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Il gioco di Salvini: una politica dei due forni

Fino a quando durerà il gioco di Salvini? La sua è una politica dei due forni: da una parte governare con i Cinque Stelle in nome del cambiamento, puntando a superare in termini di consensi gli alleati pentastellati; dall’altra, alimentare il sistema di alleanze di centrodestra su cui si reggono i governi di molte regioni. Un equilibrio problematico

Matteo Salvini

L’incontro di ieri a Milano tra il premier ungherese, Viktor Orban e il Ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, è stato giustamente affrontato dai media come uno snodo importante nelle scelte europee in materia di immigrazione. La sintonia tra i due in materia di respingimenti è nota e non a caso la sinistra ha rumoreggiato in piazza durante il colloquio tra i due.

Ma ieri Matteo Salvini ha messo a segno un altro importante colpo della sua strategia di progressivo accreditamento quale futuro premier. Non è un caso che ad incontrare Orban non ci fosse il suo omologo, cioè Giuseppe Conte, bensì il leader del Carroccio. Nella misura in cui il tema dei migranti continuerà ad occupare stabilmente il primo posto dell’agenda politica, tutti gli altri protagonisti della politica nazionale resteranno nell’ombra e lo stesso Presidente del Consiglio, ma anche l’altro vice, Luigi Di Maio, rimarranno stabili nel ruolo di comprimari.

Il disegno di Salvini è quello di sfidare tutto e tutti e di conquistare definitivamente la leadership nazionale, diventando il riferimento dei sovranisti di tutt’Europa che si ribellano alle imposizioni di Bruxelles, ai rigidi parametri finanziari e agli squilibri nei flussi migratori. Si tratta di uno schieramento sovranazionale molto frastagliato e non sempre compatto, ma che appare in grado di usare diverse armi di persuasione e condizionamento, dal possibile rifiuto di versare all’Ue i contributi annuali al veto sul prossimo bilancio pluriennale.

In gioco, quindi, c’è molto di più che il futuro del governo italiano, sempre più appeso al filo sottile del compromesso programmatico tra Lega e Cinque Stelle. In ballo ci sono gli equilibri nel Vecchio Continente e il sistema di alleanze sul quale si è imperniata per decenni la nostra politica estera. Gli strappi continui di Salvini e Di Maio potrebbero far crescere l’autorevolezza del nostro Paese all’estero oppure, per converso, agevolare la Spagna che, dopo la Brexit, senza un’Italia affidabile e in linea con la governance europea, potrebbe diventare una sponda più affidabile agli occhi di Francia e Germania. A provocare disagio in molti osservatori italiani ci sono una serie di elementi. Anzitutto questa virata della nostra politica estera verso posizioni di contestazione dell’operato degli alleati Ue viene sancita da dichiarazioni ufficiali del governo, senza un’effettiva parlamentarizzazione della discussione sul tema. Camera e Senato vengono completamente bypassati, come se l’Italia fosse una Repubblica presidenziale e il baricentro dell’azione politica fosse l’esecutivo anziché il Parlamento.

Un altro particolare che balza all’occhio è l’abilità di Matteo Salvini nel convertire in successi mediatici anche i suoi passi falsi. I migranti sono alla fine sbarcati dalla nave Diciotti, nonostante la sua ostinazione, ma nell’immaginario collettivo è passato il messaggio che ha vinto la linea dura del Ministro dell’Interno, inflessibile difensore dei confini nazionali. La sua aperta sfida ai giudici è servita a stornare l’attenzione dai fatti veri, cioè il non essere riuscito a fermare lo sbarco degli oltre 150 immigrati a bordo.

Pochi analisti politici, infine, evidenziano un elemento di forte contraddizione delle scelte della Lega. Il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, il grillino Danilo Toninelli, nell’annunciare la revisione di tutte le concessioni, ha accusato senza mezzi termini i governi precedenti, in particolare gli esecutivi guidati da Silvio Berlusconi. Nessun commentatore, però, ha fatto rilevare che di quei governi faceva parte anche la Lega, che dunque avallò quelle concessioni. Solo qualche esponente azzurro, come il portavoce di Forza Italia, Giorgio Mulè, ha sottolineato l’imbarazzo con cui i leghisti ascoltavano due giorni fa le parole di Toninelli, ferocemente critico con l’ex Cavaliere.

E allora c’è da chiedersi fino a quando Salvini potrà continuare con questa politica dei due forni: da una parte governare con i Cinque Stelle in nome del cambiamento, puntando a superare in termini di consensi gli alleati pentastellati, diventando il primo partito già alle prossime elezioni europee; dall’altra, alimentare il sistema di alleanze di centrodestra su cui si reggono i governi di molte regioni. Un equilibrismo, il suo, sempre più precario e problematico.