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Libia, hanno creato il caos adesso cercano aiuto

Il segretario di Stato Usa John Kerry, dopo aver forzato il governo italiano a intervenire contro Gheddafi, adesso ci chiede di aiutare a stabilizzare una Libia fuori controllo. Intanto Washington ha schiera a Sigonella le forze d’intervento rapido per evitare una nuova Bengasi.

Obama e Kerry

È il “fronte libico”, non quello siriano o afghano, a creare le maggiori difficoltà in politica estera a Barack Obama e alla sua Amministrazione, accusati di aver nascosto la matrice qaedista dell'attacco dell'11 settembre scorso al consolato di Bengasi in cui venne ucciso l'ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani.

La documentazione mostrata al Congresso, migliaia di e-mail scambiate da ministeri e Agenzie dello Stato in quei giorni, ha evidenziato come la Cia avesse subito definito il ruolo del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, affiliato ad al-Qaeda, in quell’attacco. Ruolo fatto poi sfumare fino a scomparire nelle successive comunicazioni pubbliche.
Il presidente ha difeso ieri il suo ambasciatore all'Onu, Susan Rice, finita sul palco degli imputati per aver affermato che l'attacco era stato innescato da un sollevamento popolare spontaneo in reazione a un film islamofobo girato negli Usa. Di fronte agli attacchi dei repubblicani Obama “l’ha buttata in politica” affermando che le accuse alla sua amministrazione sono dovute a motivi politici e disonorano le vittime dell'attacco.

L’imbarazzo della Casa Bianca è evidente non solo in relazione ai fatti di Bengasi ma nella gestione dell’intero dossier libico rivelatasi un completo fallimento. A un anno e mezzo dalla morte del raìs il Paese nordafricano è fuori controllo: le nuove istituzioni non sono mai riuscite a consolidarsi e oggi non esercitano alcuna autorità dopo che il Parlamento è stato costretto dai miliziani ad approvare una legge che estromette dalla cosa pubblica chiunque abbia avuto a che fare con il regime.
Di fatto la Libia è in mano alle tribù, ognuna delle quali controlla solo piccole porzioni del territorio. In pratica è in preda all’anarchia e al dilagante terrorismo qaedista come dimostrano gli ultimi attacchi alle stazioni di polizia e, ieri, all’ospedale di Bengasi.

In uno scenario che assomiglia sempre di più a quello iracheno fonti d’intelligence libiche rivelano che le milizie di al-Qaeda non sono solo massicciamente presenti in Cirenaica e nella stessa Tripoli ma hanno istituito tre nuovi campi nel deserto meridionale del Fezzan riunendo centinaia di combattenti in fuga dal Malì sotto l’incalzare dell’offensiva francese.

Di fronte a un disastro che è figlio legittimo della guerra contro Gheddafi, voluta e pianificata dagli Stati Uniti con Francia e Gran Bretagna, l’unica iniziativa messa a punto da Washington è lo schieramento nella base siciliana di Sigonella di una forza d’intervento rapido composta da incursori dei Navy Seal e un centinaio dei 550 marines schierati a inizio maggio nella base spagnola di Moròn con aerei cargo C-130 e Osprey per evacuare anche in condizioni difficili diplomatici e cittadini americani ancora residenti a Tripoli e dintorni. Una mobilitazione resa necessaria dalla situazione contingente, ma anche dall’esigenza del Pentagono di riscattare la figuraccia rimediata l’11 settembre scorso quando non aveva nell’area forze di pronto intervento per soccorrere il consolato di Bengasi sotto attacco. La base italiana di Sigonella, fulcro delle operazioni statunitensi in tutta l’Africa, torna ad essere quindi al centro dell’attenzione per i fatti libici due anni dopo il conflitto che oppose la NATO e alcuni Paesi arabi al regime di Gheddafi.

Washington sembra volersi appoggiare sull’Italia anche per cercare di dipanare la matassa libica come ha detto con linguaggio diplomatico il segretario di Stato John Kerry che a Roma ha incontrato la scorsa settimana il neo ministro degli Esteri Emma Bonino. “L’Italia, per il rapporto privilegiato che ha con la Libia, può svolgere un ruolo cruciale per la stabilità del Paese e noi vogliamo lavorare con Roma”. Kerry ha poi aggiunto che “in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità”. Frasi paradossali considerato che la stabilità della Libia l’Italia l’aveva già conseguita con il trattato bilaterale firmato con Gheddafi ed è stata compromessa dalla guerra voluta da francesi e anglo-americani.

Le parole di Kerry dovrebbero lasciare allibiti soprattutto se si tiene conto che fu proprio lui, all’epoca presidente della commissione Esteri del Senato, che nell’aprile 2011 venne a Roma per convincere il premier italiano a mandare anche i nostri jet a bombardare Tripoli.
Silvio Berlusconi, che pochi giorni prima aveva detto che gli aerei italiani non avrebbero mai bombardato la Libia, cedette alle pressioni del duo Kerry/Obama, evidenziando così l’ormai azzerata sovranità nazionale dell’Italia e fornendo un diretto contributo alla disastrosa avventura libica della Nato.
Nei progetti di Washington, Londra e Parigi le bombe dell’Alleanza Atlantica avrebbero dovuto spalancare le porte di Tripoli alla loro influenza diretta scalzando, anche negli affari, il tradizionale ruolo dell’Italia. Invece hanno spianato la strada a qaedisti e salafiti.