• L'ATTENTATO

Pasqua di sangue: la strage dei cristiani in Sri Lanka

Continua a crescere in Sri Lanka il bilancio delle vittime degli attentati dinamitardi del giorno di Pasqua, centinaia di morti e feriti provocati dall'esplosione quasi simultanea di sei bombe in tre chiese gremite di fedeli in preghiera e in tre alberghi di lusso nella capitale Colombo. Seguono altre due esplosioni, pare opera di attentatori in fuga. Nessuno rivendica. I principali sospettati sono gruppi semi-sconosciuti di radicali islamici. Ma anche la maggioranza buddista si è dimostrata ostile ai cristiani, che in Sri Lanka sono l'8% della popolazione e sono sempre più spesso vittime di violenze e intimidazioni.

La chiesa di San Sebastiano distrutta da una delle bombe

Continua a crescere in Sri Lanka il bilancio delle vittime degli attentati dinamitardi del giorno di Pasqua. I morti ormai sono 290. Molti dei 470 feriti versano in condizioni disperate. Si tratta di una delle più gravi azioni terroristiche messe a segno nel mondo: per le perdite inflitte e perché le esplosioni, avvenute quasi in simultanea, sono state sei, seguite da altre due nelle ore successive, pianificate, coordinate e organizzate per infliggere il maggior danno possibile.

Tutto è iniziato infatti poco dopo le 8 del mattino con l’attacco a tre chiese dove centinaia di fedeli stavano partecipando alle celebrazioni pasquali. La prima esplosione si è verificata alle 08.45 nel santuario nazionale dedicato a sant’Antonio da Padova, a Kochchkade, un distretto della capitale Colombo. In quel momento al suo interno vi erano da 500 a 600 persone. Le vittime sono state decine. Subito dopo è stata colpita la seconda chiesa, dedicata a san Sebastiano, che si trova a Negombo, una città circa 40 chilometri a nord della capitale, anch’essa gremita. Poi è toccato alla chiesa evangelica di Sion a Batticaloa, una città della costa orientale che dista oltre 300 chilometri da Colombo.  

Nel frattempo nella capitale altre esplosioni, puntando sui ristoranti affollati all’ora della colazione, hanno colpito tre alberghi a cinque stelle: l’hotel Cinnamon Gran Colombo, nel cuore della città, a poca distanza dall’ambasciata Usa e dalla residenza privata del primo ministro Ranil Wickremesinghe; il Kingsbury Colombo, anch’esso centrale, vicino al Colombo World Trade Center; e il Shangri-La, nel quartiere degli affari. 

Nel primo pomeriggio c’è stata una settima esplosione vicino alla capitale, nei pressi dell’albergo Tropical Inn a Dehiwala, un sobborgo di Colombo. Infine un’ultima esplosione si è verificata durante un raid della polizia in una casa di Dematagoda, un altro sobborgo della capitale, ed è costata la vita a tre agenti. Secondo le autorità queste due ultime esplosioni sarebbero opera di attentatori in fuga.

Parlando ai giornalisti alle 15.30 ora locale, il ministro della difesa Ruwan Wijewardene ha dichiarato che tutti i responsabili erano stati identificati, sette dei quali già arrestati, definendoli “estremisti religiosi” appartenenti a un unico gruppo armato i cui collegamenti internazionali andranno considerati. Inoltre ha detto che la maggior parte degli attacchi sono stati compiuti da attentatori suicidi e ha assicurato che saranno intraprese iniziative per fermare l’attività di tutti i gruppi estremisti del paese. Il governo – ha aggiunto – ha imposto il coprifuoco sulla capitale a partire dalle 18.00 ora locale, il blocco dei maggior social media, inclusi Facebook e WhatsApp, e la chiusura di tutte le scuole il 22 e 23 aprile. 

Ancora non ci sono state rivendicazioni. I sospetti vanno innanzi tutto agli islamisti del National Thowheeth Jama’ath, ma nel paese sono attivi anche altri gruppi radicali. A gennaio la polizia, in seguito all’arresto di quattro membri di un gruppo islamico radicale di recente formazione, aveva scoperto una quantità di materiale esplosivo nascosto in una riserva faunistica. 10 giorni fa le forze di sicurezza sembra che abbiano ricevuto da una agenzia di intelligence straniera l’avviso che un gruppo islamista poco noto stava progettando degli attentati dinamitardi suicidi ad alcune importanti chiese del paese. Il capo della polizia, Pujuth Jayasundara, aveva diramato un allarme ai più alti ufficiali, senza che tuttavia siano stati presi provvedimenti.

D’altra parte la minoranza cristiana, meno dell’8% della popolazione che è buddista al 70%, denuncia da tempo sempre più frequenti intimidazioni da parte di monaci buddisti estremisti. Nel 2018 si sono registrati almeno 86 episodi di discriminazione, minacce e violenze contro i cristiani. Lo denuncia la National Christian Evangelical Alliance che rappresenta oltre 200 chiese e altri organismi cristiani. Dall’inizio del 2019 gli incidenti, causati da radicali buddisti, sono stati 26, l’ultimo dei quali risale alla domenica delle Palme allorché circa 25 giovani hanno attaccato una chiesa metodista nel distretto di Anuradhapura. Prima hanno tentato di impedire al vescovo anglicano Asiri Perera di entrare nell’edificio. Poi hanno lanciato pietre e petardi contro la chiesa per tutta la durata del servizio religioso. Di fatto il vescovo, 12 fedeli e il Pastore della chiesa sono stati sequestrati perché gli aggressori hanno bloccato l’ingresso della chiesa dall’esterno.

Il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, intervistato dalla Bbc, ha dichiarato che mai avrebbe immaginato che potesse succedere una cosa del genere. Neanche all’epoca della guerra civile, che fino al 2009 ha contrapposto forze governative e Tamil separatisti, si sono verificati simili attacchi ai cristiani e alle loro chiese. Per questo, nonostante i segni crescenti di intolleranza religiosa, nessuno ha pensato di adottare misure di sicurezza come succede in altri paesi. “Tanta gente è andata in chiesa senza immaginare che cosa stava per succedere e adesso molti sono stati uccisi – ha commentato – oltre tutto la chiesa di sant’Antonio è frequentata da gente praticamente di tutte le religioni e quindi è stato colpito un centro vitale per la città di Colombo”.

Il periodo della Pasqua come quello di Natale da anni ormai vedono intensificarsi le minacce ai cristiani, soprattutto da parte di integralisti islamici. Pakistan e Nigeria erano i paesi in cui finora i cristiani avevano pagato il prezzo di gran lunga più alto per la loro fede.