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Hong Kong, tira aria di una nuova Tienanmen

Giornata di fuoco e di bastonate ad Hong Kong. A un mese dalle prime proteste contro la legge sull’estradizione (sospesa, ma non ritirata), i manifestanti pro-democratici, non solo sono stati accolti dai lacrimogeni e dai proiettili di gomma della polizia, ma al ritorno, in una stazione ferroviaria, sono stati aggrediti da una massa di criminali delle triadi. E dietro questo nuovo episodio di violenza potrebbe esserci il regime di Pechino. Che poi potrebbe usare questi disordini come pretesto per intervenire.

Hong Kong, l'ufficio di rappresentanza cinese dopo il passaggio dei manifestanti

Giornata di fuoco e di bastonate ad Hong Kong. A un mese dalle prime proteste contro la legge sull’estradizione (sospesa, ma non ritirata), i manifestanti pro-democratici, non solo sono stati accolti dai lacrimogeni e dai proiettili di gomma della polizia, ma al ritorno, in una stazione ferroviaria, sono stati aggrediti da una massa di criminali delle triadi. E dietro questo nuovo episodio di violenza potrebbe esserci il regime di Pechino.

I fatti di domenica 21 luglio costituiscono un salto di qualità nella stagione delle proteste a Hong Kong. In piazza c’era una massa notevole di cittadini, come sempre da metà giugno in poi. La legge sull’estradizione, si teme, consentirebbe di deportare cittadini di Hong Kong in Cina per sottoporli a processo nel sistema comunista. E’ stata sospesa dalla presidente dell’esecutivo Carrie Lam, che ha ammesso il suo errore, ma non è stata abrogata. Le centinaia di miglia di persone che scendono in piazza ogni fine settimana, 430mila il 21 luglio (138mila, secondo la polizia), sono la dimostrazione che quella legge, benché archiviata, fa ancora paura. Non solo, nella protesta stanno confluendo anche la causa democratica, cioè coloro che vorrebbero l’elezione diretta e per suffragio universale dell’esecutivo e del legislativo, oltre alla causa indipendentista di chi vorrebbe che Hong Kong fosse completamente separata dalla Cina (di cui è formalmente parte integrante dal 1997). Questa domenica, la gran massa di manifestanti era pacifica, ma una minoranza di teste calde ha organizzato una protesta più aggressiva contro l’ufficio di rappresentanza della Cina Popolare, scrivendo con gli spray sulla sua facciata: “Ci avete insegnato voi che le marce pacifiche sono inutili”. La polizia ha reagito duramente contro i manifestanti, con lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il peggio doveva ancora venire. Fuggendo dalla zona più calda della manifestazione e della reazione di polizia, i manifestanti sono stati accolti in periferia da un nuovo tipo di violenza. In una stazione periferica della metropolitana, nell’area di Yuen Long, i passeggeri dei treni sono stati aggrediti a bastonate da una massa di giovani vestiti con magliette bianche. Si trattava, quasi certamente, di membri delle gang della mafia cinese, le triadi, che ad Hong Kong reclutano decine di migliaia di giovani. Gli aggressori hanno picchiato soprattutto i passeggeri vestiti di nero, come il colore indossato dai manifestanti anti-Cina. E hanno colpito quelli che portavano ombrelli, solitamente usati da chi manifesta e vuole sia nascondersi dalle telecamere che proteggersi dai lacrimogeni. Ovviamente, con i metodi spicci, da criminali, non hanno fatto distinzione alcuna fra manifestanti e passeggeri presi a caso. 45 persone sono state ferite, di cui uno versa in gravi condizioni.

Un deputato filo-democratico, Lam Cheuk, ha criticato la mancanza completa di reazione da parte della polizia. Lui stesso è rimasto ferito nel corso dell’attacco. Alvin Yeung, leader del Partito Civico, ha puntato il dito contro le triadi e la criminalità cinese. Carrie Lam, capo dell’esecutivo, ha deplorato l’episodio di violenza, ma al tempo stesso ha condannato i manifestanti che avevano attaccato l’ufficio di rappresentanza del regime di Pechino (dando un colpo alla botte dopo averlo dato al cerchio). Il capo della polizia, Stephen Lo, difende l’operato dei suoi uomini, affermando semplicemente che avessero troppo lavoro da fare, mentre contenevano una manifestazione da mezzo milione di persone. Gli oppositori rispondono constatando, come fa Ray Chan, deputato democratico, che “Hong Kong ha uno dei maggiori tassi di densità di poliziotti rispetto alla popolazione. Dove era la polizia?”.

C’è il fondato sospetto che le gang di Yuen Long fossero non solo d’accordo con il governo, ma anche con Pechino. Per tre validi motivi. Il primo è il metodo, tutt’altro che nuovo per il regime cinese. Per evitare di scatenare le ire della comunità internazionale, Pechino ha sempre meno usato esercito e polizia per il “lavoro sporco” e si è sempre più affidato a criminali comuni o alla criminalità organizzata. Sono numerose le testimonianze di chiese sotterranee e domestiche attaccate da criminali, con la polizia che compare solo all’ultimo (per arrestare i fedeli). E lo stesso avviene in numerosi casi di proteste contadine, quando gli affittuari delle terre non vogliono essere espropriati vengono prima di tutto aggrediti e picchiati da criminali, non da agenti delle forze dell’ordine. Il secondo è storico: le triadi di Hong Kong sono alleate con il regime cinese almeno dal 1989. Come testimonia anche questo boss intervistato dal giornale The New Republic nel 1997, dopo Tienanmen, “La Cina era veramente in crisi. Nessuno la voleva come amica. Io sono andato là, quale grande uomo d’affari di Hong Kong e ho iniziato a farmi amici le persone al vertice, a investire denaro là. E loro hanno apprezzato”. Man mano che la Cina ha aperto spazi agli investitori, le triadi (che nella stessa Cina continentale non sono mai morte sotto il regime comunista) si sono fatte di nuovo strada. Il terzo motivo per pensare che Pechino sia dietro a queste violenze è il tempismo dell’azione-reazione: non appena i manifestanti hanno osato attaccare un’istituzione della Cina Popolare, la reazione delle triadi è arrivata solo poche ore dopo, proprio su quelli vestiti di nero, come i manifestanti anti-cinesi.

Non è da escludere che Pechino usi questi “disordini” proprio per aumentare la pressione. Già da un mese minaccia un intervento diretto a Hong Kong, che ospita una base dell’Esercito cinese. Sperando che restino solo parole e non il preludio di una nuova Tienanmen, 30 anni dopo la repressione di Pechino.