• GUERRA E LETTERATURA/VIII

Il grido di Rebora: che cosa redime le atrocità?

Nato a Milano nel 1885, compiuti studi letterari e filosofici all’università, divenuto insegnante e collaboratore di riviste, Clemente Rèbora parte volontario per la Grande guerra e vi partecipa come ufficiale di fanteria sugli altopiani di Asiago e poi a Gorizia. Scrive in una lettera inviata ad Antonio Banfi il 7 dicembre del 1915: «Non chiedermi notizie - la vita […] ch’io lordo nella gora del tempo, è quella di un troglodita che chiude un cuore. Non il pericolo continuo - diviene una triviale monotona abitudine, il macello perpetuo a cui siamo esposti; non tanto nemmeno il patimento fisico (fango e gelo, barbuto e baffuto e rasato in capo come un galeotto – “menzogna”, e sofferenza d’ogni intorno, indicibilmente), ma l’interiore è terribile - e voi non potete farvene idea; “per questo” la guerra continua». 

L’esperienza per il soldato dura poco, perché Rèbora viene riformato in seguito ad un’esplosione ravvicinata, che gli procura un trauma cranico e uno shock. Se nel 1909 si era incrinata in lui la fiducia illuministica nella scienza e nel progresso, ora negli anni della Grande guerra, anche in seguito alla lettura dei grandi scrittori russi e al sempre più spiccato interesse per la religione, si fa sempre più forte la cesura tra reale e ideale, tra quanto accade nel mondo e l’aspirazione ideale dell’animo umano. Nasce così la seconda raccolta Canti anonimi (1922), che segue Frammenti lirici (1913), e che prelude alla conversione al cattolicesimo del 1929, proprio negli stessi anni in cui si converte Ungaretti. Ricevuta la prima comunione e poi la cresima, nel 1931 Rèbora diventa novizio e nel 1936 è nominato sacerdote entrando nell’ordine dei rosminiani. Saranno pubblicate le raccolte Curriculum vitae e Canti dell’infermità, pervase dallo stesso ardore, ma da meno inquietudine. Dopo un periodo di sofferente malattia, una «tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo» per il «vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo», come sarà definito da Gianfranco Contini, muore a Stresa nel 1957.

Della sua significativa e ampia produzione trascegliamo solo un paio di poesie dedicate alla scioccante esperienza della guerra. La prima è il notissimo componimento «Viatico» qui riportato integralmente:

O ferito laggiù nel valloncello
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
Grazie, fratello.

Solidarietà, fratellanza, sacrificio e offerta della vita per un compagno che sta morendo: questi sentimenti sgorgano spontaneamente dal cuore dei soldati, come se qualsiasi maschera, ipocrisia, paludamento retorico si dissolvessero dinanzi alle atrocità e alle violenze. Il poeta le descrive con un espressionismo che è unico nel panorama poetico dedicato alla guerra. «Tra melma e sangue/tronco senza gambe/e il tuo lamento ancora» sono versi che trasmettono più di qualsiasi immagine il senso dell’annientamento della persona e del dissolvimento del corpo, dell’agonia di chi sente la morte avvicinarsi certa, ma paziente, lasciando tutto il peso della sofferenza lacerante. Chi riesce solo ad immaginarsi gli atroci istanti di quel soldato orribilmente mutilato, ma ancor vivo, solo, posto di fronte ad un destino ineluttabile, senza alcun conforto, implorante per questo l’unico possibile conforto dei compagni d’armi? 

Il suo lamento si tramuta, però, in un’imboscata involontaria per i compagni condannati a morire nel disperato tentativo di portare almeno in salvo quel che rimane del corpo. L’auspicio del poeta è che l’agonia del soldato morente possa finire in fretta. Quel soldato approderà finalmente al termine dello spettacolo tragico che sta avvenendo. L’unica consolazione sarà la fine di tutto, di un delirio, di una pazzia che sta tragicamente e orribilmente consumando gli esseri umani di entrambe le fazioni, la vita, la giovinezza, i sogni e le speranze di un’intera generazione.

Il poeta chiede il silenzio, la cessazione dell’agonia, la fine dei lamenti. L’espressione finale «Grazie fratello» è un ringraziamento: l’ultimo saluto ad un compagno che parte, che ha combattuto, che ha condiviso un pezzo del tragitto della vita, che è morto mostrando il vero volto della morte e della sofferenza. Una morte che arriva senza fanfare o trombe di vittoria, ma nel silenzio e nella solitudine. Perché il poeta ha scelto il titolo «viatico» (l’ultimo sacramento, ovvero l’eucarestia in punto di morte), lui che ancora non crede e non è convertito? Forse per sottolineare la sacralità della vita e per apostrofare quella morte che porta via con sé tutto; c’è forse anche l’auspicio in un poeta soldato non ancora convertito che la morte non sia la parola definitiva.

Un’altra poesia emblematica dell’esperienza di Rèbora è «Voce di vedetta morta» dalla raccolta Poesie varie:

C’è un corpo in poltiglia
Con crespe di faccia, affiorante
Sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni
Tu uomo, di guerra
A chi ignora non dire;
Non dire la cosa, ove l’uomo
E la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
Una notte, dopo un gorgo di baci,
Se tornare potrai;
Sòffiale che nulla del mondo
Redimerà ciò ch’è perso
Di noi, i putrefatti di qui;
Stringile il cuore a strozzarla:
E se t’ama, lo capirai nella vita
Più tardi, o giammai. 

Il poeta fa qui parlare una sentinella morta, immersa nel fango, impossibilitata ormai anche ad esprimere il dolore dell’animo e la sofferenza fisica provata. Quest’esperienza, lo attesta esplicitamente la vedetta morta, non sarà comunicabile a nessuno di coloro che non hanno partecipato all’atroce delitto («di guerra/A chi ignora non dire») e che ancora confidano nella vita, non avendo sperimentato l’assurdità e il non senso dell’esistenza. 

L’unica possibilità, se mai ci sarà, di comunicare l’esperienza e la consapevolezza di quei giorni passati al fronte si verificherà in una notte d’amore, quando il soldato, finalmente tornato, potrà sussurrare alla donna che nulla al mondo può redimere la putrefazione dei corpi nel fango e il nulla che ha invaso la vita in quei giorni di guerra. Forse, solo lì, nell’esperienza dell’amore, si potrà trovare una risposta. Forse, solo nella profondità e nella totalità di quel concedersi tutto all’altro, si troverà la forza che si contrappone alla morte. Il poeta non ne è certo.

Il cammino spirituale di Rèbora, specchio del percorso che l’uomo contemporaneo è tenuto a compiere alla ricerca della verità, liberandosi prima del pregiudizio ideologico e culturale razionalista e positivista di cui è imbevuto, approderà negli anni successivi alla guerra al porto della fede. Il poeta verificherà la pretesa della promessa cristiana nella vita ritornando alla propria tradizione, vagliata e corroborata nell’esperienza e nelle prove della vita. 

Così in «Speranza» (da Poesie religiose) Rèbora ammetterà:

Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.

Speravo nel tempo: ma passa, trapassa;

In cosa creata: non basta, e ci lascia.

Speravo nel ben che verrà, sulla terra:

Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.

Fatta l’amara esperienza della delusione, provata perché ha sperato nelle proprie capacità quasi con delirio di onnipotenza, assaporata quando l’amore per le creature ha mostrato tutta la sua precarietà così come l’ideologia («il ben che verrà, sulla terra») ha palesato la sua inconsistenza. Qual è il fondamento della sua speranza, quando tutte le illusioni sono crollate? 

Ecco la certa speranza: La Croce.

Ho trovato Chi prima mi ha amato

E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco,

Gesù, l’Ognibene, l’Amore Infinito

l’Amore che dona l’Amore,

L’Amore che vive ben dentro nel cuore.