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L’importanza salvifica della Regola della Fede

La Dottrina non genera odio. Sia l’esperienza che la ragione ci dicono che verità e amore stanno insieme e che verità e libertà sono concetti gemelli, mentre invece menzogna e odio, ideologia e violenza, compongono una nefasta alleanza. Affermare il cristianesimo come dogmatico significa dire che esso è fondato sull’autorivelazione storica di Dio. Significa dire che il Verbo fatto carne ci ha trasmesso la pienezza della verità e della vita.

Il cardinal Gerhard Ludwig Muller

Qual è l’importanza della dottrina cristiana per la vita dei fedeli? Alcuni teologi e vescovi presentano un’idea della dottrina che assomiglia fortemente a ciò che propone il filosofo italiano Gianni Vattimo nel suo libro intervista Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo. In quest’opera, il noto pensatore post-moderno esorta la Chiesa cattolica ad abbandonare le affermazioni veritative che essa collega alla fede. Nell’ottica di Vattimo, le verità assolute sono fonte di conflitto e di violenza, mentre invece la vera forza del cristianesimo si trova nella pratica della carità. La famosa affermazione di Aristotele Amicus Plato sed magis amica veritas - Platone è un amico ma la verità è la più grande amica - dovrebbe quindi essere cancellata. È possibile per la Chiesa seguire le indicazioni di Vattimo? È pensabile che la confessione di verità di fede specifiche non sia più necessaria alla salvezza? Oppure c’è una regula fidei - una regola della fede - che contiene il nucleo delle verità rivelate e che tutti i cristiani devono confessare per porsi nel giusto rapporto con Dio e con il prossimo?

La tesi di Vattimo non è né originale né ragionevole. Nel suo Storia naturale della religione (1757), il filosofo scozzese David Hume - in accordo con altri pensatori scettici e agnostici di origine inglese e francese - ha affermato che sulla pretesa cristiana di una verità assoluta gravava la colpa delle devastanti guerre civili che si erano combattute in Gran Bretagna e in Francia. Secondo lui, per trovare una base di una coesistenza pacifica e tollerante tra persone di diversa provenienza, era necessario orientarsi verso un tipo di cristianesimo ridotto alle opere di carità oppure ad una religione e ad una moralità naturali che non si appellavano a nessuna rivelazione soprannaturale. Secondo questa prospettiva, Gesù incarnava l’amore. Egli ha pensato e vissuto una moralità di autentica bontà umana. I dogmi della Chiesa sono considerati come costrutti mentali che permettono al clero di difendere e accrescere il proprio potere. Per i sostenitori di questa opinione, Gesù voleva un cristianesimo libero dai dogmi - ed è precisamente questo tipo di cristianesimo che corrisponde alle esigenze del nostro tempo. Secondo questa prospettiva, oggi abbiamo bisogno di un umanesimo senza metafisica, senza rivelazione, e senza una moralità ostile alla vita. All’inizio del movimento ecumenico, prima e dopo la Prima Guerra Mondiale, veniva spesso menzionato il seguente motto: “La dottrina separa, la vita unisce”.

Più recentemente, l’egittologo Jan Assmann ha portato avanti la tesi che la fede biblica nell’unico Dio aveva soppresso la tolleranza propria del politeismo (cf. The Price of Monotheism). Egli sostiene che il monoteismo per sua natura ammette solamente la confessione nell’unico Dio di Israele, così da reprimere il culto delle altre divinità - insieme ai loro adoratori, se necessario. Eppure si potrebbe domandare se l’identificazione del monoteismo con la violenza e del politeismo con la tolleranza resista ad una verifica empirica. I fatti storici parlano una lingua completamente diversa. Si considerino, per esempio, le persecuzioni che gli ebrei hanno subito a motivo della loro fedeltà all’unico Dio e Creatore di tutto. Il martirio dello scriba Eleazaro e dei sette fratelli (2 Mac 6, 18- 7, 42) è appena un esempio. Lo stesso vale per le persecuzioni dei cristiani sotto l’Impero Romano nel corso dei primi tre secoli del cristianesimo. Ai nostri giorni, ogni anno migliaia di cristiani nel mondo testimoniano con le loro vite la verità che l’amore di Dio è più forte dell’odio del mondo. Essi sono martiri della verità, la verità che è Dio stesso e che si fonda in lui. Chiunque, di fronte alla sofferenza e alla morte dei martiri, affermi che il nuovo monoteismo e la loro confessione di Cristo sia una sorgente di violenza, dimostra un grado di sconsideratezza, che arriva a disprezzare l’umanità. L’accusa che la fede nella verità di un unico Dio implichi una propensione a ricorrere alla violenza, è in se stessa un’espressione di violenza mentale, che in Occidente porta all’aggressione verbale contro i cristiani devoti.

Ma l’identificazione del monoteismo con la violenza non risulta carente solamente nel confronto con una verifica empirica. Essa contraddice anche la logica basilare. La violenza è il solo strumento che la verità non può usare per farsi riconoscere. Dopotutto, la verità è volta alla conoscenza, che si realizza solo quando la verità è liberamente accolta dalla ragione. Pertanto, per aiutare qualcuno a raggiungere questa conoscenza – per aiutare qualcuno a pervenire alla conoscenza della verità - non è possibile ricorrere alla violenza, ma si devono utilizzare argomenti razionali che cercano di convincere. La verità può essere denunciata come una sorgente di violenza solamente quando si arriva ad affermare in modo apodittico che il relativismo è la sola posizione corretta da tenere di fronte alla verità, che in ultima analisi è inconoscibile.

È invece la menzogna, nella misura in cui non riesce a prevalere con la forza dell’argomentazione, che necessariamente dà origine alla violenza o al rischio della violenza. Oltre a ciò, ci può essere l’attrattiva dei beni mondani a sedurre il credente ad allontanarsi dalla vera fede. Parlando all’ultimo dei fratelli Maccabei, “il re esortava… non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l'avrebbe fatto ricco e molto felice se avesse abbandonato gli usi paterni, e che l'avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato cariche” (2 Mac. 7, 24). Questa scena è attinente ai problemi attuali, come lo è la reazione del tiranno di fronte alla fedeltà di un vero israelita: “Il re, divenuto furibondo, si sfogò su costui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno” (2 Mac. 7, 39). Come negli ultimi giorni Gesù non aveva minacciato i suoi persecutori, ma aveva pregato per loro mentre pendeva dalla croce, così anche qui possiamo riconoscere il frutto non violento di ogni martirio: “Così anche costui passò all'altra vita puro, confidando pienamente nel Signore” (2 Mac 7, 40).

I critici più acuti delle ideologie totalitarie (come George Orwell in La Fattoria degli animali, Alexander Solzhenitsyn in Arcipelago gulag, o Eugene Kogon in Der SS-Staat) hanno rintracciato il fallimento degli stati particolarmente violenti, come l’Unione Sovietica o la Germania nazista, nelle menzogne sulle quali essi erano edificati. In questi sistemi, la solidarietà con i membri della stessa classe o etnia aveva più valore della verità e del rispetto per la nostra comune umanità. Mielke, Ministro della Sicurezza di Stato della Repubblica Democratica Tedesca, che fu responsabile di centinaia di esecuzioni presso il Muro di Berlino, dovette affrontare domande cruciali nel primo parlamento democraticamente eletto dopo la caduta della Cortina di ferro. Cercando di scusarsi per i suoi misfatti, aveva balbettato: “Ma io vi amo tutti”.

Sia l’esperienza che la ragione ci dicono che verità e amore stanno insieme e che verità e libertà sono concetti gemelli, mentre invece menzogna e odio, ideologia e violenza, compongono una nefasta alleanza. La primordiale esperienza della verità di Dio da parte di Israele è legata alla sua liberazione dal potere di Faraone. Il popolo viene liberato da Dio, il quale fa un’alleanza con lui. Il Dio del monte Sinai, che rivela la verità su di sé dicendo: “Io sono colui che sono” (Es. 3, 14), è anche il Dio dell’esodo, che libera il suo popolo: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es. 20, 2).

Colui che ha creato tutti gli esseri umani vuole anche salvare tutti gli esseri umani. “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tim. 2, 5-6). Dio non è il dittatore prepotente del Cielo che esige una cieca obbedienza, ma il nostro Salvatore, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tim. 2, 4). E i suoi apostoli non vengono come propagandisti di una dottrina terrena di salvezza “con eccellenza di parola o di sapienza” (1 Cor. 2, 1), ma come “ministri della Parola” (Luca 1,2), come i suoi “testimoni fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8), come predicatori e maestri dei gentili “nella fede e nella verità” (cf. 1 Tim. 2, 7).

La verità di Dio in Cristo e nella sua Chiesa resta il fondamento e la sorgente dell’amore di Dio e del prossimo, un amore che è il compimento di tutta la legge. Platone era nel giusto quando subordinava la sua venerazione per Omero alla verità (Repubblica 595bc), e Aristotele applicava questo principio allo stesso Platone, suo maestro (Etica nicomachea 1096a). La sentenza criticata da Vattimo resta irrevocabilmente in vigore: Amicus Plato sed magis amica veritas. Qualsiasi distorsione della relazione tra simpatia soggettiva e verità morale viene esclusa.

L’indicazione di Vattimo alla Chiesa cattolica nasconde una tentazione diabolica che promette un successo solo apparente: se vuoi entrare in contatto con le persone ed essere amato da tutti, fai come Pilato, lascia da parte la verità ed evita la Croce! Gesù avrebbe potuto evitare la morte se solo fosse rimasto concentrato sul suo messaggio relativo all’amore incondizionato del Padre celeste. Perché opporsi al diavolo, il vero sovrano di questo mondo, il “padre della menzogna” e “omicida fin dal principio” (cf Gv. 8, 44)? Cristo stesso è responsabile della sua morte, e la Chiesa non avrà nessuna prospettiva in questo mondo se non seguirà il sentiero della sapienza e del potere mondano! Possiamo rispondere a questa tentazione con la Sacra Scrittura, che ci ricorda il vero messaggio evangelico: “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1 Gv. 1, 5-6). Noi crediamo in Gesù e lo seguiamo perché egli è la Verità. In quanto Verità-in-persona egli costituisce il fondamento e il criterio di ogni verità. Coloro che appartengono a Dio e dimorano in Cristo “conosceranno la verità” e la verità li renderà liberi (cf. Gv. 8, 32). San Giovanni Paolo II disse che se avesse dovuto scegliere di conservare un solo versetto del Vangelo, avrebbe scelto questo.

Quale, allora, l’errore fondamentale dello scetticismo metafisico e del relativismo morale? Potrebbe essere il fatto che essi confondono la verità con la teoria. La teoria sarà certamente sempre qualcosa di lontano dalla vita quotidiana. Al contrario, in Cristo la conoscenza della verità di Dio e l’osservanza dei suoi comandamenti nella vita di ciascuno vanno sempre insieme. In lui “la luce è venuta nel mondo” (Gv. 3, 19). Tutti coloro che giustificano le proprie azioni malvagie odiano la luce e amano le tenebre, nascondendo le loro azioni malvagie dalla luce della verità. Verità e moralità sono interdipendenti. Questa è la novità radicale del cristianesimo. Non ci può essere alcuna contraddizione tra la fede che si confessa e la vita vissuta in conformità con i comandamenti di Dio. “Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv. 3, 21).

La nostra salvezza eterna dipende dalla concreta accettazione delle verità di fede? A questo punto siamo in grado di vedere la risposta alle nostre domande iniziali. Il relativismo riguardo alla verità limita la salvezza alle gioie mondane, al piacere dei sensi, all’appagamento emotivo. Ciò che si perde di vista, allora, è il fatto che Dio è l’origine e il fine degli esseri umani. Egli stesso è il fine della nostra ricerca infinita di verità e felicità. Dimenticando Dio, noi perdiamo il nostro vero essere.

La fede in Cristo contiene già in sé tutte le verità. In Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la fede in lui e la conoscenza di lui diventano un’unica cosa. Egli è l’unica Parola divina che è divenuta carne. Le parole umane che costituiscono l’insegnamento di Gesù sono passate nell’ “insegnamento degli apostoli” (Atti 2,42) e nella dottrina della fede della Chiesa. Esse rendono presente l’unica verità di Dio e ci comunicano la vita divina (cf. Gv. 6, 68). Per questo Gesù può dire ai suoi discepoli allora e oggi: “le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv. 6, 63). Perciò è impossibile separare l’atto di fede dai suoi contenuti, cioè dagli articoli del Credo. La fede non può essere una fiducia formale in una persona che resta per noi sostanzialmente sconosciuta nel suo essere e nella sua essenza, nella sua storia e nel suo destino. Amare una persona significa anche voler conoscere la verità di quella persona. Perciò il contenuto della fede è importante per la nostra salvezza. Gli articoli di fede non trasmettono proiezioni astratte e postulati morali. Essi sono piuttosto una confessione di Dio stesso che nelle sue parole e nelle sue azioni ci comunica se stesso come verità e vita (cf. Dei Verbum 2).

Dio, che è la verità, ci conduce nella verità. Dio ci rivela se stesso. Questo è il motivo per cui la nostra beatitudine dipende anche dalla nostra fede nel Credo della Chiesa che riguarda il Dio Uno e Trino. La nostra confessione battesimale non riguarda il nostro stato emotivo e neppure ciò che Gesù significa soggettivamente per noi o ciò che noi pensiamo che sia: un profeta, un maestro morale, o qualsiasi altra proiezione che gli esseri umani possono inventare nei loro sforzi di giustificare se stessi. Invece ciò che ci viene chiesto nel battesimo è se noi crediamo in Dio Padre che ci ha creato, in Dio Figlio che ci ha redenti e in Dio Spirito Santo che abita in noi e che è Signore e Datore della vita divina. “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb. 11, 1). Perciò “senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano” (Eb. 11, 6). Allora la fede è importante per la salvezza non solo in quanto comporta il credere che Dio ci perdonerà per amore di Cristo, come afferma la dottrina luterana sulla giustificazione. C’è anche un altro aspetto essenziale della fede, ossia la conoscenza di Dio. Questo significa che noi giungiamo alla conoscenza di Dio nelle verità che egli ha rivelato per la nostra salvezza (fides quae creditur). “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rom. 10, 10). Se vogliamo essere salvati, dobbiamo credere “che Gesù è il signore e che Dio lo ha risuscitato da morte” (cf. Rom. 10, 9).

Il Cardinale John Henry Newman ha parlato della distinzione tra il criterio “liberale” di interpretazione della rivelazione cristiana e il criterio “dogmatico”. Il principio liberale accetta le verità che Dio ha rivelato in Cristo solo nella misura in cui sono coerenti con la ragione naturale, corrispondono al sentimento religioso o soddisfano i bisogni della società civile (cf. Apologia, c. 2). Il principio dogmatico, al contrario, è descritto da Newman in questi termini:

“dunque, vi è una verità; vi è una sola verità; l’errore religioso è per sua natura immorale; i seguaci dell’errore, a meno che non ne siano consapevoli, sono colpevoli di esserne sostenitori;… Il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è, quindi, superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla; la verità e l’errore sono posti davanti a noi per la prova dei nostri cuori; scegliere tra l’una e l’altro è un terribile gettar le sorti da cui dipende la nostra salvezza o la nostra dannazione; ‘prima di ogni altra cosa è necessario professare la fede cattolica’; ‘colui che vuole essere salvo deve credere così’ e non in modo diverso;… Questo è il principio dogmatico, che è principio di forza” (Lo sviluppo della dottrina cristiana).

Nel suo cosiddetto Biglietto Speech in occasione della sua elevazione al Cardinalato (1879), Newman spiega di nuovo il significato del liberalismo: “Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro… [Questo liberalismo] è contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che… la religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia… [La religione rivelata] non è affatto un collante della società”.

Affermare il cristianesimo come dogmatico, al contrario, significa dire che esso è fondato sull’autorivelazione storica di Dio. Significa dire che il Verbo fatto carne ci ha trasmesso la pienezza della verità e della vita. Significa affermare che per il potere dello Spirito Santo, la Chiesa, nella sua predicazione e nella sua cura pastorale, rende testimonianza alla verità di Dio, comunicandoci la vita divina nei sacramenti. Perciò “la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati” (Gaudium et spes, 10).