• CHI L'HA VISTO?

Non se ne può più di questa TV del dolore

Chi l'ha Visto?

Sette anni fa la trasmissione Chi l’ha visto?, in onda su Rai3, aveva comunicato in diretta alla mamma di Sarah Scazzi che il corpo della figlia, scomparsa giorni prima, era stato ritrovato privo di vita. Il brutale annuncio del delitto di Avetrana aveva fatto registrare un picco di ascolti e la tv del dolore aveva trionfato sul buon senso, sulla ragionevolezza, sul rispetto della dignità dei minori e delle altre persone coinvolte.

Il dramma dell’omicidio di Noemi Durini, a Specchia, vicino Lecce, ha riproposto, tre sere fa, lo stesso canovaccio. I genitori dell’assassino apprendono in diretta, durante la stessa trasmissione condotta da Federica Sciarelli, che loro figlio diciassettenne ha barbaramente ucciso la ragazza sedicenne e ha confessato il delitto. Su Rai 3 è andato in onda un servizio che ha offeso la dignità delle persone coinvolte e provocato uno choc ai telespettatori, testimoni di una tragedia nella tragedia. In Rete le reazioni sono indignate. E’ un coro unanime: "La giornalista avrebbe dovuto interrompere le riprese, il servizio non sarebbe dovuto andare in onda".

La sequenza, in effetti, è stata brutale. I genitori del ragazzo parlavano da casa mentre lui era nella stazione dei carabinieri di Specchia. Il padre Biagio – già indagato con l'accusa di sequestro di persona e occultamento di cadavere - poco prima si era scagliato contro Noemi, dipingendola come una poco di buono, facendo pesanti insinuazioni. L’uomo, apparentemente pacato, aveva raccontato la sua verità e cioè che il figlio aveva accompagnato la fidanzata al campetto e lei era salita su un'altra macchina. Il figlio aveva rassicurato i genitori con una frase apparentemente credibile: "Papà, stai sereno, quando troveranno la ragazza capiranno che io non c'entro niente". 

Poi la giornalista, Paola Grauso aveva comunicato la notizia: "Hanno trovato la ragazza". E il signor Biagio, sollevato, l’aveva interrotta: "Bene, son contento!". Ma quando la giornalista ha aggiunto che la ragazza era morta, la madre e il padre dell’assassino erano sprofondati nella disperazione, paventando anche il rischio di ritorsioni da parte della famiglia di Noemi. "E’ finita, siamo morti", lo sfogo preoccupato dei due durante l’intervista dell’inviata di Chi l’ha visto?

Ma al di là della piega che prenderanno le indagini e a prescindere dalla circostanza che il padre possa aver coperto il figlio nel compimento dell’omicidio e nell’occultamento del cadavere della ragazza, rimane un interrogativo che riguarda tutti i cittadini italiani, fruitori dell’informazione. E’ giusto che la spettacolarizzazione del dolore trovi posto nella tv pubblica, pagata da tutti? Si può definire servizio pubblico un giornalismo del genere? Le oscene riprese nella casa dei genitori del fidanzato di Noemi, che potrebbe essere stata anche il teatro dell’orrendo crimine, assecondano soltanto la curiosità morbosa del pubblico, alimentano brutali istinti di vendetta e istigano ulteriormente alla violenza, oltre che calpestare la dignità delle persone coinvolte, eclissare il dramma della famiglia della vittima, banalizzare l’umana pietas dei telespettatori.

Tempestiva e sdegnata è stata la reazione dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, che ha invitato tutti gli iscritti a rispettare la deontologia. "Il naturale coinvolgimento emotivo – si legge in un comunicato dell’Ordine - non deve violare i principi deontologici, soprattutto quando - come a Specchia - le vicende riguardano persone minorenni". La cosiddetta "Tv del dolore", quando affronta questi argomenti, lo fa declinandoli in un modo che molto concede alla spettacolarizzazione dei drammi personali o collettivi: tutto ciò è vietato dal nostro codice deontologico.  Per questo l'Ordine nazionale dei Giornalisti esorta i colleghi a divulgare le notizie rispettando la verità sostanziale dei fatti. Oltre al "Testo unico dei doveri del giornalista" ricordiamo una delibera dell'Agcom del 2008: "La cronaca deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza, correttezza e imparzialità dell'informazione e di tutela della dignità umana, evitando tra l'altro di trasformare il dolore privato in uno spettacolo pubblico che amplifichi le sofferenze delle vittime e rifuggendo da aspetti di spettacolarizzazione suscettibili di portare a qualsivoglia forma di 'divizzazione' dell'indagato, dell'imputato o di altri soggetti". 

Da quella delibera di quasi dieci anni fa partì un tavolo di confronto tra l’Agcom, l’Ordine dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa e tutte le tv pubbliche e private, nazionali e locali, che arrivò, oltre un anno dopo, nel maggio 2009, alla firma di un Codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione radiotelevisiva delle vicende giudiziarie, passato alla storia come il Codice sui processi mediatici.

La trasmissione Chi l’ha visto? ha nuovamente violato questo Codice, teatralizzando il dolore e anteponendo l’emotività al resoconto sobrio ed essenziale di fatti tragici. Tutto questo, giova chiederselo ancora una volta, è servizio pubblico?