• LA SCALATA SAUDITA

La Scala col burqa. Cosa abbiamo rischiato

Sventata la scalata dei sauditi alla Scala di Milano, cosa abbiamo rischiato? Non solo avremmo ceduto un gioiello del nostro patrimonio artistico a un paese grande violatore dei diritti umani, ma avremmo rischiato la censura dei nuovi comproprietari. Già in Germania accade che i turchi impongano riscritture di libretti dell'opera.

Teatro alla Scala di Milano, stampa del 1830

“Esultate! L’orgoglio musulmano sepolto è in mar, nostra e del Ciel è gloria!”: si tratta di uno dei passaggi più emozionanti cantati dal tenore drammatico nell’Otello di Giuseppe Verdi. Chissà come l’avrebbe presa lo sceicco e Ministro della Cultura dell’Arabia Saudita, Badr bin Abd Allah, se fosse andata in porto la “graziosa donazione” di 15 milioni di euro per il Teatro alla Scala. Un pasticcio condotto - forse anche con buone intenzioni - dal Sovrintendente del più grande teatro lirico italiano, l’austriaco Alexander Pereira.

Un acconto di 3 milioni di euro era già stato ricevuto - senza, come pare - il consenso del Consiglio di Amministrazione della Scala che ha poi protestato vibratamente. Questi soldi saranno quindi restituiti. L’accordo prevedeva inoltre lo stanziamento di 100mila euro per l’Accademia, e 7 milioni per l’apertura di un conservatorio per ragazzi e ragazze a Riad. Per l’Arabia Saudita si tratta di spiccioli, una manciata di bruscolini che però avrebbero dato immenso lustro a quel paese,  nella cui ambasciata di Istanbul, è stato recentemente sequestrato, pestato, torturato, ucciso e fatto a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi.

L’episodio ha fatto il giro del mondo tirando l’ennesima secchiata di fango su quello che Amnetsy International definisce “il Paese della crudeltà”, ricordando la guerra da questo portata in Yemen, con l’uccisione di migliaia di civili; la spietata repressione degli oppositori politici; le esecuzioni pubbliche per decapitazione, l’utilizzo della frusta e delle amputazioni; la tortura come strumento punitivo; la discriminazione sistematica delle donne e delle minoranze religiose. Con poco più di 15 milioni di euro, il tempio dell’arte e della cultura italiana avrebbe accolto nel suo Consiglio di Amministrazione uno di questi personaggi.

Spiega Enrico Stinchelli, tenore, critico della vocalità e regista lirico, noto ai più per la conduzione della trasmissione Rai “La Barcaccia”: “Come sempre avviene in Italia, si sono create subito due fazioni, quelli pro e contro la donazione saudita. Innanzitutto la trattativa è stata condotta in modo scorretto anche se Pereira giura di aver informato i membri del Cd’A. Vedremo. Ma soprattutto vi è un discorso di ovvia opportunità che va ben oltre il denaro. Un paese con tanti scheletri nell'armadio tenta di ripulirsi la faccia diventando mecenate della lirica italiana, ma scherziamo? Bisogna smetterla di inchinarsi alle offerte in denaro sempre e comunque. Qui ne va della nostra cultura, della nostra arte e bellezza. Vi immaginate forse il Giappone che accetta fondi cinesi per il suo teatro Kabuki? Noi italiani siamo gli unici a non avere consapevolezza del valore del nostro patrimonio, al contrario, ad esempio, di francesi e tedeschi. Grazie al Cielo qualcosa è cambiato e l’Italia sta rialzando la testa: stiamo vivendo un momento storico molto importante e decisivo per la tutela del nostro patrimonio. Già in Germania, tre anni fa è stato censurato addirittura il Don Giovanni di Mozart. Quando il servo Leporello enumera le conquiste del suo signore: “In Italia seicento e quaranta, in Alemagna duecento e trentuna, cento in Francia, in Turchia novantuna”, le donne turche sono state cambiate in “persiane” per non urtare la sensibilità dei cittadini turchi e islamici residenti in Germania. Il libretto di Da Ponte in versione politically correct!?”.

Ricordiamo poi al Teatro Liceu di Barcellona quando, per non offendere i musulmani, nell’aria del soprano nel Viaggio a Reims di Rossini venne sostituita la parola “croce” con “amore” per non offendere gli islamici: “Come sul Tebbro e a Solima, foriera di vittoria, simbolo di pace e gloria l'amore splenderà". Già il politicamente corretto è ridicolo, i tedeschi lo applicano male, gli spagnoli peggio e gli italiani? Per dare idea della caratura dei nostri scimmiottamenti anglosassoni, basti pensare a quando, pochi anni fa, presso i Musei Capitolini  di Roma, in occasione della visita del presidente iraniano Rohuani, vennero coperti i sederi di Naiadi e Afroditi con teli alla Daniele da Volterra. Conoscendo il coefficente di azzerbinamento nostrano, probabilmente con un saudita alla Scala avremmo completamente riscritto il finale della rossiniana Italiana in Algeri in modo da non far fare una figuraccia a Mustafà, il tonto Bey di Algeri. Per non parlare del Turco in Italia.

Insomma, è del tutto verosimile che per 15 miserabili milioni di euro avremmo dovuto strappare pagine intere di partiture orchestrali e stuprare l’arte lirica europea. Il pericolo sembra – parzialmente  e temporaneamente – scampato, ma questo è solo uno dei tanti casi in cui la nostra cultura viene venduta a trance al miglior offerente. Il libro di Mario Giordano, L’Italia non è più italiana (Mondadori) traccia un profilo raccapricciante in cui si apprende come, nel silenzio, non abbiamo soltanto perso tutto il made in Italy, i grandi marchi della moda, le aziende alimentari, i settori strategici (dalla chimica alla siderurgia), i servizi e le banche: abbiamo perso il meglio delle nostre piccole aziende, quei gioielli di creatività spesso nati nei sottoscala di provincia e diventati leader mondiali nel loro settore. Erano i nostri veri tesori. Ora non sono più nostri. I nuovi proprietari stranieri non sono quasi mai dei padroni, piuttosto dei predoni. “Nel libro –spiega alla Bussola lo stesso Giordano - teorizzo il fatto che in un mondo in cui si può sempre più disporre di capitali stranieri, bisogna avere ben chiaro come difendere il nostro patrimonio. Non è che si può cedere sempre al denaro. In questo caso, si sarebbe prestato il fianco a chi non aveva affatto a cuore il bene della Scala, ma seguiva propri interessi di immagine. Se la logica è quella del denaro, allora la volta in cui gli arabi ci offriranno cento milioni di euro, accetteremo di mettere il burqa alla Madonnina?“.

Per non parlare del clamoroso cortocircuito che si potrebbe creare nel momento in cui degli arabi sauditi dovessero trovarsi a finanziare opere scaligere con le non rare regie “gay friendly”.

(Figuriamoci).

Insomma, pare che il sovrintendente Pereira non solo non legga le notizie di attualità, ma nemmeno i grandi classici. Altrimenti gli sarebbe tornata in mente la celebre frase dell’Eneide: “Timeo Danaos et dona ferentes” (“Temo i Greci anche quando portano doni”).