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Principi non negoziabili, che flop. Impariamo da Gramsci

Perché i principi non negoziabili falliscono nelle urne? Perché se non c’è cultura per la vita e per la famiglia non ci potrà essere una politica per la vita e la famiglia. Il genocidio dei principi non negoziabili in Parlamento è specchio fedele della desertificazione assoluta degli stessi nella coscienza dei più. Impariamo da Gramsci. Come? Ad esempio occupando spazi. 

Il PPNN (Partito dei principi non negoziabili) alle ultime elezioni ha perso sia alla Camera che al Senato. E ce lo aspettavamo. L’irrilevanza di queste tematiche si registra su due fronti. Da una parte i politici raramente ne fanno cenno, sia in senso elogiativo che critico, ed infatti i principi non negoziabili sono state presenze ectoplasmatiche in campagna elettorale a parte qualche eccezione: Renzi che sventolava la legge sulle Unioni civili e quella sulle Dat come vittorie parlamentari, la Meloni che difendeva l’istituto della famiglia, Salvini che da una parte giurava sul Vangelo con rosario in mano, diceva no all’utero in affitto e all’educazione gender nelle scuole e dall’altra approvava le relazioni omosessuali e si esprimeva a favore della legittimare della prostituzione. La campagna elettorale si è fatta su lavoro, tasse (i due big che non mancano mai in ogni tornata elettorale), immigrazione/sicurezza ed Europa. Perché l’irrilevanza politica di questi temi? Perché per i professionisti delle aule parlamentari queste tematiche o sono divisive oppure sono ininfluenti, a loro modo di vedere, per spostare voti.  

Una prova è data da come i politici anche del centro destra hanno votato sulla legge sulle Dat e sul divorzio breve. Un interessante documento elaborato da Gianfranco Amato fa la conta dei voti. In merito alla legge sul testamento biologico: “Forza Italia: 33 deputati assenti e 17 presenti, di cui 3 hanno votato a favore, 12 contro e 2 si sono astenuti.  Fratelli d’Italia: 6 deputati assenti e 5 presenti, di cui 1 ha votato a favore e 4 contro. Lega Nord: 13 deputati assenti e 6 presenti che hanno votato contro”. Sul divorzio breve: “Forza Italia: 35 deputati assenti e 35 presenti, di cui 25 hanno votato a favore, 8 contro e 2 si sono astenuti. Fratelli d’Italia: 4 deputati assenti e 4 presenti, di cui 1 ha votato a favore e 3 contro. Lega Nord: 4 deputati assenti e 15 presenti, di cui 5 hanno votato a favore, 7 contro e 1 si è astenuto”.

Se il centrodestra ha scelto colposamente la strada della libertà di coscienza spesso erronea e dunque di una ingiustificata e ingiustificabile neutralità morale su temi che esigono invece un presa di posizione etica, il centro sinistra e il Movimento 5 Stelle invece hanno votato compatti a favore di queste leggi, a testimonianza che comunque l’orientamento squilibrato del centrodestra può essere positivamente influenzato per essere corretto, ma non così quello del Pd del M5S. Questo accade perché il Dna di queste due forze politiche e partiti satelliti è inconciliabile con il Dna dei principi non negoziabili che sono il proprium, in ambito morale, della Chiesa cattolica.

Non così per Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che invece individua, in un’intervista rilasciata a l’Espresso qualche giorno fa, le proprietà essenziali del cattolicesimo nei principi della giustizia sociale. Per Riccardi infatti la sconfitta del Pd, che nell’immaginario collettivo si batte per i poveri, gli immigrati, i lavoratori, etc., equivale a una sconfitta della Chiesa e i cattolici che hanno votato a destra dovrebbero essere convertiti (politicamente).

Ma torniamo ai principi non negoziabili. Questi ultimi, dicevamo, sono irrilevanti anche su un altro fronte: a chi tra il popolino importa più di divorzio, aborto, fecondazione artificiale, libertà di educazione, eutanasia? A quasi nessuno. O meglio, l’affezione a questi temi è scontata per alcuni di essi: provate a togliere la legge sull’aborto, divorzio e fecondazione artificiale e l’italiano medio, ben pilotato dall’alto, tornerà nelle piazze. Provate invece a buttare nel cestino la legge sulle Dat e quella sulle Unioni civili – di cui il sig. Rossi di certo non ha chiesto a gran voce l’approvazione – e le masse rimarranno a casa a guardare l’Isola dei famosi. E’ questione meramente anagrafica: le prime leggi hanno ormai qualche annetto sulle spalle e quindi hanno avuto tutto il tempo per essere assimilate perfettamente dalla coscienza collettiva. Per le seconde tale processo è appena iniziato.

L’irrilevanza sociale di questi temi è stata comprovata dalla débâcle del Partito della famiglia. Non è la prima volta che accade: successe con il partito di Ferrara “Aborto? No grazie” e con quello di Magdi Allam “Io amo l’Italia”. In particolar modo in questi ultimi due casi la soluzione del partito di scopo si è rivelata assai infelice: correttamente l’elettore vota un partito che abbia a cuore tutto il bene comune, seppur sia ben consapevole che alcune tematiche sono più importanti di altre. Ma anche i valori eticamente più sensibili hanno bisogno per essere tutelati di uno sguardo d’insieme sulla res publica.

Dunque volendo esprimerci in modo sintetico e forse anche semplicistico, alcuni temi cari ai cattolici non sono entrati nell’urna perché non considerati dai politici. E non sono stati tenuti in conto dai politici perché anche il popolino se ne disinteressa. E perché se ne disinteressa? Perché gli hanno insegnato che le cose importanti sono solo i soldi, il lavoro, le vacanze et similia. Dunque pare proprio che il problema della sconfitta del PPNN non sia politico, ma culturale.

Qualcuno giustamente obietterà: non è vero che l’italiano medio è indifferente a questi temi. Abbiamo avuto due Family Day con milioni di persone a testimoniarlo. Vero. Esiste in effetti un esteso sottobosco di persone animate da buoni se non ottimi valori, dotate di buon senso granitico. Un sottobosco che in un paio di occasioni è parso una foresta. Però vien da chiedersi: perché quel milione e più di persone non sono scese in piazza per bloccare la legge sull’eutanasia? Nel secondo Family Day molti commentatori avevano sottolineato che nessuno alla fine aveva organizzato l’adunata, la quale anzi era stata osteggiata anche da alcuni uomini in talare. Perché allora questo medesimo processo spontaneo non si è realizzato anche per la legge sulle Dat, norma letale se non di più rispetto alla Cirinnà?

Proviamo ad azzardare una risposta: perché prima del varo della Cirinnà gli ambienti cattolici si mossero molto sul tema gender. Il focus del dibattito non fu puntato tanto sui “matrimoni” gay, quanto sull’educazione nelle scuole e i genitori, si sa, tollerano tutto fuorchè che qualcuno tocchi i loro figli. Sulle Dat invece silenzio quasi assoluto da parte di associazioni, media cattolici e parrocchie. Perché questa digressione sul Family Day? Cosa c’entra con le elezioni del 4 marzo? C’entra perché il popolo del Circo Massimo si formò a seguito di una previa mobilitazione culturale. Non si adunò per la legge sulle Dat perché su quest’ultima, a parte qualche eccezione, non ci fu dibattito culturale. Quelle famiglie in quel 30 gennaio 2016 posero una domanda di carattere culturale e la risposta fu la costituzione di un partito. Intendiamoci bene: questa affermazione non vuole essere assolutamente una critica al Popolo della famiglia sia perché il discorso che qui articoliamo desidera essere di più ampio respiro sia soprattutto perché i cattolici, quelli sani, ora più che mai devono compattarsi, al di là dei possibili errori strategici di alcuni: non è certo il momento di alzare il ditino e dire “te l’avevo detto!”, godendo degli insuccessi degli altri.

Ciò che ci preme sottolineare è invece il problema di fondo dell’insuccesso del PPNN: se non c’è cultura per la vita e per la famiglia non ci potrà essere una politica per la vita e la famiglia. Il genocidio dei principi non negoziabili in Parlamento è specchio fedele della desertificazione assoluta degli stessi nella coscienza dei più. Sicuramente anche la politica fa cultura, ma se i politicanti con le idee sane sono tre, non si fa cultura. Di certo non bisogna dimenticare l’impegno politico, ma prioritario è quello culturale. La formazione delle coscienze darà vita anche ad un’ortodossa cultura politica che partorirà valenti politici. E dunque prendiamo esempio dalla lezione gramsciana che infettò i gangli vitali della vita culturale del nostro Paese con idee anti-cattoliche e che prima di impossessarsi dei seggi parlamentari si impossessò della redazione dei giornali, delle agenzie pubblicitarie, delle federazioni sportive, delle scuole di formazione dei magistrati, delle direzioni artistiche dei teatri, dei circoli e premi letterari, delle case editrici, delle scuole di cinema e recitazione, dei conservatori e delle accademie delle belle arti, delle radio e delle regie televisive, delle aule universitarie. E solo dopo delle aule parlamentari.