• IL FILM

Gosnell, la lucida follia del dottor aborto

Dopo tre anni di ostacoli di distribuzione, esce negli Usa il film che racconta la vicenda del dottor Kermit Gosnell, condannato per aver effettuato tre omicidi dopo il fallito aborto. Un film scomodo, difficile da girare e da produrre per l'ostracismo del sistema hollywoodiano. E nel quale il medico assume la parte più cinica dell'ipocrita business dell'aborto.

Il 12 ottobre, in 750 teatri statunitensi, è iniziata la proiezione del film Gosnell - Il processo del più grande serial killer d’America, basato sulla storia vera del medico abortista Kermit Gosnell, condannato all’ergastolo nel maggio 2013 per l’omicidio di tre bambini nati vivi dopo il fallito aborto e per l’omicidio colposo di Karnamaya Mongar, una quarantunenne morta nel 2009 in conseguenza di una procedura abortiva, nonché per una serie di altri crimini.

Tra quelli inclusi nella sentenza di condanna, rientrano 21 aborti oltre il limite delle 24 settimane stabilito dalla legge della Pennsylvania e 211 violazioni della norma sul consenso informato che prevede almeno 24 ore prudenziali di attesa (già di per sé un termine minimo, visto che un eventuale e provvidenziale ripensamento porterebbe a salvare almeno la vita di un essere umano) tra la richiesta da parte della donna e l’effettivo svolgersi della procedura abortiva. E questi sono solo i delitti che si è riusciti a dimostrare con certezza, senza contare poi quelli commessi con il favore della legge, sopprimendo chissà quanti bambini nel grembo materno.

Gosnell era divenuto un esperto di aborti a nascita parziale, praticati estraendo tutto il corpo del nascituro ad eccezione della testa, e si serviva di una tecnica che chiamava snipping (dal verbo inglese to snip, «tagliare»): usava cioè delle forbici per recidere all’altezza del collo la colonna vertebrale del bambino ancora vivo, completando poi la procedura di espulsione della creaturina. Questa barbarie si sarebbe ripetuta, stando alle testimonianze dei suoi dipendenti, per «centinaia di volte»; ma solo in tre casi, come detto, si sono trovate le prove tangibili (cioè resti di bambini abortiti tra la ventottesima e la trentaduesima settimana di gravidanza) per incriminare il dottore. Nella sua clinica degli orrori al civico 3801 di Lancaster Avenue, a Philadelphia, Gosnell ha potuto operare per decenni, servendosi di collaboratori privi di esperienza e senza studi di medicina, nonostante nel corso della sua lunga carriera gli fossero state intentate decine di cause per i suoi modi di agire, senza che questo portasse i funzionari pubblici a ritirargli la licenza.

La scoperta delle atrocità che era solito commettere arrivò nel febbraio 2010 quasi per caso, perché frutto di una perquisizione seguita a una lunga indagine che era nata per il sospetto di un uso massiccio e illegale di potenti farmaci. Eppure, malgrado questo diabolico quadro di violenza sui più piccoli, Gosnell non si riteneva colpevole degli atti da lui compiuti perché convinto di aver aiutato le donne. «Non mi pento di quello che ho fatto», raccontò a Steve Volke, autore del libro Gosnell’s Babies. E poi l’efferatezza non gli impediva di fare un ragionamento lucido, per quanto malvagio, che si può sintetizzare così: perché uccidere un bambino entro la ventiquattresima settimana è perfettamente legale e «compassionevole», mentre ucciderlo subito dopo che è nato non lo sarebbe più? Una domanda che rivela tutta l’ipocrisia della cultura abortista dominante, la quale rifiuta di riconoscere che la vita è un continuum e che il nascituro è a tutti gli effetti un essere umano fin dall’istante del concepimento.

Proprio perché il caso Gosnell ha mostrato in tutti i suoi drammi la realtà dell’aborto, il sistema culturale che lo promuove come «libera scelta» ha garantito una a dir poco insufficiente copertura mediatica della vicenda, rendendosi complice dei colossi (come la Planned Parenthood) che speculano sulla soppressione dei bambini. Infatti, grazie all’attivismo dei pro life sui social media, è divenuta celebre una foto scattata nel 2013 al processo di Gosnell che mostrava i banchi quasi completamente vuoti, a dimostrazione della precisa volontà della grande stampa (solitamente rapidissima a lanciarsi su notizie di scandali) di non trattare un tema scomodo per l’ideologia di cui è portatrice.

Non sorprende perciò che la stessa sorte sia toccata al film, prodotto dai coniugi irlandesi Phelim McAleer e Ann McElhinney dopo aver raccolto 2.3 milioni di dollari attraverso la piattaforma online Indiegogo, grazie alle offerte di circa 30.000 persone. Non è stato semplice trovare gli attori disponibili a far parte del cast, visto il timore di venire ostracizzati dall’industria di Hollywood, ma alla fine il film è stato girato e le riprese sono state concluse nell’ottobre 2015. Tre anni fa. Solo nel giugno di quest’anno, una volta superate le difficoltà nel trovare un distributore cinematografico e risolta la causa intentata dal giudice Jeffrey Minehart (che contestava la sua rappresentazione nel film), i produttori sono riusciti a firmare un accordo di distribuzione.

A proposito dei tre anni trascorsi prima di poter diffondere il film, il produttore esecutivo John Sullivan ha commentato: «Ero già stato coinvolto in film scomodi, ma questo è stato particolarmente difficile. Hollywood ha paura di questo contenuto. È una storia vera che i media hanno cercato di ignorare fin dall’inizio, quindi non mi ha sorpreso vedere Hollywood ignorarci». È arrivato il tempo di vederlo (qui il trailer del film) e, soprattutto, di combattere con decisione la cultura che disprezza la sacralità della vita.