• IMMIGRAZIONE

Lager immaginari. Come vivono i migranti in Libia

Si tende a considerare la Libia come un territorio pericoloso in cui i migranti vengono uccisi, o rinchiusi nei "lager". Di qui la giustificazione degli sbarchi "d'emergenza" (anche se a farne le spese è la Guardia di Finanza). Ma il rapporto dell'Oim dipinge una realtà libica molto differente. E migliore di quanto normalmente si pensa.

Campo di transito dell'Unhcr al confine libico-tunisino

L’Europa celebra in ogni modo la “capitana“ tedesca della Sea Watch, Carola Rackete, che ha sbarcato clandestini in Italia speronando una motovedetta della Guardia di Finanza e violando le leggi di uno Stato sovrano membro dell’Unione. L’eroina viene celebrata ovunque, convocandola presso la Commissione Ue manco fosse la bambina star ambientalista “Greta”, premiandola con la massima onorificenza del comune di Parigi o addirittura proponendola per il premio Nobel per la Pace.

Tutte testimonianze dirette non tanto dell’affetto nei confronti della “capitana” e della sua causa (se fosse arrivata in un porto tedesco, francese o spagnolo l’avrebbero arrestata o pesantemente multata), quanto dell’ostilità della Ue e dei leader di molti “cosiddetti” partner nei confronti dell’Italia e del suo governo, o almeno della componente leghista. Un’ostilità certo diffusa anche in Italia un po’ per ragioni ideologiche e un po’ perchè la politica dei “porti chiusi” del ministro Matteo Salvini funziona così bene che il business delle coop e Caritas sta andando a rotoli dopo anni di vacche grasse garantite dai governi di centro-sinistra. Neppure le cabale degli ultimi mesi sono servite a invertire la tendenza. Eppure in molti anche all’interno del governo italiano evocavano la battaglia per Tripoli come fattore che avrebbe scatenato nuovi flussi verso l’Italia, che però non ci sono stati probabilmente col rammarico di molti.

In questo contesto in cui ideologia, malafede e interessi diffusi inducono molti a nascondere la realtà e a dipingerne altre “auspicate” ma prive di riscontri oggettivi, non stupisce che i dati dell’ultimo rapporto dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) circa la presenza di migranti in Libia non abbia suscitato né l’interesse né le deduzioni che avrebbe meritato. Dalla 25a edizione del Displacement Tracking Matrix (Dtm) dell'Oim emerge che sono almeno 641.398 i migranti presenti attualmente in Libia. La ricerca potrebbe non essere completa ma di certo va molto vicino ad esserlo perché è stata effettuata setacciando tutti i comuni libici. Un dato che almeno ci conforta sul fatto che la Libia è un paese sicuro, forse non per i tecnici della Farnesina ma almeno per i team dell’OIM che lo hanno attraversato in lungo e in largo.

I migranti provengono da oltre 39 Paesi diversi e risultano presenti in tutti i 100 comuni libici, distribuiti in 565 delle 667 comunità della Libia. Il 9% è rappresentato da minori (circa 58mila), di cui il 34% non accompagnati. Tra gli adulti vi sono circa 84mila donne, il 13%. Il 65% di queste persone proviene dall'Africa sub-sahariana, il 29% dal Nord Africa e il 6% da Paesi asiatici o mediorientali. Come è sempre accaduto nella storia dell’immigrazione in Libia, fin dai tempi di Muammar Gheddafi, il Paese di maggior provenienza è il Niger, con il 21% delle persone identificate, seguito da Egitto e Ciad (15% ciascuno), Sudan (11%) e Nigeria (9%). Il 20% dei migranti identificati risiede nell' area di Tripoli, l'11% in quella di Agedabia e il 9% in quella di Murzuq: un dato rivelatore che i migranti sono andati in Libia essenzialmente per lavorare nel paese nordafricano, non per raggiungere illegalmente l’Italia.

Le aree di Tripoli ma anche quelle petrolifere di Agedabia (all’inizio del Golfo della Sirte) e Muzruq offrono infatti molte opportunità di lavoro, ma non sono certo idonee a prendere il primo gommone in partenza per Lampedusa. Il dato forse più rilevante riguarda però l’alloggio di questi migranti: il 57% dei migranti vive in locali affittati a proprie spese, il 12% in campi informali, il 10% in abitazioni pagate da datori di lavoro, l'8% sul posto di lavoro mentre in rimanenti vivono in alloggi pagati da altre persone mentre sono appena 4mila i migranti che vivono in edifici pubblici e 12mila quelli che abitano in case abbandonate.

E i “lager libici”?  I campi di detenzione in cui Tripoli mette i migranti illegali recuperati in mare dalle motovedette libiche e che ospiterebbero oggi meno di 5mila persone, vedono la fitta presenza di Ong e agenzie dell’Onu inclusa l’Oim che in un anno mezzo ha già rimpatriato da questi centri con aerei decollati dall’aeroporto di Mitiga oltre 40 mila clandestini. Se i migranti affittano case appena possono permetterselo significa che oggi la stragrande maggioranza di coloro che sono in Libia non punta certo a venire in Italia: lo dice chiaramente non solo la loro distribuzione (da Muzruq e Agedabia non salpano barconi per Lampedusa) ma anche la condizione abitativa di gran parte di queste persone. I dati indicano un grande successo dell’Italia e della politica dell’attuale governo che in un anno ha scoraggiato in modo decisivo anche le partenze dal Sahel.

Eppure per il premier Giuseppe Conte in Libia è in corso "una guerra civile", come ha detto ieri commentando gli scontri intorno a Tripoli tra le forze del generale Khalifa Haftar e il governo di Fayez al-Sarraj, e sull'Italia pende pertanto un'enorme spada di Damocle rappresentata dalla massa di migranti registrata dall’Oim. "La crisi umanitaria è alle porte e già i numeri delle vittime, dei morti e degli sfollati sono molto rilevanti. Io continuerò a premere costantemente e con la massima determinazione presso la comunità internazionale perchè possa recuperare l'unità e la determinazione di imporre agli attori libici il cessate il fuoco e la prospettiva di una soluzione politica. Io invito Al Serraj ad assumersi la responsabilità perchè la crisi umanitaria e situazioni difficili non esplodano in tutta la loro ampiezza".

Un allarmismo che pare, ancora una volta, esagerato. Non solo perché da inizio aprile lo scontro tra milizie tale è rimasto, senza diventare una “guerra civile”. In tre mesi e mezzo i morti sono stati circa 1.050 e i feriti 5.500, dei quali solo un 10% civili, mentre il dato più indicativo riguarda gli oltre 100mila sfollati, cittadini libici che hanno dovuto lasciare le aree periferiche di combattimento per cercare asilo temporaneo in campi attrezzati, presso amici o parenti o in Tunisia, dove solitamente i libici affollano hotel e centri turistici.

A onor del vero anche le spiagge di Tripoli, lontane dalle aree di battaglia, risultano in questi giorni affollate di bagnanti. Per questo appare singolare che a Roma si evochino da tempo flussi migratori su vasta scala in un momento in cui neppure i profughi libici (di cui in Italia ed Europa peraltro ci disinteressiamo, preoccupati solo dei migranti chiusi nei “lager”) cercano di fuggire dal paese mentre tutti i report tecnici riferiscono che per nuovi flussi su vasta scala non vi sarebbero neppure barchini e gommoni a sufficienza. Dopo tanta aria fritta allarmista meglio quindi concludere con un positivo bagno di realtà. Al 12 luglio sono sbarcati quest’anno in Italia 3.165 immigrati illegali contro i 17.551 sbarcati alla stessa data l’anno scorso (meno 81,55%) e i 73.380 sbarcati dal primo gennaio al 27 giugno del 2017 (meno 95,5%).

Un successo senza se e senza ma, certificato dal Ministero dell’Interno che diventa ancora più concreto se si considera che dei clandestini giunti quest’anno via mare in Italia solo 909 sono arrivati dalla Libia (mille da Tunisia, 747 da Turchia, 311 da Algeria e 197 dalla Grecia) e di questi un terzo è stato portato in Italia dalle Ong. Quindi dei 641 mila migranti presenti in Libia meno di mille sono venuti in Italia e altri 4 mila, sempre nel 2019, sono stati soccorsi in mare e riportati indietro dalla Guardia costiera libica. Cioè su 641 mila migranti in Libia in circa 5 mila hanno tentato la traversata del mare e in meno di mille ci sono riusciti. A qualcuno sembrano numeri allarmistici? In realtà sono dati eccezionali nella loro positività. Indicano che dalla Libia le partenze sono sempre meno e i successi dei trafficanti sempre più limitati grazie alle forze navali libiche mentre lo sforzo delle Ong e dei loro sponsor finanziari, politici ed ecclesiastici di riaprire i porti italiani si è rivelato un flop totale.

Un numero così basso di arrivi dalla Libia non si registrava dall’inizio del millennio mentre in termini assoluti un numero così limitato di sbarchi (peraltro di persone in gran parte già destinate al rimpatrio) non si registrava da moltissimi anni. Giusto per ricordarci come andavano le cose coi governi precedenti, nel 2017 sbarcarono in Italia 120mila clandestini, 181 mila l’anno precedente, 153 mila nel 2015 e 170 mila nel 2014.