2018 sul quotidiano online The Catholic Thing, diretto a Washington da Robert Royal, con il titolo Crazy in the Right Way.