• MEDITERRANEA

Prete su nave ong, segno di una Chiesa ideologica

L'esordio di un giovane prete emiliano sulla nave Mare Jonio della Associazione Mediterranea, è accompagnato da una intervista allo stesso prete che dimostra semplicemente quale sia il livello di insegnamento nei seminari e nelle facoltà di teologia.

Don Mattia Ferrari a bordo della Mediterranea

Nei giorni scorsi ha avuto un certo rilievo il “reclutamento” di un giovane sacerdote a bordo della nave Mare Jonio, della ong Mediterranea, pronta a salpare per raccogliere migranti clandestini tra le coste della Libia e la Sicilia. Il 25enne don Mattia Ferrari, della diocesi di Modena, faccia da bravo ragazzo, è in missione con la benedizione di ben tre vescovi: Corrado Lorefice di Palermo, Erio Castellucci di Modena e Matteo Zuppi di Bologna.

Per conto delle due diocesi emiliane aveva già collaborato, con alcune delle associazioni che fanno parte di Mediterranea, per la sistemazione di alcuni immigrati; e l’arcivescovo di Palermo aveva ricevuto la richiesta di un prete a bordo addirittura da Luca Casarini, oggi a capo di Mediterranea dopo una carriera di contestatore alla guida dei centri sociali e del movimento no-global (lo si ricorderà per i tragici incidenti al G8 di Genova del 2001). Del resto, le associazioni che hanno creato Mediterranea proprio da quel mondo vengono.

Non staremo qui a soffermarci sulla stretta collaborazione tra Chiesa e centri sociali, su cui pure molto ci sarebbe da dire, visto che certi uomini di Chiesa si prestano volentieri a fare da sostegno a cause che hanno ben altri scopi che non il soccorso a persone in grave difficoltà.

Vorremmo invece soffermarci su alcune affermazioni di don Mattia, perché sono un documento emblematico di come oggi sia ridotta in molti casi la formazione al sacerdozio, tra una teologia di luoghi comuni e un sociologismo di terza categoria. Qui non c’entra la persona di don Mattia, che sicuramente è un bravissimo ragazzo pieno di buone intenzioni, c’entra invece la formazione che ha ricevuto, ciò che ha imparato nella vita in seminario e nei corsi di teologia, ciò che il suo vescovo gli ha insegnato.

Intervistato da Repubblica, don Mattia spiega che «Il Vangelo è qui”, sulla Mediterranea, frase che fa effetto ma che a ben pensarci non significa nulla. Il Vangelo è la Buona notizia che il Salvatore è fra noi, Gesù che è venuto a liberarci dal peccato. Cosa vuol dire che il Vangelo è sulla Mediterranea?

Si potrebbe forse sperare che un sacerdote porti il Vangelo fra il personale delle ong e fra gli immigrati che eventualmente vengono soccorsi. Ma è evidente che non è questo lo scopo della presenza di don Mattia, né in chi lo ha invitato, e questo è scontato (ve lo immaginate Casarini che chiede al vescovo Lorefice di fare opera di evangelizzazione tra i centri sociali?), né in chi ha accettato l’invito. Ecco infatti che cosa intende don Mattia per «Il Vangelo è qui»: «Sono ragazzi e ragazze che vivono il cuore del Vangelo, cioè l’amore di Gesù per il prossimo». Non sono cattolici, anzi era stato spiegato in precedenza che sono lontanissimi dalla Chiesa, ma vivono il cuore del Vangelo. In altre parole, il fatto cristiano è nel migliore dei casi ridotto a morale, al comportamento buono e generoso verso gli altri; ma ridotto anche a progetto politico, ovviamente contrapposto a quello dei cattivi che vogliono tenere i porti chiusi.

E poi, dice ancora don Mattia citando il vescovo Lorefice, «dobbiamo sempre ricordare che siamo noi i predoni dell’Africa». Ed ecco un altro luogo comune, ritornello del terzomondismo che caratterizza una fetta consistente del mondo cattolico impegnato: in Africa sono poveri perché noi siamo ricchi. Che fa il paio con: in Africa ci sono le guerre perché noi vendiamo le armi. Ora, abbiamo spiegato più volte come questa affermazione sia una colossale sciocchezza, il solito schema ideologico che contraddice la realtà dei fatti.

Ammesso e non concesso che il periodo del colonialismo sia stato soltanto una storia di furti di risorse, negli ultimi 50 anni sono stati versati ai paesi africani, per la lotta alla povertà, oltre mille miliardi di dollari. Mille miliardi di dollari. Per fare un confronto, il famoso «piano Marshall» che gli americani promossero per risollevare l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, consisteva in un investimento di 14 miliardi di dollari spalmati in 4 anni. L’Europa con 14 miliardi è ripartita in fretta, l’Africa con 1000 miliardi fa estremamente fatica a uscire dal sottosviluppo. Possibile che certo mondo cattolico non sia in grado di farsi qualche domanda seria sulla realtà dell’Africa e, più in generale, dei paesi in via di sviluppo?

E sul commercio delle armi: proprio in questi giorni è stato ricordato il 25esimo anniversario del genocidio commesso in Ruanda, uno dei peggiori eventi di sangue mai registrati in Africa. Ebbene, in poco più di tre mesi furono uccise tra 800mila e un milione di persone, e tutto a colpi di machete, coltellaccio di uso comune. Niente armi vendute dall’Occidente.

Nessuno può negare che tra i tanti fattori che contribuiscono alla povertà dell’Africa e alle guerre, ci siano anche responsabilità di questo o quel paese occidentale, ma appunto è un fattore tra i tanti e certamente non il più importante.

Le ragioni della povertà in Africa sono diverse, ma in gran parte hanno a che fare con cause tutte interne - tribalismo, corruzione, alcune concezioni religiose – e non aiuta certo i poveri alimentare questo senso di colpa in Europa. Anzi, è esattamente l’opposto, perché induce a perseverare in politiche assistenzialiste che hanno già dimostrato essere inefficaci.

Sentire vescovi e preti perpetuare invece l’approccio ideologico (poveri loro perché ricchi noi), è una gran pena. Che peraltro spinge anche i fedeli e l’opinione pubblica a dare il consenso a politiche suicide, come appunto l’immigrazionismo senza limiti.