• IL SECONDO OTTOCENTO DA RISCOPRIRE/1

Il secolo del Romanticismo e del Positivismo

Non c’è dubbio che i secoli d’oro della letteratura italiana siano il Trecento e il Cinquecento: il primo dominato in maniera incontrastata dalle tre Corone fiorentine, ammirate ed imitate in tutta Europa, punto di riferimento fisso per secoli per la letteratura successiva; il secondo connotato da quattro giganti del pensiero e della scrittura, Machiavelli, Guicciardini, Ariosto e Tasso.

Seguono al Cinquecento due secoli che non brillano certo in Italia per la qualità della poesia, Seicento e Settecento, per lo più contrapposti tra loro. Finalmente, con il Romanticismo ritorna in auge la poesia. Nell’arco di pochi decenni, dalla prima edizione autorizzata dell’Ortis (1802) al «Tramonto della luna» (1836), tre pilastri della nostra letteratura pubblicano grandi capolavori: solo per addurre esemplificazioni, Foscolo scrive I sepolcri, le Poesie, l’Ortis, Le grazie; Leopardi I canti,  le Operette morali, lo Zibaldone; Manzoni I promessi sposi e l’Adelchi.

Queste opere rimangono emblematiche e segno distintivo della grandezza del Romanticismo italiano, talvolta forse non a sufficienza riconosciuta. In effetti, Leopardi non si definirà mai romantico, ma sempre neoclassico, pur rappresentando il vertice del nostro Romanticismo, mentre Foscolo, nutrito di cultura e sensibilità classiche, lui che aveva la stessa grecità nel sangue per parte di madre, sarà espressione di un grande cuore romantico. L’unico dei tre che prende apertamente posizione a favore del Romanticismo è, come sappiamo bene, il più moderato: proprio quel Manzoni che nella Lettera sul Romanticismo, non apprezza il movimento d’Oltralpe troppo esasperato e incentrato in maniera esagerata sulla passione amorosa.

Se è pur vero che Manzoni resterà come riferimento e sarà venerato in vita come padre della patria fino alla morte nel 1873, la produzione creativa del lombardo si esaurisce con la morte dell’amata Enrichetta Blondel nel Natale 1833 (le altre opere saranno saggi e la «risciacquatura in Arno» dei Promessi sposi). Per l’occasione lo scrittore tenterà per ben due volte di scrivere un inno commemorativo della moglie, senza mai riuscire, però, a portare a termine i componimenti. Nel frattempo, erano già morti Foscolo (nel 1827) e Leopardi (dieci anni più tardi). 

Quali autori prenderanno la loro eredità? A chi passerà il testimone di rappresentante dello spirito patrio e della plurisecolare grandezza poetica italiana? Se pensiamo che i nostri maggiori scrittori di pieno Ottocento sono considerati Carducci e Verga, il primo nato nel 1835, il secondo nel 1840, comprendiamo che per alcuni decenni la poesia e, più in generale, la letteratura non hanno lasciato in Italia segni particolarmente significativi.

Il secondo Ottocento si caratterizzerà per l’influenza del Positivismo nella letteratura, per la nascita del Verismo, per la diffusione del fenomeno avanguardistico della Scapigliatura. Nell’ultimo decennio nel XIX secolo emergeranno due scrittori che diverranno a ragione pieni protagonisti dell’età di passaggio tra l’Ottocento e il Novecento: quel D’Annunzio che con Il piacere (1889) darà avvio all’estetismo anche in Italia e Pascoli che con Myricae (1891) si farà interprete delle istanze innovative provenienti dalla Francia. 

Una lettura più complessiva dell’Ottocento potrebbe vedere il secolo attraversato dalla contrapposizione di due culture opposte: da una parte quella romantica che presenta un’anima positiva nei primi anni e una più cupa e di crisi negli ultimi decenni in cui si assiste alla nascita del decadentismo; dall’altra la cultura positivista. 

Il positivismo può essere considerato un vero e proprio paradigma culturale. L’espressione paradigma culturale viene coniata dal filosofo statunitense T. Kuhn nel saggio La tensione essenziale (1962): «Il paradigma è una costellazione di credenze, valori e tecniche condivise dai membri di una comunità scientifica». In altre parole, potremmo dire che un paradigma culturale include in sé un modo di guardare, di concepire e analizzare la realtà, che contraddistingue una particolare epoca storico-culturale e che è connotato dall’uso di particolari strumenti gnoseologici da applicare in ogni disciplina. 

Il termine «Positivismo» deriva dall’espressione «scienze positive», ovvero le discipline sperimentabili, basate su «fatti» che si possono riprodurre e studiare, quindi, nella loro meccanicità. I positivisti vogliono applicare questo criterio scientifico a tutte le discipline, anche a quelle filosofiche e letterarie (anche al romanzo e al teatro). Quelle che non si prestano all’applicazione del metodo sperimentale perdono il loro statuto ontologico: così, i positivisti si convincono di poter sancire la fine della religione e della metafisica. Un giorno, infatti, tutto l’ignoto sarà conosciuto dalla scienza, secondo questi «padri della modernità».

Un paradigma culturale, è bene dirlo, non tramonta mai del tutto; spesso, le sue apofisi, le sue appendici, approdano in altre epoche e germogliano in nuovi paradigmi. É per l’appunto questo il caso del paradigma illuministico che, a metà dell’Ottocento, ha portato alla nascita di quello positivista. Nella prima metà del Novecento si è poi diffuso il paradigma neopositivista di cui abbiamo traccia ancora oggi, quasi quotidianamente, quando leggiamo notizie relative a scoperte scientifiche che tendono ad interpretare le azioni umane come esclusiva conseguenza di componenti genetiche dell’uomo. Echi profondi di questa lettura scientista (positivista o neopositivista) della realtà si trovano un po’ in tutti gli ambiti. Per questo motivo oggi una disciplina per essere considerata tale deve assurgere al ruolo di scienza, per cui si parla di scienza della comunicazione, di scienze storiche, di scienze politiche, di scienze umanistiche disgregando la tradizionale distinzione tra discipline scientifiche e umanistiche.

Nella prossima puntata vedremo la diffusione del positivismo e la sua influenza sulla cultura e sulla letteratura del secondo Ottocento.