• IL CASO DI VERONA

Le ambiguità di un vescovo che non giudica, ma abbraccia

Alla fine l'incontro tra il vescovo di Verona e don Giuliano, sposo a Gran Canaria con un uomo, c'è stato. Tra dichiarazioni di retta dottrina e auguri come "fai la tua strada liberamente" svetta l'immagine dell'abbraccio tra i due. Che i giornali hanno subito interpretato come il ritorno del figliol prodigo. Un'ambiguità pericolosa. 

L’immagine dell’abbraccio tra il vescovo di Verona Zenti e l’ex parroco don Giuliano Costalunga sotto il titolo “sei mio prete” resterà a lungo e probabilmente confonderà molti più fedeli di quanti si volevano confermare con l’incontro dell’altra sera in provincia di Verona. Contrariamente a quanto previsto, alla fine l’incontro tra il pastore veronese e l’ex parroco di Selva di Progno, “sposo” a Gran Canaria al suo collaboratore di vecchia data, c’è stato. Ed è stato un incontro sotto lo sguardo dei fedeli e dei giornali che hanno registrato con dovizia di particolari tutte le posizioni in campo suggellando in quell’abbraccio un’istantanea che sa molto di figliol prodigo al di là delle intenzioni del vescovo.

Dal canto suo l’ormai ex parroco ha chiesto scusa soltanto per non aver tempestivamente avviato la pratica di richiesta di riduzione allo stato laicale. Come se lo scandalo in sé fosse né più né meno che un effetto collaterale per essere più felice.

Zenti ha preso la parola per ribadire quattro punti fermi, che però i giornali hanno sapientemente cucinato. “Sei ancora mio prete”, titolava il quotidiano l’Arena. Una parola forte e ambigua, messa così. In realtà Zenti ha argomentato che “per uscire dallo stato clericale non basta una dichiarazione, occorre fare una richiesta alla santa sede che valuta attentamente il caso”. Insomma, ci sono anche le ragioni del diritto e dato che questo iter canonico non è ancora stato avviato, Zenti ha dovuto ribadire quel “sei ancora mio prete, anche se sospeso a divinis”, che nel linguaggio mediatico però fa ancora così effetto puntando a instillare una sorta di benevola compiacenza del vizio, anche se involontaria, da parte del pastore.

Verrebbe da chiedersi perché piuttosto la diocesi abbia aspettato così tanto prima di avviare una pratica per accelerare la quale ora offre aiuto a don Giuliano. Non è forse anche questo un modo per perpetrare lo scandalo, allungando i tempi e con essi le rivendicazioni a sproposito dello stesso don Giuliano che fino a pochi giorni fa poteva tranquillamente dire che avrebbe celebrato messa in privato anche nella sua nuova condizione di “sposo gay”?

Ma anche quando il pastore ha detto: “Ora, don Giuliano è unito a Paolo con il quale sognava di vivere di un amore autentico. Non ho nessun diritto di giudicare don Giuliano poiché solo Dio che scruta i cuori conosce il travaglio della sua vita”. Subito dopo il vescovo ha chiarito che “tuttavia è mio dovere di pastore e successore degli Apostoli consegnare alla mia gente e ai preti la verità tutta intera, anche quella che riguarda il matrimonio come lo ha progettato Dio” e ha proseguito spiegando la dottrina di sempre sul matrimonio guardandosi bene però dal dire alcunché sulla condizione di chi pratica i cosiddetti atti omoerotici.

Sufficiente per far dire ai giornali che Zenti dice di “non aver nessun diritto di giudicare le scelte di don Giuliano”, comodo appiglio per sdoganare la sua nuova vita di prete e sposo gay. Anche qui, qualche parolina facilmente accomodata, semmai però il problema non è giudicare don Giuliano, ma giudicare la sua decisione tenendosi lontano dal rischio di accomodare e presentare la proposta cristiana sull’amore umano come una delle tante variabili in campo.

Escono così in maniera contraddittoria espressioni che nei fedeli destano sconcerto. Da un lato “nessuno comunque può arrogarsi il diritto di sentirsi approvato da Dio se il comportamento che assume coscientemente si discosta dal suo progetto” e dall’altro un paterno augurio: “Ricorda don Giuliano, io ti sarò sempre vicino fa la tua strada liberamente, adesso questa vicenda possibilmente si chiuda con buon senso di vicinanza cristiana”. Quale strada? E liberamente poi? E che cosa intendiamo per buonsenso? Non è certo il buonsenso che salva o condanna un uomo per sempre. E’ forse questo il comando di Gesù, quello del buonsenso e di seguire la propria strada liberamente, quando ammoniva il peccatore dicendogli “neanche io ti condanno ma d’ora in poi non peccare più?”.

Di inviti a non peccare l’altra sera non se ne sono sentiti. Anzi, don Giuliano è stato lodato per la sua attività di parroco e per “il suo ministero efficace. Lo dico apertamente, quello che fa parte della verità lo dico tranquillamente”. Un colpo al cerchio, la dottrina e uno alla botte, cioè concedere a don Giuliano una exit strategy che lo mettesse al riparo dal marchio dell’infamia e dello stigma nel segno del giudizio poco caritatevole. Come a dire: sei stato un bravo prete, ora hai fatto una scelta che non posso condividere, ma vai libero per la tua strada.

E’ sembrato piuttosto un abile gioco delle parti dove un vescovo ha ribadito la dottrina cristiana sul matrimonio, ma tenendosi sapientemente lontano dal cuore di tutto: quel terribile vuoto di fede che ha animato decisioni che si sono lasciate incancrenire per troppo tempo gettando nello scandalo i fedeli che sono stati visitati soltanto a giochi fatti quando lo scandalo che già c’era è emerso sulle colonne dei giornali. Un abbraccio malintepretato da figliol prodigo in favor di telecamera e una strada da percorrere liberamente anche quando si avrebbe il dovere di dire che è una strada sbagliata che porterà alla rovina. E' questa la carità nella verità che ci si aspettava?