• IL BELLO DELLA LITURGIA

L'Adorazione dei Magi, nel quadro leonardesco di Dürer

Albrecht Dürer realizzò la sua bellissima Adorazione dei Magi a ridosso del secondo viaggio in Italia. Il quadro è ricco di dettagli piccoli, disseminati ovunque, che denotano la preoccupazione dell'autore a riempire la sua versione del racconto evangelico di rimandi e significati.

Albrecht Dürer, L'Adorazione dei Magi

Al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» Mt 2, 1-2

Albrecht Dürer realizzò la sua bellissima Adorazione dei Magi a ridosso del secondo viaggio in Italia, intrapreso per approfondire le novità dei grandi maestri del Rinascimento nostrano.  E’ Leonardo, per esempio, che si legge tra le righe, anzi, tra le pennellate dello sfondo della tavola probabilmente commissionata, considerate le ragguardevoli dimensioni, da un prestigioso committente. Leonardesca è la soluzione delle arcate a tutto tondo accanto alle rovine, o le piccole figurine a cavallo che si vedono in lontananza. E’ un paesaggio italiano quello qui rappresentato, col castello arroccato e il lago solcato da una piccola imbarcazione.  Era il 1504 quando il pittore concluse l’opera, datandola e firmandola col suo monogramma: Dürer era già stato nel nostro Bel Paese una decina di anni prima.  

Se l’impostazione generale deriva, dunque, da modelli italiani, tutta nordica, invece, è l’attenzione al dettaglio e la precisione con cui il maestro descrive gli ornati e i gioielli dei Magi che Dürer ricava dall’esperienza presso la bottega del padre orafo. I colori sono luminosi e l’atmosfera aulica e solenne è interrotta solo dalla vivacità del Bambino che si protende verso il re inginocchiato davanti a Lui.

I protagonisti della scena sono collocati in primo piano, leggermente rialzati. La Vergine è ritratta di profilo, rivestita da un manto blu che ne accentua la plasticità della figura. E’ seduta davanti a una capanna diroccata, circondata da edifici in rovina, che simboleggiano la caduta delle certezze del mondo pagano con l’avvento dell’era cristiana, mentre presenta il Suo Bambino ai Magi, raffigurati nelle vesti di uomini di età ed etnie diverse, rappresentando in sintesi l’umanità intera accorsa ad adorare il Salvatore.

I loro doni sono stati appena estratti da una borsa aperta dal servitore col turbante, immortalato di scorcio sulla destra: Melchiorre, il più anziano, ha tra le mani uno scrigno su cui compare San Giorgio che lotta col drago, immagine allusiva all’eterno dualismo tra Bene e Male. Contiene oro, che indica regalità, mentre l’incenso, che rimanda al sacerdozio, è recapitato a Gesù da Baldassarre in cui il pittore ritrae se stesso. Gaspare porta in dono mirra, predicendo, dunque, la sofferenza a cui il Figlio di Dio andrà incontro: l’olio aromatico è conservato dentro un reliquiario sormontato da un Uroboro, il mitico e antico serpente che si morde la coda, che sta a significare il tutto che si rigenera.  

Il coleottero, sulla mola di mulino a sinistra, è simbolo di rinascita e resurrezione così come le cavolaie, le due grandi farfalle bianche, una delle quali è posata su un garofano, qui all’inizio della sua fioritura, che ci ricorda la Passione di Cristo. Fauna ma anche flora...la piantaggine nell’angolo inferiore destro richiama il sangue versato da Gesù.

Dettagli piccoli, solo apparentemente irrilevanti, riscontrabili ovunque e disseminati qua e là sulla tavola, confermano da una parte il profondo interesse del pittore nei confronti della natura e dall’altra la preoccupazione a riempire la sua versione del racconto evangelico di rimandi e significati.