• LO STUDIO

Il fallimento (documentato) del Me Too

Il movimento femminista esploso in conseguenza dello scandalo Weinstein ha prodotto progressi per la condizione femminile? No, anzi pare proprio il contrario. A documentarlo è un lavoro pubblicato sull’Harvard Business Review che ha sondato le ricadute del Me Too in ambito professionale. Fornendo una base empirica a quel che il buonsenso già intuiva.

A distanza di ormai due anni, cosa resta del Me Too? Quale l’eredità del movimento femminista di denuncia delle molestie sessuali contro le donne diffusosi in modo virale a partire dall’ottobre 2017? Ne sono derivati progressi per la condizione femminile nel mondo lavorativo? Sembrerebbe proprio di no. Anzi, la protesta globale innescata con le accuse contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein ha paradossalmente perfino peggiorato la vita alle donne. A scoprirlo è il lavoro di un team di ricerca le cui risultanze sono pubblicate sul numero di settembre e ottobre di Harvard Business Review.

In breve, gli studiosi hanno esaminato due distinti campioni di lavoratori, uno di 152 uomini e l’altro di 303 donne, cui hanno sottoposto sia nel 2018 sia all’inizio di quest’anno una batteria di domande volte a sondare le conseguenze in ambito professionale del Me Too. Ebbene, l’indagine ha rivelato non poche sorprese. Tanto per cominciare perché ha messo a fuoco un dato non banale, ossia la sostanziale corrispondenza tra i sessi in ordine alla consapevolezza di che cosa sia una molestia, diversamente dallo stereotipo secondo cui i maschi faticherebbero a mettere a fuoco il concetto di violenza sessuale. «L’idea che gli uomini non siano consapevoli del loro comportamento è falsa», ha a questo proposito commentato Leanne Atwater, professoressa di management dell'università di Houston, la quale ha pure aggiungo: «Semmai, nel definire le molestie sono sorprendentemente le donne a essere più indulgenti».

Già questa, a ben vedere, è una smentita in piena regola del teorema ideologico soggiacente al Me Too, secondo cui le donne resterebbero assai frequentemente vittime di molestie che gli uomini neppure concepiscono come tali. Balle, secondo questo studio, da cui sono emersi almeno altri tre dati a dir poco rilevanti.

Il primo dato riguarda il fatto che il 10% degli uomini e anche il 10% delle donne sono oggi meno propensi, rispetto a prima, ad assumere personale femminile, in particolar modo se si tratta di donne attraenti. Un secondo dato vede il 22% dei maschi e addirittura il 44% delle donne concordi nel riconoscere un’accresciuta diffidenza maschile, oggi, rispetto alle interazioni sociali extralavorative con la controparte femminile. In altre parole, prima di un appuntamento post lavorativo con le colleghe, foss’anche un semplice aperitivo, oggi gli uomini ci pensano due volte. Un terzo e significativo dato, strettamente collegato al precedente, riguarda una riluttanza maschile più consistente rispetto al passato nell’avere incontri individuali e isolati con donne diverse dalla propria moglie o fidanzata.

Attenzione, non si vuole qui insinuare che di punto in bianco gli uomini siano diventati tutti stinchi di santo; si rileva però come l’ondata del Me Too abbia finito con l’accrescere diffidenza nei confronti proprio del genere femminile anche, come si è visto, da parte delle stesse donne verso le colleghe, tanto che c’è chi parla di «misoginia interiorizzata». Ora, che il femminismo esploso contestualmente allo scandalo Weinstein non fosse esente da critiche, non è in realtà una novità, come provano le prese di distanza – differenti per stile ma simili per contenuti – giunte in questi due anni sia da attrici del calibro di Catherine Deneuve, Brigitte Bardot, Angela Lansbury e Whoopi Goldberg, sia da femministe e autrici radicali come Margaret Atwood, Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser.

Tuttavia, nessuna di queste pur condivisibili critiche poteva vantare una base empirica che invece caratterizza la pubblicazione su Harvard Business Review. Non resta allora che porsi una domanda: come mai il Mee Too ha fallito? Cosa c’è all’origine della diffidenza che esso pare aver creato ai danni delle donne nel mondo lavorativo?

Per rispondere a simili quesiti servirebbe una riflessione più ampia, che la tirannia dello spazio qui impedisce. Possiamo tuttavia osservare che, oggi come ieri, un femminismo che trae la propria ragion d’essere da una visione polarizzata, non cioè armonica ma conflittuale tra i sessi - e che quindi vede l’affermazione femminile possibile solo previo mea culpa maschile -, si configura come un’ideologia destinata a peggiorare il medesimo stato di cose che denuncia. Non è difatti di astio o di competizione bensì di una nuova alleanza che maschi e femmine, oggi, hanno più che mai bisogno sia in famiglia sia fuori per poter riscoprire la ricchezza e la bellezza della loro complementarità.