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"Poveri di tutto, pieni di Cristo" La missione di padre Aldo

Che cos'è la povertà? Lo sa bene padre Aldo Trento, missionario in Paraguay da trent'anni. Con la Fondazione san Rafael dà da mangiare a migliaia di barboni, raccoglie i moribondi, educa bambini abbandonati e abusati. Eppure è certo: «La sola risposta è Gesù Cristo, è Lui l’amore della mia vita!». Ecco il mistero della povertà che diventa incommensurabile ricchezza.

Nell’ultimo anno ha ricevuto la personale visita del Sommo Pontefice e l’invito a pranzo di Horacio Cartes, il presidente della Repubblica del Paraguay che ha preso un giorno di ferie solo per incontrarlo in occasione del suo compleanno. Ad Asunciòn e dintorni, è quasi impossibile non conoscerlo dal momento che le “sue” opere danno assistenza ai bisognosi di ogni sorta e latitudine. Stiamo parlando di Padre Aldo Trento, sacerdote del bellunese che da quasi trent’anni vive in missione nella capitale paraguaiana ove ha dato vita alla Fondazione San Rafael. Ma non è per raccontarvi la storia di questo prete che oggi scriviamo di lui: sul web si può facilmente reperire copioso materiale, anche scritto di suo pugno, che vale la pena di leggere. E’ piuttosto perché quando si intercetta lo sguardo di un vero cristiano, nulla è più come prima. Il cuore inizia a domandare quel “qualcosa di più” che ha scoperto possibile. Quel “qualcosa di più” è per Padre Aldo un “qualcosa di meno”: la povertà.

E’ certamente la povertà dei “suoi” barboni, che vengono a fiotti nella parrocchia del sacerdote per avere un pasto caldo e un sacchetto di viveri così da non morire di stenti durante la settimana. E’ la povertà delle centinaia di bambini della favelas che crescono educati nelle scuole da lui fondate. E’ la povertà dei malati terminali che vengono accompagnati a morire nel “suo” ospedale di cure palliative, unico nel genere in tutta l’America latina. E’ la povertà delle bambine abusate, dei malati di Aids e degli anziani soli e senza nulla: per ognuno di loro la Fondazione di Padre Aldo ha trovato una proposta di vita, una compagnia. Eppure, la povertà di cui ci parla il missionario va assai oltre tutto questo.

«Quando arrivo nel capannone dove distribuiamo i pasti tutti mi fanno festa e la prima cosa che mi chiedono è che io imponga le mani sul loro capo. Perché questi poveri credono nelle mani del sacerdote. Credono davvero che lo Spirito Santo dia loro la forza di portare avanti una vita di stenti, una vita che a volte tocca una durezza davvero impressionante». Così ha raccontato padre Aldo in un’imperdibile intervista andata in onda pochi giorni fa su Rai3. Il “capannone” è il luogo dove mangiano quotidianamente tutti i bambini che fanno capo alla Fondazione e in più, una volta a settimana, duecento poveri provenienti da tutta la capitale: per la maggior parte di questi si tratta dell’unico pasto caldo per i sette giorni a venire. Ma loro, i barboni, fremono per la benedizione, bramano lo Spirito Santo su di loro, come fosse il cibo che manca da giorni sotto i loro denti. Da non credere, eppure da quelle parti non è l’eccezione. «Ogni giorno – continua il sacerdote - nel nostro ospedale c’è uno che va e uno che viene. In questi anni abbiamo accompagnato a morire più di 1500 malati. La clinica è davvero un segno della misericordia di Dio: nessuno muore lamentandosi, tutti muoiono in grazia di Dio». L’ospedale di cure palliative è un’altra delle grande opere che fanno capo alla Fondazione san Rafael. Coma vegetativi, bambini idrocefali, piccoli inermi allettati, anziani apparentemente incoscienti…. Insomma, qui si possono osservare i casi clinici più disperati. Non certo per padre Aldo: «Il valore ontologico di queste vite è che sono relazione con il mistero, sono relazione con Dio: questo è il senso della loro vita!», spiega visibilmente commosso, mentre accarezza un bimbo inerme: uno scarto da eliminare secondo il mondo d’oggi, «una piccola ostia bianca» per questo sacerdote. Ed è esattamente questo che lui porta a tutti loro senza sosta: il Santissimo, l’Eucarestia, i sacramenti. E bisognerebbe vedere come lo guardano, quei moribondi. Quando arriva nelle corsie del reparto, sembrano tutti illuminati di vita, miseri raggianti.

Ecco il mistero della povertà che diventa incommensurabile ricchezza. “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei Cieli”, la frase del Vangelo di Matteo (5,3) sembra prendere carne in questi poveracci, in questo sacerdote. Che fanno apparire così evidente ciò che troppo spesso si dimentica: la povertà contiene e va ben oltre lo spirito di solidale assistenza, supera le azioni umane di carità verso il prossimo. Il povero chiede molto di più di un pacchetto di servizi e di una sistemazione economica, il povero chiede di essere guardato, amato e abbracciato come Gesù. Chiede Gesù. «Mi son trovato con queste opere non perché l’ho voluto io: se fosse dipeso da me, se anche oggi dipendesse da me, me ne tornerei al mio piccolo paesino in provincia di Belluno. Io non mi sono sposato con la fondazione. Io mi sono sposato con Cristo Gesù, Lui è la ragione della mia vita, Lui è l’amore della mia vita!».

L’innamoramento per una donna che non avrebbe mai potuto avere, la depressione più nera, le ossessioni, la non più voglia di vivere, gli interminabili anni di insonnia e la notte oscura dell’anima: a tutto questo, in tempi ormai lontani, è passato in mezzo Padre Aldo. E tutto gli è servito per arrivare a comprendere, a compatire, ad abbracciare sino il bisogno più inascoltato, del più povero tra i poveri. Quei poveri che oggi lui serve e riverisce come fossero figli, carne della sua carne. Ma prima di ogni altra cosa, tutto gli è servito per spalancare le porte del suo povero cuore a Cristo: «Vedi padre Aldo – gli disse in uno di quei giorni lontani don Luigi Giussani, suo padre nella fede, vedendolo così distrutto – il tuo cuore è come questo bicchiere: non è pieno perciò qualunque moscerino può entrarci. Ma se questo bicchiere fosse pieno fino a straripare, non solo i moscerini non entrerebbero, ma l’acqua che ne uscirebbe feconderebbe la terra. Il tuo cuore non è ancora pieno di Cristo». Da qui la proposta del fondatore di Cl di partire con la compagnia di un sacerdote amico per la missione in Paraguay. E tutto quello che ne seguì.

I poveri di padre Aldo, e lui con loro, parlano a noi che siamo comodamente seduti a leggere, a noi che ci barcameniamo nella nostra normalità, a noi che siamo impegnati nelle nostre piccole o grandi battaglie quotidiane. Ci danno la grazia di intuire che la povertà è davvero qualcosa che tocca nel profondo ognuno di noi. Che ci riguarda tutti, qualunque sia la nostra condizione. Non tanto perchè ci affanniamo ad allungare la lista dei buoni propositi per salvare il pianeta, ma perché abbiamo a convertirci.  Perché la vera povertà è anzitutto una domanda del cuore, è un lavoro che ci è chiesto di fare su di noi. La povertà è togliere quel troppo di noi stessi (l’orgoglio, le pretese, i progetti, i pensieri impazziti, i sentimenti invadenti, le troppe parole, l'inutile e il superfluo…) tutto quello che ci impedisce di fare spazio ad un Altro. Cosicchè tutto il nostro cuore diventi sete di Colui che solo può rispondere. «Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo», ecco la povertà.

 

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