• MUSICA E DEVOZIONE

La fede ritrovata di Rossini educato da "Don Giuseppino"

Cresciuto fra Illuminismo e Risorgimento, anticlericale dichiarato, Gioacchino Rossini morì da cattolico. Non prima di aver composto lo Stabat Mater e la Petite Messe Solennelle. Una fede che gli derivava dalla sua formazione, dal suo maestro Don Giuseppe Malerbi, che lo iniziò al clavicembalo.

Gioacchino Rossini (disegno di Grevedon)

Individuato in una collezione privata americana, è tornato alla luce il clavicembalo su cui imparò a suonare Gioachino Rossini. «Quel barbaro istrumento», sul quale il compositore nella sua adolescenza si esercitava «quotidianamente» − come leggiamo in una sua lettera del 18 ottobre 1868 − appartenne al suo insegnante, il canonico Giuseppe Malerbi.

«Il Cigno di Pesaro» si trasferì nel 1802 nella paterna Lugo di Romagna e, dopo aver appreso i primi rudimenti di musica dai genitori (essendo il padre trombettista e cornista e la madre una cantante d’opera), conobbe due sacerdoti, tutti e due musicisti di buon livello e animatori della vita musicale lughese: i fratelli Giuseppe e Luigi Malerbi. Il canonico Giuseppe, fu un rinomato didatta ed ebbe tra i suoi allievi il lughese Antonio Chies (futuro cantore della Cappella Musicale Pontificia «Sistina») e specialmente Gioacchino Rossini.

«Don Giuseppino» (come lo chiamava il piccolo Gioacchino) introdusse il giovane alla pratica della tastiera − anche in funzione di quella forma di accompagnamento improvvisato propria dei secoli XVII e XVIII, chiamata «basso continuo» −, allo studio della composizione e soprattutto del canto, in quanto i genitori sognavano per lui la carriera di cantante, che era molto meglio retribuita. Grazie poi alla ricchissima biblioteca musicale dei fratelli Malerbi, a Rossini fu possibile accostarsi a «splendide edizioni delle opere di Mozart, Händel, Bach, Gluck, Haydn e di tutti, o quasi tutti, i nostri classici» (A. Toni, Nuovo contributo allo studio della psiche rossiniana - I canonici Malerbi di Lugo, in Rivista musicale italiana, XVI,1909, p. 277). Tutto questo in quei quattro anni di soggiorno in terra romagnola: un pugno di anni, sì, ma certamente di grande importanza per i suoi buoni successi dell’avvenire. E il fatto che la biblioteca di Malerbi, oggi dispersa, conservasse ancora ai primi del Novecento gli autografi dei primi lavori sacri di Rossini attesta che i legami con l’antico maestro non si spezzarono mai.

Don Giuseppe Malerbi fu aggregato all’Accademia filarmonica di Bologna e all’Accademia romana di Santa Cecilia perché, come raccontano le cronache del tempo «fra gli altri meriti [gli] si deve il vanto di aver iniziato ai misteri musicali l’immortale suo concittadino Gioacchino Rossini» o per il fatto che tra i suoi allievi «basta ricordare il grande suo concittadino Gioacchino Rossini, che da lui fu iniziato ai misteri della scienza musicale» (T. Mantovani, G. Rossini a Lugo e il cembalo del suo maestro Malerbi, Pesaro,1902, pp. 9-10).

Senza un buon restauro quel «gravicembalo o spinetta» rimarrà insuonabile; «però l'importanza storica di questo strumento sale alla mente pensando a quelle fossucce fatte sui tasti dalle mani di quell'uomo nella di cui mente stava già una rivoluzione musicale», come scrisse nel 1876 il dotto Cesare Ponsicchi, accordatore del Regio Istituto Musicale di Firenze (T. Mantovani, ibidem, p. 12). Un compositore che aveva abbandonato la sua attività operistica a soli 37 anni, nel 1829, dopo il successo del Guillaume Tell. Come mai? Per stanchezza, avversione al nuovo gusto musicale, indolenza, salute precaria? O forse per una riflessione sulla sorte che attende le nostre membra, ponendo in discussione le idee che gli venivano dall’educazione anticlericale e da un tempo dominato da tendenze ostili alla Chiesa, tra Illuminismo e Risorgimento? Fino alla morte, a 76 anni d’età, questo «baby pensionato» compose soltanto brevi pezzi di musica vocale e da camera, con l’eccezione di due impegnativi lavori sacri: lo Stabat Mater e la Petite Messe Solennelle.

Dopo aver composto quest’ultima, a 71 anni il musicista sembra essersi riappropriato dei fondamenti della fede e scrive: «Buon Dio, eccola terminata questa povera Messa… Sai bene che sono nato per l’opera buffa! Poca scienza, un po’ di cuore, tutto qui. Sii dunque benedetto e concedimi il paradiso». Parole che sono espressione di un uomo che, sebbene educato in una famiglia giacobina e anticlericale, morì da cattolico, professando la fede cattolica e ricevendo i sacramenti che preparano all'incontro con il Dio vivente: «Non poteva essere senza fede − disse in punto di morte − chi ha musicato lo Stabat Mater». Una fede semplice e tuttavia genuina, il cui seme è stato piantato indubbiamente da persone come don Giuseppe Malerbi.