• IMPAZZIMENTO CLIMATICO

L'ultimo allarme dell'Onu: lo stress termico

Un rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) calcola alla precisione quante ore di lavoro si perderanno a causa del riscaldamento globale e lancia il solito allarme. Peccato che il calcolo sia fatto sulla base di un aumento di temperature assolutamente ipotetico.

Una nuova minaccia incombe sul pianeta: lo stress termico. Nel 2030, tra 11 anni, lo stress termico provocherà la perdita di ben il 2,2% delle ore lavorative, pari alla produttività di 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, e danni economici per un valore di 2.400 miliardi di dollari. Queste e altre stime precise sui danni sociali ed economici che l’umanità sta per subire sono illustrate in un rapporto pubblicato il 1° luglio scorso, intitolato “Lavorare in un pianeta più caldo. L’impatto dello stress termico sulla produttività lavorativa e sul lavoro dignitoso”.

Lo stress termico, spiega il rapporto, generalmente si manifesta quando le temperature superano i 35 gradi centigradi in presenza di umidità elevata. Il caldo eccessivo mentre si lavora comporta dei rischi per la salute, riduce l’attività fisica e la resa dei lavoratori e quindi la loro capacità produttiva. L’ “esaurimento termico” si produce quando la temperatura corporea supera i 39 gradi e, oltre a ridurre la produttività, aumenta la frequenza degli errori e degli incidenti sul lavoro.

L’allarme è serio, avverte il rapporto, perché le stime purtroppo sono molto prudenti. In realtà i danni da stress termico potrebbero essere molto maggiori.

Alcuni dei fattori considerati possono infatti cambiare. Ad esempio, spiegano gli studiosi autori del rapporto, i calcoli si basano sulla premessa che le attività dei settori agricolo ed edile si svolgono all’ombra. Questa premessa, dicono, si fonda “in parte sul fatto che nei paesi tropicali circa il 40% delle giornate sono nuvolose, senza sole, e in parte sul fatto che alcune attività, specialmente nell’agricoltura di sussistenza, spesso possono essere rimandate alle ore meno calde del giorno”. Se invece consideriamo che le attività agricole ed edili si svolgano al sole, allora, dicono gli studiosi, “le ore lavorative perse nel mondo nel 2030 salgono al 3,8%, pari a 136 milioni di posti di lavoro a tempo pieno”.

Ma secondo il rapporto il fattore determinante all’origine del problema dello stress termico, dal cui variare tutto dipende, è il global warming causato da emissioni umane di CO2. Le perdite in ore di lavoro e miliardi di dollari sono state calcolate dai ricercatori autori del rapporto nell’ipotesi che la temperatura del pianeta aumenti di 1,5 gradi centigradi da adesso alla fine del XXI secolo. Un eventuale, maggiore aumento ridurrà ancora di più la produttività del lavoro e moltiplicherà i danni.

In sostanza il rapporto consiste dunque in una serie di proiezioni fatte sulla base di una congettura, dell’ipotesi non verificata che si sia in presenza di un fenomeno mai prodottosi prima d’ora: una sensibile variazione climatica di origine antropica, inarrestabile a meno che vi si ponga rimedio.

Il fenomeno inedito esige un altrettanto inedito modo di intervenire. Se finora l’uomo si è impegnato a inventare tecniche utili a contenere i danni di un clima avverso e a massimizzare i frutti di condizioni climatiche favorevoli, adesso deve invece investire quante più risorse possibili – intellettuali, finanziarie… – per modificare il clima stesso, riducendo e idealmente riuscendo a eliminare le emissioni di CO2 di cui è responsabile.

Si capirebbe se un rapporto che elenca nient’altro che proiezioni ricavate da una congettura fosse stato redatto, come tanti altri, da Climate Action Network, da Greenpeace, Earth First o qualsiasi altra organizzazione ambientalista che crede nel global warming e nella sua origine antropica. Sono tutte organizzazioni non governative che ottengono finanziamenti se riescono a convincere qualcuno che esiste un problema, urgente, e che solo loro sanno come risolverlo, senza di che smetterebbero di esistere.  

Ma “Lavorare in un clima più caldo” è un rapporto dell’Ilo, Organizzazione internazionale del lavoro, una agenzia delle Nazioni Unite, l’unica con una struttura tripartita intesa a dare pari rappresentanza e voce a lavoratori, datori di lavoro e governi, in funzione di programmi e politiche comuni, con lo scopo primario di promuovere i diritti sul lavoro, garantire buone opportunità occupazionali, migliorare la previdenza sociale e consolidare il dialogo su  questioni lavorative. 

Ed ecco che una priorità di questo importante organo internazionale, fondato cento anni fa, diventa combattere lo stress termico prossimo venturo: un impegno tanto più pressante, ineludibile perché, si legge nel rapporto, “l’impatto dello stress termico non colpirà in modo uniforme tutte le aree geografiche”. Molto ingiustamente, a patirne meno saranno Europa e America del Nord, proprio le sub regioni più responsabili del presunto global warming antropico, mentre le regioni più seriamente colpite saranno l’Asia Meridionale e l’Africa Occidentale. Dalle proiezioni dell’Ilo risulta che, con un riscaldamento di 1,5 gradi a fine secolo, nel 2030 l’Asia meridionale perderà il 5,3% delle ore lavorative, pari a circa 43 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. L’Africa Occidentale perderà il 4,8% delle ore lavorative equivalenti a nove milioni di posti di lavoro. La perdita di ore lavorative in Europa invece sarà soltanto lo 0,1%.

Il peggio si avrà nel settore agricolo e in quello dell’edilizia, specialmente nelle regioni tropicali e subtropicali, in particolare in quelle densamente popolate. Secondo gli incredibilmente precisi calcoli dell’Ilo, l’83% delle ore lavorative globali nel 1995 sono state perse nel settore agricolo che perderà il 60% di quelle restanti nel 2030. Il 6% sono state perse nel settore edile dove si perderà il 19% del totale mondiale nel 2030.

Lo stress termico inoltre aggraverà le disuguaglianze tra i lavoratori, peggiorando le condizioni di lavoro nelle regioni in cui già sono più precarie e difficili, quindi in Asia, Africa e America Meridionale, e quelle delle donne impiegate nell’agricoltura di sussistenza. Inevitabilmente, si legge ancora nel rapporto, moltiplicherà le masse di emigranti, dalle aree rurali verso i centri urbani, da un paese all’altro, da un continente all’altro. Infine anche la variabile dell’età influirà sull’impatto dello stress termico. “La distribuzione della popolazione per età sarà un fattore determinante sul futuro del lavoro sotto stress termico perché per entrambi i sessi l’invecchiamento incide sulla regolazione della temperatura corporea. Inoltre gli ultra cinquantenni corrono maggiormente il rischio di soffrire di disturbi cardiovascolari”.  

Inutile dire che, per rimediare, per contenere i danni, il rapporto dell’Ilo chiede ai governi, ovviamente in particolare a quelli più ricchi e al tempo stesso più colpevoli, di moltiplicare gli investimenti per sviluppare e attuare politiche capaci di combattere lo stress termico e proteggere i lavoratori... Tutto questo, merita ripeterlo, sulla base di proiezioni che partono da ipotesi non confermate.