• EDITORIALE

La povertà più grande è non conoscere Cristo

Gesù maestro

Papa Francesco ha indetto la prima Giornata mondiale dei Poveri, che si terrà il prossimo 17 novembre e per la quale ha già reso pubblico un Messaggio nel quale dice che i poveri bisogna amarli nel concreto. Nella recente sua visita a Bozzolo e a Barbiana, in ricordo di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani, egli ha detto che questi due parroci hanno fatto parlare i poveri. Il nuovo Presidente dei Vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia, all’indomani della nomina a capo della CEI ha rilasciato una lunga intervista ad Avvenire dicendo: «La povertà è la mia maestra di vita». I giornali non ne parlano, ma il Papa sta facendo molta carità personale in giro per il mondo, proprio in aiuto ai poveri. 

Questa presa di posizione della Chiesa di oggi per i poveri va però intesa nel modo giusto, senza concessioni al sociologismo e cercando di assumere una visione evangelica e non sociologica o, meno che meno, ideologica e politica. Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, parlando della beatitudine relativa ai poveri (“Beati in poveri in spirito…”) aveva sottolineato che in quel passo del Vangelo non si parlava della povertà in senso sociologico. In altre parole, chi sta sotto una certa soglia di reddito non automaticamente è più vicino a Dio di uno che sta al di sopra di quella soglia, sebbene si possa dire che Dio ha una vicinanza particolare a chi è nel bisogno. Anche il povero può avere il cuore indurito. Essere poveri non vuol dire essere automaticamente buoni. Essere ricchi non vuol dire essere automaticamente cattivi. Ci sono i poveri che sfruttano i poveri. Ci sono i ricchi che li aiutano.

Bisogna allora che il concetto di povertà sia allargato e fatto respirare. Certo, ci sono i bisogni urgenti che, anche se non sono i più importanti, vanno affrontati e soddisfatti per primi. Nell’uomo non ci sono mai bisogni solo materiali, i bisogni materiali non sono tutto e quindi non bisogna fermarsi lì. La povertà è materiale ma anche morale, intellettuale, spirituale e religiosa. Altrimenti tutti nella Chiesa dovremmo fare solo i volontari per le strade e le piazze del disagio materiale. 

Possiamo addirittura dire che la povertà materiale è la conseguenza delle altre povertà elencate qui sopra e non viceversa. La causa dell’ingiustizia non è la povertà, ma il contrario. La causa dell’ignoranza non è la povertà ma il contrario. La causa dell’immoralità non è la povertà ma il contrario. La causa dell’abbandono di Dio non è la povertà ma il contrario. All’origine di ogni male, anche quello della povertà, c’è il male del peccato, che è portatore poi di infinite povertà sociali e materiali.

La prima e più radicale povertà consiste nel non conoscere Gesù Cristo. Alienato, diceva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, è l’uomo che non conosce Dio. Sostenere che la povertà materiale è la causa principale delle altre povertà vuol dire essere materialisti, anche se per vocazione sociale. 

Difendere la verità, illuminare le menti, educare i giovani al bene, annunciare Cristo … significa aiutare i poveri. La Chiesa non aiuta i poveri solo con la Caritas, ma anche e soprattutto sull’altare e nel confessionale. Niente aiuta di più i poveri dei Sacramenti. L’annuncio del Vangelo è la principale forza di lotta alla povertà. Mettere i poveri al centro non vuol dire che ogni cattolico smetta di fare quanto sta facendo come cattolico. I preti non devono smettere di fare catechesi e di confessare, i religiosi non devono smettere di pregare o di dedicarsi alle attività proprie del loro ordine, le suore di clausura non devono aprire mense per i poveri e smettere la clausura. Ci sarà anche chi farà questo, perché è una cosa urgente e importante, ma l’aiuto della Chiesa ai poveri è più ampio. I riflettori sono puntati soprattutto sui cosiddetti “preti di strada”, ma la Chiesa aiuta i poveri principalmente nella sua azione ordinaria che non va sotto i riflettori e i preti di strada corrono spesso il rischio del sociologismo, quando non sono sufficientemente radicati nell’altra dimensione della lotta alla povertà.

Aiutare i poveri significa anche impegnarsi per le leggi e le politiche e non solo con interventi di sostegno e assistenza. C’è oggi un “interventismo” nella Chiesa che dimentica l’impegno ordinario e a lungo termine per la costruzione di una società secondo il progetto di Dio a vantaggio di attivismi immediati e contingenti. La prima povertà delle famiglie non è quella economica ma la divisione del divorzio provocata anche da leggi e politiche sbagliate. Poveri sono i bambini dati in adozione a coppie omosessuali. I primi poveri sono i bambini che vengono uccisi prima di nascere in modo legale e nell’indifferenza di tutti. I nuovi poveri sono anche i ragazzi ai quali la scuola non insegna il bene ma l’esaudimento dei desideri. La povertà evangelica è aperta a tutti i poveri. Il resto è ideologia.