• IL DOCUMENTO MINISTERIALE

Ossessione antimafia: lo Stato vuole controllare le omelie

Una parrocchia che si fa tribunale del popolo e un vescovo che diventa procuratore generale obbligato a denunciare il minimo sospetto di mafiosità. E in mezzo sacerdoti come osservati speciali per concorso esterno le cui omelie vengono tenute d’occhio da un osservatorio statale. E' il punto centrale del Tavolo 13 su Religione e Mafia promosso dal ministero e coordinato da Alberto Melloni e che la Cei ha bocciato. Con questo criterio trionfa il sospetto e il pregiudizio, proprio il terreno più fertile perché il potere mafioso cresca e germini i suoi semi di morte.

Una parrocchia che si fa tribunale del popolo e un vescovo che diventa procuratore generale obbligato a denunciare il minimo sospetto di mafiosità. E in mezzo sacerdoti come tanti osservati speciali per concorso esterno le cui omelie vengono tenute d’occhio da un osservatorio statale apposito: tutto deve essere ricalibrato secondo la nuova definizione di Teologia della liberazione dalle mafie, anche la cura d’anime e l’attività pastorale e spirituale. Soltanto la confessione, grazie a una sentenza della Cassazione, per il momento non sarà toccata.

Per tutto il resto lo scenario delineato dalle conclusioni del Tavolo 13 su Religione e Mafia all’interno degli Stati generali del Ministero della Giustizia va nell’ottica di un controllo statale di tutta l’attività ecclesiastica. Facile capire perché il documento – a cui hanno lavorato 13 “esperti” nominati dal Guardasigilli Andrea Orlando e coordinati da Alberto Melloni – è stato bocciato senza appello dal segretario della Cei Nunzio Galantino. Proprio perché sembra di scorgervi una metodologia di controllo da politburo sulle attività e sulla libertà concordataria della Chiesa cattolica italiana. Ma soprattutto perché parte da premesse di sospetto sulla reale percezione che la Chiesa italiana ha del fenomeno mafioso.

Il documento chiede quindi “alle Chiese (ci sono anche le altre confessioni religiose, ma quella Cattolica è “l’imputato” numero 1) qualcosa di molto di più di ciò che finora è stato chiesto”. In particolare che cosa? Una “vigilanza sulle pratiche devozionali e l’esplicitazione della coincidenza peccato/reato nella adesione alle Mafie”. Sembra da parte degli estensori della Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna, che ha avuto nella stesura del documento una larga voce in capitolo per numero di membri e per autorevolezza di componenti, tra cui l’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, sembra che quella delle devozioni pubbliche sia un’ossessione. Complice la letteratura giornalistica fatta di inchini e processioni in favore di boss, molto limitate nel numero e scarsamente documentate a fronte di una terra, il meridione, che di processioni e devozioni vive ancora a differenza del nord Italia, con spirito genuino e sincero di fede di popolo.

Infatti si intima alla Chiesa di “vigilare affinché le espressioni della religiosità popolare non diventino il set su cui inscenare una rappresentazione del potere mafioso con effetti di intimidazione verso le vittime e di seduzione verso i giovani”. Sembrano parole di chi non conosce il sud Italia, dove sicuramente ci sono episodi discutibili ed eccesivi, ma che non corrispondono alla realtà dei fatti. Lo dimostra il fatto che a comprovare le presunte connivenze tra Chiesa e Mafia il lavoro ministeriale non è in grado di elencare che un paio di episodi di sacerdoti, molti anni fa, trovati a celebrare messa in un covo di un boss, un prete arrestato nel ’97 perché palesemente mafioso e pochissimo altro. Tutto il resto è letteratura data per scontata per arrivare ad affermare un postulato del tutto discutibile: la Chiesa non ha fato abbastanza nella lotta antimafia.

Certo, vengono citati esempi luminosi e paradigmatici: don Pino Puglisi, don Peppino Diana, il discorso di Giovanni Paolo II ad Agrigento e la scomunica lanciata ai mafiosi da Papa Francesco. Ma è strano, molto strano, che non si citi l’impegno antimafia del giudice Rosario Livatino, guarda caso servo di Dio. Eppure anche lui è stato un figlio della Chiesa siciliana, fulgido esempio di fede e di lotta alla mafia.

Il documento parla un linguaggio che non appartiene a quello cattolico, più incentrato sulla conversione dei cuori che non sulla resistenza civile. E affronta anche alcuni cenni storici per cercare di spiegare la presunta indifferenza quando non complicità delle strutture ecclesiastiche verso i poteri mafiosi: “Gerarchie ecclesiastiche affaccendate nei decenni della guerra fredda in una viscerale avversione al comunismo hanno favorito e non hanno ostacolato un cattolicesimo imperniato sulla cerimonialità collettiva e sulla devozione ai santi minimizzando la pericolosità quand’anche non favorendola del fenomeno mafioso ai fini di rideclinare in senso anticomunista una nuova societas christiana”. Parole gravi, che di fatto attribuiscono alla Chiesa una sorta di connivenza nel segno dell’anticomunismo.

Insomma: ne esce un quadro di una Chiesa troppo impegnata nella lotta al comunismo e per nulla alla Mafia. Con queste generalizzazioni “savianesche” ne esce umiliato tutto il clero siciliano (di Ndrangheta e Camorra non si parla, anche qui una lacuna). Letteratura, si dirà. Ma presentata con il sigillo governativo dello Stato. Che ora passa a incassare una sorta di tributo che sa di imposizione.

E al primo punto troviamo l’aspetto più inquietante: il monitoraggio della predicazione. “Dallo Stato emerge la poca attenzione che la storiografia ha sinora prestato alla predicazione come fonte sia contro sia a favore delle Mafie nelle comunità di fede”. Ma questo è un dato che accompagna la vita delle comunità sacerdotali alle quali sta più a cuore la conversione del peccatore che la denuncia di questo o quel comportamento sospettoso. Perché non è il suo compito. Capirlo non è difficile, ciononostante si propone di costituire un osservatorio sulla predicazione in Italia, composto, si badi, da giudici e giornalisti per consentire ai responsabili delle comunità di fede nelle quali si suppone vi sia un reclutamento criminale di vigilare e poter intervenire con l’auspicio di atti correttivi risolutivi o di predisporre catechesi su ciò che davvero ha valore per la costruzione del tessuto sociale”. Reclutamento nelle parrocchie? Ma su quali basi? Su quali informative di polizia?

Tradotto: in una parrocchia si sospetta che il parroco non parli a sufficienza della mafia. Allora si mette in moto l’osservatorio dove giudici e giornalisti, notoriamente le due categorie più sensibili al professionismo antimafia dovranno verificare il comportamento del sacerdote. Se questi non soddisferà i criteri, bisognerà intervenire per purgare il pericoloso nemico del popolo. Come? Questo il documento non lo dice, ma è importante che passi il concetto. Il candidato del Pd Andrea Orlando saprà riproporre la tematica all’attenzione del Parlamento.

Con questo criterio trionfa il sospetto e il pregiudizio, proprio il terreno più fertile perché il potere mafioso cresca e germini i suoi semi di morte. Ma soprattutto il controllo sociale sull’attività spirituale di ministri del culto. Sembra di essere tornati nella Repubblica Popolare Tedesca. Ma siamo in una sala del ministero di via Arenula con molti cattolici doc con patente di essere adulti.