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Non lo sveglia per il Ramadan: padre uccide la figlia

Padre uccide la figlia perché non lo ha svegliato in tempo per il pasto della mattina consumato prima che sorga il sole durante il Ramadan. Non è solo un fatto di cronaca: un musulmano che non rispetta le prescrizioni del pasto o che impedisce a qualcuno di farlo, offende l’Islam e commette una trasgressione gravissima.

In Pakistan, nella provincia del Punjub, un padre ha ucciso la figlia perché non lo ha svegliato in tempo per il Serhi, il pasto della mattina consumato prima che sorga il sole durante il Ramadan, il mese di digiuno durante il quale i musulmani adulti si astengono dal bere e mangiare dall’alba al tramonto. Umme Samina, 18 anni, accampava motivi di salute per non digiunare e già questo doveva aver creato malumore in famiglia, benché sia ammesso che gli ammalati non rispettino la prescrizione. Forse per distrazione o forse di proposito un giorno ha lasciato che suo padre, Gulzar Ahmed, continuasse a dormire oltre l’alba. Quando l’uomo si è svegliato si è arrabbiato al punto da sparare alla figlia uccidendola sul colpo. I quotidiani locali riferiscono che a denunciare l’omicidio è stato lo zio della vittima. Il quotidiano pakistano “Dawn” nel riportare la notizia ricorda un caso analogo verificatori nel 2013. Shabana Parveen, 23 anni, sposata, in visita per qualche giorno ai genitori, è stata uccisa da un fratello arrabbiato perché non aveva cucinato il Sehri in tempo. 

Si potrebbero liquidare questi omicidi come fatti di cronaca, assurde esplosioni di collera di uomini abituati a farsi servire e a essere obbediti, irritati per di più dalla prospettiva di dover affrontare una lunga giornata di astinenza a stomaco vuoto. Ma non è solo questo. Il digiuno nel mese sacro di Ramadan è uno dei cinque pilastri che indicano come i musulmani devono vivere. Cade il nono mese del calendario islamico perché è il mese in cui il Corano è stato rivelato per la prima volta al profeta Maometto. Gli altri pilastri sono la professione di fede, la preghiera, l’elemosina purificatoria e il pellegrinaggio alla Mecca.

Un musulmano che non li rispetta o che impedisce a qualcuno di farlo offende l’Islam, commette una trasgressione gravissima, non può non suscitare indignazione e disapprovazione, tanto più se si tratta di un parente che con il suo comportamento disonora tutti i famigliari. 

I musulmani cercano come comportarsi nei confronti di chi non rispetta le prescrizioni della legge islamica, e quindi prima di tutto i cinque pilastri, nel Corano, parola di Dio increata, scritta sui fogli e discesa sul Profeta, e nella Sunna, l’insieme dei racconti di che cosa ha detto e fatto nel corso della sua vita Maometto l’infallibile, dotato di perfezione sovrumana. Ma Corano e Hadith rispecchiano le fasi della vita di Maometto: il primo periodo, vissuto alla Mecca, durante il quale il Profeta predicava e convertiva convincendo i politeisti ad abbandonare i loro idoli; il secondo, dal trasferimento a Medina fino alla morte, durante il quale Maometto e i suoi seguaci incominciarono a imporre l’Islam, a combattere e discriminare chi rifiutava di convertirsi.  

Sia i “musulmani della Mecca” sia quelli di “Medina” praticano la fede seguendone riti e prescrizioni. A differenziare i musulmani di Medina è la convinzione che per essere un buon musulmano, per meritare il paradiso non bastano la devozione e il rispetto della legge e il jihad, lo sforzo personale a farlo meglio che si può e sempre meglio. Un buon musulmano ha due altri doveri. Il primo è l’impegno a conquistare il mondo all’Islam, a sottometterlo alla volontà di Dio, con la forza se necessario: il jihad diventa guerra santa contro gli infedeli e nelle loro terre, il dar el-harb, la casa della guerra. Il secondo dovere è far sì che nel dar el-Islam, la casa dell’Islam, la legge coranica sia rispettata, quindi controllare gli altri fedeli, costringerli a praticare un Islam immutato, punirli se rifiutano. 

Nei paesi in cui la shari’a, la legge islamica, è la fonte unica o principale della legislazione violarne le leggi può comportare pene e sanzioni definite che si aggiungono alle reazioni individuali e collettive di rifiuto, discriminazione e persecuzione. 

In Algeria, ad esempio, chi mangia in pubblico durante il Ramadan può essere condannato ai sensi di un articolo del codice penale il cui primo paragrafo recita: ““è punibile con la reclusione da tre a cinque anni e una multa da 50mila a 100mila dinari algerini (da 372,5 a 745 euro), o solo una di queste due pene, chiunque offenda il profeta (pace e benedizione siano su di lui) e gli inviati di Dio o denigri il dogma oi precetti dell'islam, sia con la scrittura che con disegni, dichiarazioni o qualsiasi altro mezzo”. Ogni anno spiega Kamel Abderrahmani in un articolo pubblicato il 13 maggio dall’agenzia AsiaNews, “Le violenze contro chi non digiuna”, dei trasgressori vengono arrestati e condannati. Pressione sociale e legge convergono nel porre chi non intende digiunare in una situazione difficile. L’autore riporta la testimonianza di Sarah, un medico di Orano che non digiuna da due anni: “è una lotta quotidiana. Vengo spinta a comportarmi da ipocrita per tutto il giorno e faccio finta di osservare il digiuno”. 

Per contro, l’Arabia Saudita ha assunto una posizione che Abderrahmani definisce un passo incredibile: “secondo una presunta circolare del ministero degli Interni, il principe ereditario Mohammad bin Salman Al Sa'ud invita a rispettare i non-digiunatori e a non danneggiarli. Questa circolare, ovviamente pubblicata in lingua araba e destinata alla polizia dei leader sauditi, riguarda le persone che non osservano il digiuno e lo infrangono in segreto o in pubblico. Mohammad bin Salman precisa che questa decisione è coerente con la visione moderna dell'islam”.