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M5S ora è craxiano: "chi è senza reato scagli la prima pietra"

I 5 Stelle hanno cambiato rotta su quasi tutto, ormai: su Ilva, Tap, Alitalia. Ma adesso sono costretti a far quadrato attorno al ministro Salvini, difendendo la "casta". Il ragionamento che ha fatto Di Maio per giustificarsi ricorda quello di Craxi ai tempi di Tangentopoli: tutti prendono tangenti, nessuno può permettersi di fare la morale.

Luigi Di Maio

Un conto è protestare altra cosa è governare. Il Movimento Cinque Stelle che, a differenza della Lega, non aveva mai governato l’Italia fino al giugno scorso, se ne sta rendendo conto sulla sua pelle. Tantissime giravolte, radicali tradimenti delle promesse fatte in campagna elettorale (vedi Ilva, Tap, Alitalia), moltissima improvvisazione, frequente ricorso al rinvio per non affrontare nodi spinosi che potrebbero far perdere voti. Finora, in otto mesi di governo, si è visto prevalentemente questo nella condotta dei governanti pentastellati.

Ma la sfida sulla quale il Movimento di Beppe Grillo rischia definitivamente di perdere la faccia è quella dello spirito anti-casta. Il “caso Salvini” potrebbe rappresentare la pietra d’inciampo per chi, dopo aver alimentato il vento giustizialista e forcaiolo, ora si ritrova costretto ad appoggiare un membro del governo nella sua battaglia contro le toghe e certo mondo della giustizia. Indipendentemente dal fatto che il Ministro dell’Interno abbia agito correttamente e per il bene del Paese oppure per tornaconto propagandistico personale, egli è accusato di aver commesso reati che prevedono il carcere fino a 15 anni. E sfogliando l’album delle innumerevoli dichiarazioni, anche plateali, che Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e tanti altri esponenti pentastellati hanno pronunciato contro l’immunità e contro i privilegi dei parlamentari e dei politici in generale, si ricava davvero l’impressione che, anche sul versante del rapporto tra giustizia e politica, i Cinque Stelle, pur di salvare la poltrona, siano già pronti a fare marcia indietro.

L’abilità dialettica di Matteo Salvini ha peraltro spiazzato i grillini, che avrebbero preferito la rinuncia all’immunità da parte del leader leghista. Ove lui fosse andato avanti nella sua sfida ai giudici, facendosi processare, avrebbe evitato di mettere in difficoltà gli alleati di governo, che ora dovranno ingoiare l’ennesimo rospo di questa innaturale intesa per il potere: difendere l’impunità di un politico. I parlamentari vicini al Presidente della Camera, Roberto Fico, dopo aver storto il naso sulle battaglie salviniane per la legittima difesa e il decreto sicurezza, non sembrano disposti a mettere il loro nome su una votazione di salvataggio di Matteo Salvini dal processo, che i loro elettori farebbero molta a fatica a digerire. Prevedibile, quindi, una spaccatura all’interno del Movimento.

Stando però alle prime dichiarazioni di Luigi Di Maio e di altri vertici grillini, si intravvede l’ennesima piroetta nella loro linea politica. Verrebbe da parlare di conversione al “craxismo”, inteso come presa d’atto della natura intrinseca del sistema politico, che prevede riti, formule e condizionamenti della “ragion di Stato” difficili da eludere. Pur essendo passati quasi 27 anni dal memorabile discorso di Bettino Craxi alla Camera, in piena Tangentopoli, quando il leader socialista avvertì l’intero Parlamento dello “tsunami” che si sarebbe abbattuto sull’intera classe politica, senza eccezioni di sorta, sembrano ancora risuonare alla mente le sue parole: «E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su appartati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro».

Le fattispecie sono diversissime. All’epoca si parlava di corruzione e finanziamento illecito della politica, mentre oggi il caso Salvini riguarda reati che un ministro avrebbe commesso per difendere i confini nazionali. Ciò non toglie, però, che un parallelismo si possa tracciare. Quel  monito craxiano “chi è senza peccato scagli la prima pietra” si può riattualizzare pensando alle condotte moraleggianti dei grillini, che già in passato hanno dimostrato di usare “due pesi e due misure” (vedi casi Pizzarotti, Raggi e Appendino) in materia giudiziaria. Oggi sono chiamati ad uscire dall’ipocrisia e non possono tirarsi fuori, invocando una verginità rispetto al sistema nel quale peraltro sono forza di governo. Le scelte fatte da Salvini nei giorni della vicenda della nave Diciotti sono state condivise anche da loro. Sbagliato semmai era il loro giustizialismo degli anni passati, che però li ha fatti crescere elettoralmente fino a portarli al governo. Oggi si comportano adattandosi al sistema, esattamente come tutti gli altri.  La profezia craxiana potrebbe quindi avverarsi anche per loro: la storia, anche non troppo tardi, si incaricherà di smontare i loro proclami di “diversità morale”, esattamente come accaduto con i comunisti nelle inchieste di Mani Pulite.