• UNA STORIA DI CONVERSIONE

Il muratore che entrò in chiesa ateo e uscì cristiano

Il vescovo di Carpi con alcune maestranze che hanno lavorato in Cattedrale

Cadde ateo, si rialzò cristiano. Bisogna scomodare la straordinaria conversione dell’ebreo Ratisbonne per mostrare come la Madonna operi ancora oggi questi prodigi. All’ebreo anticlericale poi araldo della Medaglia miracolosa, bastò entrare una sola volta nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Qui, in questo lembo di Emilia rossa e volontà di ferro, ci sono voluti cinque anni, ma il risultato è stato lo stesso: un cuore totalmente rinnovato a contatto con quel Dio che prima non interessava. 

E anche qui, come nella storia di Ratisbonne, il mezzo della conversione è una chiesa. 

Quella chiesa che spesso si trasforma in un’aula per l’affermazione illusoria della propria superiorità umana dimenticando Dio, è invece il luogo che, custodendo il bene più prezioso per l’umanità, è in grado di parlare al cuore dell’uomo non dai muri, ma da quel padrone di casa del quale spesso, affaccendati nel nostro narcisismo, dimentichiamo la presenza o, peggio ancora, ignoriamo la sovranità. 

Siamo a Carpi in provincia di Modena, dove il 2017 fatimita ha portato in dono ai fedeli e al loro vescovo Francesco Cavina il dono della riapertura della Cattedrale dell’Assunta, danneggiata dal tremendo terremoto del maggio-giugno 2012. Doppia festa per la diocesi di Carpi, che in questi cinque lunghi anni ha compiuto con speranza e non senza dolore la lunga traversata nel deserto di chi non ha avuto dove posare il capo né per dormire né per pregare, costantemente alla ricerca di mezzi di fortuna, che nella maggior parte dei casi sono stati i container. Prima l’inaugurazione della Cattedrale con il segretario di Stato Pietro Parolin, poi la visita di Papa Francesco che proprio nella infreddolita e affollata piazza Martiri ha lanciato il suo appello di vicinanza a tutte le popolazioni colpite da terremoti. 

Ma dentro la grande storia della riapertura della Cattedrale e di come il vescovo che la notte della prima scossa era arrivato a Carpi da appena tre mesi sia riuscito a far risorgere dalle macerie il tempio più importante della diocesi, ci sono anche le storie piccole e anonime che non conquistano le prime pagine delle cronache locali, ma che sono invece il segno di una potenza che il braccio di Dio ha spiegato nel nascondimento del lavoro quotidiano. 

Quando le troupe televisive sono entrate a filmare i marmi e le scagliole della piccola San Pietro, nessuno immaginava che quel luogo avesse già parlato ad un cuore in particolare che era ferito come lo sono tutti quelli che sono lontani da Dio, ma che è stato sanato da quelle pietre a loro volta ferite e da lui sanate. Un mistero della misericordia di Dio, se ci pensiamo, che concede il dono più grande della fede a chi con pazienza e laboriosità si è trovato a riparare le ferite del tempio di Dio e ha ricevuto in cambio molto più dello stipendio mensile che gli spettava per quel lavoro. 

Lui è un muratore della cooperativa Cmb di Carpi. Un nome che rimanda ai primi del ‘900 quando le coop non avevano tonalità cromatiche né rosse né bianche e il loro nome, “muratori e braccianti”, rimandava soltanto alla solidarietà del lavoro che si faceva comunità, ma che presto avrebbe assunto una connotazione ideologica molto vicina al partito comunista. 

Ebbene: lui, muratore della cooperativa da una vita, perché la cooperativa da queste parti è come la mamma, ti accompagna ovunque, inizia a prestare la sua professionalità al servizio di quel gigante di pietra dolorante. Un lavoro come un altro, un appalto importante. Inizialmente, appare come una delle tante opere da tirare su. Ma non è così. C’è un fuoco dentro quel tempio che la caduta dei calcinacci non ha spento. Una chiesa non è un supermercato perché dentro vi riaccade sempre un fatto, quello della redenzione dell’uomo. 

Questo il muratore non lo sapeva, ma qualcuno lo stava ad aspettare per prenderlo per mano. Una Madonna in mandorla con i cherubini festanti, che qui è il simbolo della fede popolare e della devozione mariana di un popolo che non ha smesso di pregare nei momenti più bui del post sisma. E’ la statua della Madonna che campeggia sull’altare maggiore del Duomo cittadino che durante i lavori ha fatto compagnia a questo uomo indifferente a Dio, ma già fisicamente così vicino. Quella vicinanza costante con le cose di Dio, con il suo mistero invisibile, ma presente della redenzione che si protrae nei secoli grazie alla messa, ha lavorato, cementando i mattoncini di una domanda di senso che il suo cuore gli poneva. 

Di mattone in mattone, quella fede alla fine si è appalesata ed è diventata un fatto, un’evidenza di cemento armato fin troppo chiara anche gli occhi di questo uomo che, proprio come Ratisbonne, si inginocchiò indifferente col martello pneumatico sul freddo e duro pavimento della chiesa e si rialzò cristiano. 

Quella storia fa ancora commuovere il vescovo Cavina che nel giorno dell’inaugurazione e dedicazione l’ha ricordata ai fedeli e alle autorità, proprio per mostrare che nulla è impossibile a Dio, ricostruire il l tempio di mattoni e soprattutto il tempio dell’anima lontana. «Caro Monsignor vescovo - ha letto Cavina al termine nel corso del saluto al segretario di Stato - in questi ultimi giorni sto cercando di immaginare come sarà per la prima volta che entrerò nella cattedrale come un semplice fedele. Lo so già, essendo un sentimentale, una lacrima di nostalgia bagnerà il mio viso. Mi verranno in mente tutte le emozioni vissute in un’esperienza durata cinque anni e che ha cambiato la mia vita. Auguro a tutti coloro che ne sentono il bisogno una volta entrati in questo luogo sacro di abbandonare aspettative e recriminazioni e di godere unicamente dell’abbraccio della Madonna, l’amore della nostra santa Madre illuminerà il nostro cammino».