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Nigeria, Boko Haram è "sconfitto". Ma smentisce

Shekau

Il 23 dicembre l’esercito nigeriano ha annunciato la conquista dell’ultima base di Boko Haram nella foresta di Sambisa, un vasto territorio nello stato nord orientale del Borno usato per anni dai jihadisti come nascondiglio. Dopo una serie di sconfitte militari subite nei mesi precedenti, il gruppo si era arroccato nella foresta.

“Adesso che l’ultima base è caduta, i terroristi sono in fuga e non hanno più un posto in cui nascondersi”: così il 24 dicembre il presidente della Nigeria Muhammad Buhari ha commentato la notizia complimentandosi con le truppe che hanno condotto l’operazione per il coraggio, la determinazione e la tenacia dimostrati, ai quali – ha detto – si deve “un risultato straordinario, atteso da tanto tempo e finalmente raggiunto”. Il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Tukur Buratai, ha poi spiegato che la foresta è stata del tutto “bonificata” e ha rivelato che Sambisa verrà trasformata in una base militare il che renderà impossibile il ritorno dei jihadisti: “costruiremo delle strade nella foresta e allestiremo una base militare che servirà da centro di addestramento e di collaudo di nuovi armamenti”. 

Negli ultimi due anni governo ed esercito hanno più volte annunciato la fine di Boko Haram, per essere poi sempre smentiti dai leader del gruppo armato e dai fatti: altri attacchi, altri attentati non solo in Nigeria, ma anche in Camerun, Niger e Ciad, i tre stati che, insieme al Benin, nel 2015 hanno creato una forza militare regionale per combattere i jihadisti. È successo anche questa volta. “Stiamo bene, nessuno ci ha stanati da nessuna parte – dice il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, in un video della durata di 25 minuti diffuso il 29 dicembre – quante volte ci avete già dati per morti e siamo ancora vivi?”. Il portavoce dell’esercito Sani Usman ha replicato che il video è solo propaganda terroristica: “l’esercito nigeriano conferma di aver preso l’ultima roccaforte nota dei terroristi nella foresta di Sambisa”. 

Forse nei prossimi giorni si saprà la verità, ma di sicuro la guerra non è finita. Boko Haram ha altre basi e non solo in Nigeria. A quanto pare nel 2016 il gruppo si è diviso. Da allora Abubakar Shekau è il capo dei miliziani che vivono nella foresta di Sambisa. Gli altri, guidati da Abu Musab al-Barnawi, hanno basi in tutta la regione del lago Ciad. Inoltre, per ammissione dello stesso esercito, gran parte dei combattenti che hanno opposto resistenza all’avanzata delle truppe governative sono riusciti a fuggire in aree vicine al confine con il Niger e con il Ciad. 

Vera o falsa che sia la disfatta dei terroristi, la mattina di Natale, in Camerun, un attentatore suicida si è fatto esplodere in un mercato uccidendo uno studente e una donna. Il giorno successivo due donne hanno tentato di farsi esplodere a Maiduguri, la capitale dello stato del Borno, in un mercato del bestiame. Una però per sbaglio ha attivato il detonatore prima del tempo e allora la folla è riuscita a bloccare l’altra donna e l’ha linciata. Entrambi gli attentati portano la firma di Boko Haram così come altri due messi a segno a dicembre in Nigeria. Il 9 dicembre a Madagali, nello stato nordorientale di Adamawa, due donne, di nuovo in un mercato, si sono fatte esplodere uccidendo 30 persone. L’11 dicembre a Maiduguri due bambine dell’apparente età di 7-8 anni sono anche loro entrate in un mercato, si sono avvicinate a una bancarella e lì sono saltate in aria. L’esplosione ha ucciso una persona e ne ha ferite 18. 

In qualche modo i combattenti Boko Haram si riorganizzeranno, approfittando dell’esistenza di estese aree e di lunghi tratti di confine privi di controllo che in Nigeria e nel resto dell’Africa consentono a cellule jihadiste, bande armate, gruppi antigovernativi, bracconieri, trafficanti di armi, droga ed emigranti clandestini di creare basi e rotte di transito, di rifornirsi di merci e armi e di coordinarsi. Non è escluso che qualcuno cerchi di raggiungere la Libia per unirsi all’Isis. 

Intanto in Nigeria la tensione resta alta. Lo prova il controllo serrato esercitato sulle studentesse liberate da Boko Haram a ottobre, con la mediazione della Svizzera e della Croce rossa internazionale. Le ragazze, 21, tutte cristiane, fanno parte delle oltre 200 rapite dai jihadisti nell’aprile del 2014 in una scuola di Chibok, nel Borno. Dal giorno della loro liberazione sono state tenute in una località segreta. Le hanno portate a Chibok solo nei giorni scorsi, in occasione del Natale. Hanno potuto così vedere i famigliari, ma non è stato consentito loro né di andare a casa e neanche di partecipare con le famiglie alle cerimonie religiose in chiesa il giorno di Natale. Per tutto il tempo sono state ospiti di un politico locale: praticamente recluse, dicono i genitori che si erano illusi di riaverle finalmente a casa. Il governatore del Borno, Kashim Shettima,  ha disposto che per tutto il tempo del loro soggiorno in città fossero scortate da soldati armati e tenute sotto stretta sorveglianza. Il timore è che possano essersi convertite alla causa dei loro rapitori, a cui sono state maritate a forza. Nessuno sa quanti jihadisti e sostenitori di Boko Haram vivano nel nord est, con cui le studentesse potrebbero entrare in contatto. Meglio non correre rischi.