a cura di Stefano Fontana
  • L'ANNIVERSARIO

I diritti che mancano

Qualche giorno fa si è ricordato il 70mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Anche la Chiesa si è associata alle istituzioni civili in questa commemorazione. Nella Chiesa, anche la COMECE, organismo che raccoglie le conferenze episcopali dei Paesi aderenti all’Unione Europea, lo ha fatto. Ma come? L’immagine che pubblichiamo e che è stata diramata da “Europe-Infos” l’agenzia di stampa della COMECE, ce lo illustra molto bene. Come si può vedere, attorno alla parola diritti ruotano altre parole che esemplificano appunto i diritti. Provate a chiedervi se ne manca qualcuno di molto importante. C’è la libertà di parola e di movimento, c’è il diritto ad associarsi e a ricevere una istruzione, c’è la libertà di stampa e quella di pensiero … ma non c’è il diritto alla vita e ad una famiglia fatta di un uomo e di una donna, manca il “diritto a crescere sotto  il cuore della madre” di cui parlava la Centesimus annus di Giovanni Paolo II.

La COMECE assume l’ottica della convenienza politica e si autocensura sui due più importanti diritti umani. E’ quando succedono queste cose che ci si chiede che differenza ci sia tra la COMECE e l’Unione Europea, tra la Chiesa e il mondo. La Nota della COMECE è dedicata al problema giuridico di stabilire standard omogenei nelle sentenze riguardanti la violazione di diritti umani. Ma prima di questo ci sarebbe da stabilire degli standard per gerarchizzare gli stessi diritti umani, dato che il diritto alla vita e alla famiglia naturale viene prima di quello di stampa o di opinione.

Qui, però, si scoperchia il vero problema dei diritti umani e di tutte le dichiarazioni universali o meno che li elencano. I diritti se non sono preceduti dai doveri si disarticolano e impazziscono. Perfino Simone Weil aveva chiesto una dichiarazione dei doveri verso la persona umana. Tutta la Dottrina sociale della Chiesa, a cominciare dalla critica alla stessa concezione di diritti umani del magistero ottocentesco, si fonda su questo punto: prima i doveri e poi i diritti. I doveri sono la cornice di legittimità dei diritti. Sono veri solo quei diritti che vengono rivendicati per poter svolgere un dovere. La grande differenza tra diritti e doveri è che i primi consistono nell’avere a disposizione qualcosa, i secondo consistono invece nell’essere a disposizione di qualcosa. In altre parole i doveri vengono prima e devono essere accolti, i diritti vengono dopo e possono anche essere prodotti o inventati, trasformando per esempio i bisogni o i desideri in diritti.

Tra le tante forme di impazzimento dei diritti quando non sono collocati nel quadro dei doveri, c’è anche il sovvertimento della loro gerarchia e perfino l’eliminazione di alcuni di essi quando fa comodo. Ci sono diritti che precedono altri diritti: il diritto a vivere precede il diritto ad istruirsi perché il dovere di vivere precede quello di istruirsi. Ci sono diritti che non possono assolutamente essere eliminati dall’elenco perché sono il fondamento di tutti gli altri. Senza questo impianto la commemorazione della dichiarazione del 1948 rimane gravemente monca.