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La corsa agli armamenti sta accelerando

Il Sarmat, il nuovo super-missile russo

Al Simposio internazionale per il disarmo nucleare indetto in Vaticano, i premi Nobel per la pace redigono un documento che suona come un progetto per rifare il mondo, su basi più eque, onde metterlo al riparo dall’evenienza di una guerra nucleare. Il simposio segue di appena un mese l'assegnazione del premio Nobel per la pace all'Organizzazione non governativa Ican, dedita proprio al disarmo nucleare globale. La sensibilità sul tema è crescente e si può ben capire il perché.

La paura della proliferazione e, di conseguenza, la volontà di costruirsi un proprio deterrente nucleare (o di aggiornarlo e ampliarlo, se c’è già), in questi ultimi cinque anni è più che fondata. Difficile dire chi, per primo, abbia lanciato la nuova corsa agli armamenti. Per misurarne il ritmo, però, basta scorrere le notizie dell’ultimo mese. Solo dell'ultimo mese, non di più: eppure il ritmo di test e annunci di nuovi armamenti parrebbe lungo quanto il programma di un anno intero. La Corea del Nord, dopo aver effettuato un test atomico sotterraneo e altri lanci di prova di missili balistici, probabilmente in grado di raggiungere gli Usa, minacciano di far esplodere un ordigno nucleare sul Pacifico, a scopo dimostrativo. Considerando l’assoluta imprevedibilità e voglia di provocare del dittatore Kim Jong-un, non è da escludere che lo faccia veramente. Il vicino più potente, la Cina, proprio alla vigilia della visita di Stato del presidente americano Donald Trump, ha lanciato un nuovo missile balistico da un sottomarino. Con il nuovo ordigno, la Cina si doterà di un’arma in grado di tenere sotto tiro l’intero territorio degli Stati Uniti.

I colpi di testa nordcoreani e l’exploit della Cina preoccupano non solo gli Usa, ma anche e soprattutto i vicini asiatici. In Giappone, il premier Shinzo Abe, dopo essersi assicurato con le ultime elezioni una super-maggioranza parlamentare, intende cancellare gli ultimi residui di pacifismo nella Costituzione del paese. Obiettivo immediato è quello di poter intervenire anche all’estero (cosa che l’esercito nipponico sta già iniziando a fare), ma la riforma può anche essere volta alla costruzione di un proprio arsenale nucleare, sempre che gli Usa diano luce verde al vecchio nemico. Ma molto più avanti rispetto al Giappone c’è l’altra grande rivale della Cina, l’India, che proprio all’inizio di novembre ha testato il Nirbhay, un missile da crociera (capace di volare come un aereo auto-pilotato) a lungo raggio in grado di trasportare una testata nucleare. Lo scorso ottobre, sempre l’India aveva annunciato di varare, entro la fine dell’anno, un secondo sottomarino capace di portare missili balistici intercontinentali.

I maggiori sviluppi si notano anche nella potenza che possiede il più gran numero di testate nucleari: la Russia. Il 27 ottobre, infatti, è stato testato il nuovo missile balistico intercontinentale (capace di colpire in tutto il mondo), il Sarmat. Questo gigantesco ordigno dovrebbe rimpiazzare il già notevole missile “Satan”, considerato il più potente in assoluto nella Guerra Fredda. Il nuovo missile, secondo le stime pubbliche, potrebbe portare sul bersaglio fino a 13 testate nucleari. Secondo i dati diffusi dalle autorità russe, le nuove testate saranno manovrabili anche alla velocità ipersonica del rientro nell’atmosfera, dunque capaci di eludere possibili difese anti-missile. Contemporaneamente al test del nuovo missile, Mosca ha anche annunciato il prossimo varo di un nuovo sottomarino lanciamissili balistici, il Borei II, più silenzioso ancora rispetto al precedente modello. La nuova unità della marina potrebbe prendere il mare già entro la fine di novembre.

Nel frattempo gli Usa non restano con le mani in mano. La nuova amministrazione Trump promette di rilanciare il deterrente nucleare con nuovi programmi. Nel “menu” potrebbero esserci un nuovo missile balistico intercontinentale oltre a un aggiornamento delle bombe d’aereo (già preventivato dall’amministrazione Obama). Nel frattempo, il Pentagono simula le guerre nucleari del futuro per capire di cosa necessita l’arsenale Usa. La settimana scorsa si sono infatti svolte le manovre Global Thunder, la simulazione di conflitti fra potenze atomiche con scenari di escalation. Il generale David Goldfein, capo di stato maggiore dell’aviazione (da cui dipendono anche i missili balistici intercontinentali con base a terra), in un tour delle basi nucleari statunitensi, ha “stimolato gli uomini a pensare a nuovi modi in cui le armi nucleari potrebbero essere impiegate per deterrenza, o anche in combattimento”. “Ho stimolato il Global Strike Command dell’aviazione al dialogo, al dibattito su domande tipo ‘Come apparirebbe un conflitto convenzionale introducendo un elemento nucleare’ e ‘Noi risponderemmo, in quanto forza globale, se questa escalation dovesse avvenire’?” Lo scenario a cui si pensa con più frequenza, ritenuto il più probabile, è un conflitto fra Pakistan e India. Ma non si esclude neppure lo “scontro fra titani” per eccellenza, quello fra Russia e Usa. “I russi hanno la loro nuova dottrina nucleare – dichiarava ieri a Defense One Joseph Cirincione, presidente dell’autorevole Ploughshares Fund – secondo cui, se iniziassero a perdere una guerra convenzionale, farebbero ricorso alle armi nucleari come colpo di de-escalation. Userebbero per primi le armi nucleari per mostrarci che stanno facendo veramente sul serio, sperando in un nostro successivo disimpegno. Una possibilità, questa, alquanto remota”.