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Il Papa e la luce dei martiri del Giappone

I martiri del Giappone, oggetto di una persecuzione feroce con davvero pochi pari nella storia, sono il modello per la nuova evangelizzazione di un Paese fortemente secolarizzato, dove peraltro i cattolici sono una minoranza esigua (650mila su una popolazione di 120 milioni di abitanti).

San Paolo Miki e compagni martiri

I martiri del Giappone, oggetto di una persecuzione feroce con davvero pochi pari nella storia, sono il modello per la nuova evangelizzazione di un Paese fortemente secolarizzato, dove peraltro i cattolici sono una minoranza esigua (650mila su una popolazione di 120 milioni di abitanti).

Lo ha detto Papa Francesco nella lettera inviata il 14 settembre ai vescovi del Sol Levante in occasione della visita pastorale del cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che si concluderà domani, 26 settembre. «Desidero confidarvi», ha scritto il Pontefice, «che, ogniqualvolta penso alla Chiesa in Giappone, il mio pensiero corre alla testimonianza dei tanti Martiri che hanno offerto la propria vita per la fede. Da sempre essi hanno un posto speciale nel mio cuore: penso a san Paolo Miki e ai suoi compagni, che nel 1597 furono immolati, fedeli a Cristo e alla Chiesa; penso agli innumerevoli confessori della fede, al beato Justus Takayama Ukon, che nello stesso periodo preferì la povertà e la via dell’esilio piuttosto che abiurare il nome di Gesù. E che dire dei cosiddetti “cristiani nascosti”, che dal 1600 fino alla metà del 1800 hanno vissuto in clandestinità pur di non abiurare, ma preservare la propria fede [...]?».

Lo aveva del resto già detto il 20 marzo 2015 allo stesso episcopato giapponese, ricevuto ad limina apostolorum: «La Chiesa in Giappone ha sperimentato abbondanti benedizioni ma ha anche conosciuto sofferenze. A partire da queste gioie e dolori, i vostri antenati nella fede vi hanno trasmesso un’eredità viva che oggi adorna la Chiesa e incoraggia il suo cammino verso il futuro. Tale eredità si fonda sui missionari che per primi raggiunsero queste sponde e proclamarono la Parola di Dio, Gesù Cristo. Pensiamo in particolare a san Francesco Saverio, ai suoi compagni, e a tutto coloro che nel corso degli anni offrirono la propria vita al servizio del Vangelo e del popolo giapponese. La testimonianza a Cristo portò molti di questi missionari, come pure alcuni dei primi membri della comunità cattolica giapponese, a versare il proprio sangue e, attraverso quel sacrificio, recò molte benedizioni alla Chiesa, rafforzando la fede del popolo. Ricordiamo in particolare san Paolo Miki e i suoi compagni, la cui salda fede in mezzo alle persecuzioni divenne un incoraggiamento per la piccola comunità cristiana a perseverare in ogni prova». Aggiungendo: «Quest’anno celebrate un altro aspetto di questa ricca eredità, ossia la comparsa dei “cristiani nascosti”. Anche quando tutti i missionari laici e i sacerdoti vennero espulsi dal paese, la fede della comunità cristiana non si raffreddò. Anzi, i tizzoni della fede che lo Spirito Santo accese attraverso la predicazione di quegli evangelizzatori e sostenne con la testimonianza dei martiri restarono al sicuro, grazie alla sollecitudine dei fedeli laici che conservarono la vita di preghiera e di catechesi della comunità cattolica in una situazione di grande pericolo e di persecuzione».

Di questa epopea gloriosa si sa purtroppo ancora poco; gli stessi cattolici conoscono a mala pena la storia di questi lontani fratelli coraggiosi come non mai. Qualche squarcio si è aperto con la beatificazione di Takayama Ukon (1552-1615), il “samurai di Cristo”, il 17 febbraio scorso. Qualche spiraglio ulteriore lo ha permesso il film Silence di Martin Scorsese, ma lì la vicenda, com’è noto, è controversa, persino scabrosa. È infatti la storia di un’apostasia, dolorosissima, che rischia di scoraggiare. Una volta tanto, però, la realtà è più bella dell’immaginazione. Tra coloro che abiurarono Cristo nel dolore della sofferenza c’è infatti un “infiltrato”; uno, cioè, che fu solamente scambiato per un apostata, ma che invece la fede la conservò.

Nel 1582, su iniziativa del missionario gesuita italiano Alessandro Valignano (1539-1606), tre daimyō giapponesi convertiti al cristianesimo inviarono l’ambasciata Tenshō alle corti d’Europa. La missione diplomatica era composta da quattro giovani giapponesi e dal gesuita portoghese Diogo de Masquita (1551-1614); durò otto anni e mezzo nel corso dei quali incontrò anche i Papi Gregorio XIII (1502-1585) e Sisto V (1521-1590). Al rientro, nel 1590, quei legati vennero accolti come eroi, ma il vento era cambiato. Dal 1587, infatti, il daimyō Toyotomi Hideyoshi (1536-1698) aveva bandito i missionari cristiani, anche nel tentativo di sottomettere gli altri signori feudali convertiti, e presto la tragedia si abbatté violenta. Il 5 febbraio1597 toccò al gesuita san Paolo Miki (1556 ca-.1597) e ad altri suoi 25 compagni, crocifissi a Nagasaki.

Ora, una volta rientrati in patria, i quatto componenti giapponesi della famosa spedizione del 1582 si fecero anch’essi gesuiti. Si è sempre ritenuto, però, che uno di loro, Miguel Chijiwa (1569?-1633) avesse alla fine abbandonato la fede, ma non è così. Nella sua tomba sono state ritrovati i grani (fatti di perline, alcune confezionate in Europa) del rosario con cui fu sepolto. Ecco perché Papa Francesco ammira e ama l’esempio dei martiri e dei testimoni giapponesi: quella che in loro il Pontefice vede e addita a tutti è la santa ostinazione del cattolico che non si arrende, la vocazione del cristiano chiamato a essere sempre niente di meno che un eroe. Piccoli, grandi samurai di Cristo in ogni momento e frangente a prezzo del ridicolo, della persecuzione, della morte. È la spiritualità adatta a questi tempi, la spiritualità cristiana di sempre.