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Oxfam: vestiti vintage contro il riscaldamento globale

Oxfam, la più importante Ong al mondo per la lotta alla povertà, ha lanciato la sua sfida: rinunciare a fare shopping di vestiti nuovi almeno per 1 mese. Ovviamente non si intende rinunciare a fare shopping del tutto: si possono comprare solo vestiti vecchi. Per combattere il cambiamento climatico. Sfida impossibile da capire.

Un negozio di abiti vintage di Oxfam

Oxfam, la più importante Ong al mondo per la lotta alla povertà, ha lanciato per settembre la sua sfida: rinunciare a fare shopping di vestiti nuovi almeno per 1 mese. Ovviamente non si intende rinunciare a fare shopping del tutto: si possono comprare solo vestiti vecchi. Una sfida impossibile.

Impossibile da accettare nei paesi più poveri del mondo, di cui si occupa Oxfam, dove lo shopping è un lusso che pochissimi possono permettersi. Si tratta dunque di un modo per sensibilizzare i popoli “ricchi” sulle condizioni di vita di quelli più poveri? Fosse così sarebbe anche comprensibile, anche se ingenuo. Come un nobile dell’Ancien Régime che si veste da pastorello sentendosi "buon selvaggio" alla Rousseau, un millennial europeo o nordamericano non si immedesimerebbe mai in un coetaneo di un paese in via di sviluppo solo comprando abiti usati e vintage (concetto che non esiste al di fuori del mondo industrializzato dove ci si può permettere di aborrire il consumo). Ma il senso della sfida non è neppure questo. Come spiega al quotidiano britannico progressista The Guardian Nicola Tallett di Oxfam “Abbiamo visto quotidianamente l’impatto dell’emergenza climatica sui popoli che vivono in miseria, sia nelle siccità dell’Africa orientale, sia nei terremoti dell’Asia e vorremmo far qualcosa per questo problema”.

Quindi: comprate abiti leggeri per prepararvi a un clima più caldo? Per regalarli ai più bisognosi? Niente affatto. E’ veramente difficile ricostruire le connessioni fra le varie parti di questo discorso, ma ci possiamo provare. Per capirlo si deve dare per scontata una lunga serie di passaggi: che siamo in emergenza climatica, che questa emergenza è causata dall’uomo, che la produttività umana, causando emissioni di gas serra, aggravi questa emergenza, che il cambiamento climatico abbia un impatto immediato sull’ambiente (terremoti inclusi) di cui soffrirebbero soprattutto i popoli più poveri, che producendo meno abiti si riducano le emissioni e quindi (molto indirettamente) si aiutino i poveri. E’ l’ulteriore dimostrazione che l’attenzione si è trasferita dall’uomo all’ambiente naturale: invece che dei poveri ci si occupa del clima. Con risultati drammaticamente controproducenti: se ci si lamenta che all’industria tessile sono impiegati lavoratori dei paesi in via di sviluppo con salari troppo bassi, una drastica riduzione della produttività li porterebbe alla disoccupazione. Da sottopagati a disoccupati: non un gran progresso per chi si occupa di combattere la povertà. E comunque continuerebbe a far caldo (specialmente in Africa).