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L'Iran a guardia dei diritti delle donne all'Onu

L’Iran parteciperà a un gruppo di lavoro di una commissione Onu che difende i diritti delle donne. Proprio negli stessi giorni in cui la Repubblica Islamica veniva premiata all'Onu con un nuovo ruolo di responsabilità, a Teheran l'avvocatessa Nasrin Sotoudeh è stata condannata a una pesante pena detentiva e corporale. Perché difendeva i diritti delle donne.

Nasrin Sotoudeh

L’Iran parteciperà a un gruppo di lavoro di una commissione Onu che difende i diritti delle donne. Fake news? Pare proprio di no. La notizia che è circolata in sordina negli ultimi tre giorni è confermata dal Journal of the United Nations del 13 marzo. Nella pubblicazione ufficiale si legge che la Commissione sulla condizione delle donne ha nominato la Nigeria e la Repubblica Islamica dell’Iran nel gruppo di lavoro della 63ma sessione della commissione che valuta le denuncia sulla violazione dei diritti delle donne.

La nomina dell’Iran è stata annunciata dall’ambasciatrice irlandese Geraldine Byrne Nason, presidente di turno della Commissione sulla condizione delle donne. Secondo le stesse norme delle Nazioni Unite, la Commissione suddetta si occupa di temi molto delicati. Deve vagliare le denunce su una vasta gamma di violazioni dei diritti delle donne in tutto il mondo, fra cui gli arresti arbitrari, la morte e la tortura di donne in custodia, l’applicazione discriminatoria di punizioni sulla base del sesso, comprese le punizioni corporali e capitali, la violazione dei diritti delle donne che difendono la libertà di espressione e di assemblea, la minaccia o la pressione esercitata sulle donne perché non sporgano denuncia, l’impunità per chi viola i diritti delle donne, i matrimoni forzati, la discriminazione nelle assunzioni sui posti di lavoro, discriminazione delle donne nel diritto ereditario e tante altre accuse di crimini… che l’Iran commette sistematicamente.

Proprio nei giorni in cui l’Iran otteneva un nuovo posto al sole all’Onu, a Teheran veniva condannata a una lunga pena detentiva (più una dura punizione corporale) Nasrin Sotoudeh, specializzatasi nella difesa delle donne dalla repressione del regime. Secondo il giudice Mohammad Moghiseh, presidente della 28a sezione della Corte rivoluzionaria, l’avvocatessa è stata condannata a sette anni, stando a quanto ha dichiarato all’agenzia semi-ufficiale Isna. Stando alle agenzie stampa internazionali, che hanno sentito i familiari dell’avvocatessa, la pena sarebbe molto più pesante: un totale di 38 anni di carcere (5 di una condanna in contumacia per “spionaggio” che sta già scontando e 33 della nuova sentenza) e soprattutto: 148 frustate. Le accuse sono molto pesanti, secondo il codice iraniano: “propaganda contro lo Stato”, “collusione contro la sicurezza nazionale”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione” e per “essere apparsa in pubblico senza hijab”, il velo che copre la testa delle donne.

Contrariamente alla notizia, passata in sordina, della nomina dell’Iran nella Commissione per la condizione delle donne, la condanna di Sotoudeh ha fatto molto clamore. L’avvocatessa è molto conosciuta in Occidente. Come sintetizza Amnesty International: “È il più famoso avvocato del Paese. Vincitrice del premio Sakharov del Parlamento europeo nel 2012, braccio destro della premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, da anni è impegnata per difendere i diritti civili su tutto il territorio iraniano. L’arresto è arrivato a giugno 2018, a cui è seguita la condanna in contumacia a cinque anni di reclusione da parte del tribunale rivoluzionario di Teheran, con l’accusa di spionaggio”. Per Amnesty, la condanna cumulativa a 38 anni di carcere e 148 frustate è la più pesante mai inflitta a un difensore dei diritti umani in Iran.

Nasrin Sotoudeh era anche comparsa nel film Taxi Teheran di Jafar Panahi del 2015, un perseguitato a sua volta. L’opera era infatti stata girata in clandestinità dal regista, condannato nel 2010 a sei anni di reclusione e divieto di girare per vent’anni. Nasrin Sotoudeh dichiarava: “La loro tattica è chiara: rendono la tua vita una prigione. Se non vai in carcere, il mondo esterno è solo una prigione più grande. Trasformano i tuoi amici nei tuoi peggiori nemici, a quel punto devi lasciare il Paese. C’è solo una cosa da fare: fregarsene. Non mettere quello che ho detto nel film, altrimenti verrai accusato di negatività e avrai guai ancora peggiori”.

La prigione è arrivata per circa 7000 iraniani nel corso del 2018, un anno turbolento contraddistinto da proteste sociali, contro il velo delle donne e contro la corruzione del potere. Fra gli arrestati, spesso arbitrariamente, senza mandato e senza processo, figurano studenti, giornalisti, attivisti, difensori dei diritti umani, compresi avvocati, difensori dei diritti delle donne, difensori dei diritti delle minoranze religiose, sindacalisti. Molte sono le donne, prese dalla polizia perché protestavano levandosi il velo islamico, il chador, obbligatorio secondo la legge iraniana sin dal marzo del 1979. Nove persone sono morte in carcere, in circostanze ancora da chiarire. L’Onu, premiando un regime simile, dopo un anno del genere, ha guadagnato in credibilità?