• NICARAGUA

Managua, in piazza in difesa della Chiesa perseguitata

A migliaia sono scesi in piazza, per stringersi attorno alla Chiesa cattolica perseguitata. Succede in Nicaragua, dove il governo sandinista di Daniel Ortega, icona della sinistra rivoluzionaria, si è ben presto trasformato in un regime repressivo. E, soprattutto da questo mese, sta prendendo di mira proprio la Chiesa, accusata di collaborare con l’opposizione.

La manifestazione di Managua in difesa della Chiesa

A migliaia sono scesi in piazza, per stringersi attorno alla Chiesa cattolica perseguitata. Succede in Nicaragua, dove il governo sandinista di Daniel Ortega, icona della sinistra rivoluzionaria, si è ben presto trasformato in un regime repressivo. E, soprattutto da questo mese, sta prendendo di mira proprio la Chiesa, accusata di collaborare con l’opposizione.

Era una grande folla pacifica, con bandiere del Nicaragua e del Vaticano, immagini religiose, foto delle vittime delle proteste, statuine della Madonna e crocefissi. “Giustizia” e “Libertà” erano gli slogan più ricorrenti. A questa folla pacifica, in altre aree della capitale Managua, se ne contrapponevano altre, un po’ meno pacifiche, con le bandiere rosse e nere del partito sandinista, l’Fsln. Alla marcia dei cattolici hanno partecipato cristiani di altre confessioni e non credenti. Tutta l’opposizione si è riunita in difesa di una Chiesa che non chiede altro che dialogo. Perché questo è stato il suo ruolo, dall’inizio delle proteste contro Ortega in aprile: mediare, ospitare i manifestanti che fuggono dalla violenze dei paramilitari e occuparsi dei feriti. “I nostri templi saranno sempre aperti a tutti coloro che ne hanno bisogno”, ha dichiarato ieri monsignor Carlos Aviles, membro della commissione per il dialogo nazionale. “Esiste una aperta persecuzione della Chiesa – ha confermato monsignor Aviles. Il presidente Ortega - ha detto che i vescovi sono i leader del golpe e che chiunque sostenga i dimostranti è un terrorista. Quindi siamo tutti terroristi perché abbiamo aperto le porte alle persone che corrono e fuggono e che sono ferite”.

Le intimidazioni contro la Chiesa sono sempre più numerose. Anche sabato, il cardinale Leopoldo Brenes, assieme al vescovo ausiliare Silvio José Baez, sono stati nuovamente aggrediti dai paramilitari a Diriamba, nella chiesa di San Sebastian. I due prelati hanno subito due aggressioni in meno di un mese, sempre a Diriamba: la prima volta era accaduto il 9 luglio ed era rimasto vittima anche il nunzio apostolico in Nicaragua. Anche questa volta, sabato, si è trattato di qualcosa di più di una semplice intimidazione: spinte, graffi, pugni, accuse urlate in faccia, “assassini”, “traditori”.

Nonostante la violenza governativa, la Chiesa ha ribadito il suo impegno per il dialogo. I vescovi del paese si sono riuniti due volte, il 23 luglio e immediatamente prima delle manifestazioni di ieri, per concordare una linea. I vescovi hanno inviato una lettera al presidente Ortega. Il contenuto della missiva non è pubblico, ma è nota l’intenzione di proseguire nell’opera di mediazione tra il governo e l'opposizione. Lo ha confermato a una fonte dell’agenzia Fides, Mons. Carlos Herrera, vescovo di Jinotega. “È stato deciso di mandare una lettera per essere corretti, e sapere se vuole davvero che continuiamo come mediatori e testimoni”. “E’ stato deciso alla riunione che la lettera sarebbe stata inviata il più presto possibile. A seconda della risposta, verrà considerato se continuare o meno e valuteremo anche la (ri)convocazione del dialogo” ha sottolineato Mons. Herrera. La Conferenza Episcopale si riunirà oggi, intanto: “quello che abbiamo fatto è essere testimoni del dialogo, in questi giorni sapremo se continueremo”.

La repressione si estende a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, forniscono aiuto ai manifestanti, anche se stanno facendo il loro dovere. Come i 13 medici dell’ospedale pubblico Oscar Danilo Rosales Argüello School, licenziati per aver soccorso e curato manifestanti feriti. Le disposizioni del governo sono tassative: “nessun aiuto ai ribelli”. In totale, circa 40 lavoratori, tra medici, infermieri e personale tecnico, hanno perso il lavoro perché hanno scelto di non rispettare questi ordini.

Nei cento giorni di protesta, scoppiata in aprile contro un’impopolare riforma del sistema previdenziale e degenerata ben presto in una rivolta contro il presidente Ortega, sono 448 i morti. I dati aggiornati sulle vittime sono contenuti nell’ultimo rapporto dell’Associazione nicaraguense per i diritti umani (Anpdh), presentato ieri a Managua. L’Ong ha accertato l’identità di 399 vittime, ma sta lavorando sul riconoscimento di altri 49 morti tuttora sconosciuti, lavorando su testimonianze, foto e notizie. L’ultima vittima nota è una studentessa brasiliana di medicina, Raynéya Gabrielle Lima. La sua uccisione, per mano dei paramilitari, ha provocato un incidente internazionale: l’ambasciatore del Nicaragua in Brasile è stato convocato dal governo per chiarimenti.

Nonostante tutto, il presidente Ortega, intervistato dalla Fox, afferma che “in Nicaragua non è successo niente, una settimana fa” (quando è stata assediata una chiesa a Managua, inseguendo gli studenti che vi avevano trovato rifugio), che i paramilitari stanno solo rispondendo “alle forze politiche” di opposizione e nel frattempo “non un solo sacerdote può dire di essere stato attaccato dal governo”. Tranne forse il cardinal Brenes e l’ausiliare Baez, ma non li nomina. Gli risponde a distanza il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, che in occasione del vertice di Washington per la libertà di religione dichiara senza mezzi termini: “In Nicaragua il governo del presidente Ortega sta praticamente combattendo una guerra contro la Chiesa cattolica”.