• INTERVISTA AL VESCOVO Hinder

"Gli Emirati, un'isola felice, ma dalla libertà limitata"

La Nuova BQ intervista il vescovo Paul Hinder, dal 2003 a capo della diocesi dell’Arabia del Sud. Gli Emirati Arabi Uniti sono una vera isola felice per i cristiani, ma bisogna tenere presente che in essi vi è una “libertà di esercitare il culto" e non una libertà religiosa come comunemente intesa in Europa". 

Monsigno Hindler con il cardinale Parolin unaugura una chiesa

Ecc.za Rev.ma, domenica 3 febbraio il Papa arriverà nella Sua diocesi e precisamente ad Abu Dhabi. Com’è nata questa visita pontificia?
“La visita del Santo Padre è dovuta all’invito da parte del governo di Abu Dhabi e della Chiesa locale da una parte, e al convegno interreligioso organizzato dal “Muslim Council of Elders” (Consiglio Musulmano di Anziani). L’annuncio della visita è stato accolto con gioia ed entusiasmo da parte dei fedeli come pure da parte dei musulmani.”

Mons. Paul Hinder, svizzero dirottato nella Penisola Arabica, è dal 2003 a capo della diocesi dell’Arabia del Sud, una della due stabilite dalla Santa Sede nella zona per seguire i numerosi fedeli cattolici. L’altra è la diocesi dell’Arabia del Nord affidata alle cure di mons. Camillo Ballin, comboniano.

Nell’immaginario collettivo la Penisola Arabica è considerata dominio dell’islam, che proprio tra La Mecca e Medina ha visto le sue origini nel VII secolo. In verità l’area, molto vasta con i suoi circa 3 milioni di km2 (10 volte l’Italia) comprende Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti, Barhain, Qatar e Kuwait. A Mons. Hinder è affidata la cura dell’Oman, Yemen e degli Emirati Arabi Uniti (EAU) e la sua sede vescovile è proprio ad Abu Dhabi, una città proiettata nel futuro, capitale degli Emirati Arabi Uniti, nati nel 1971 dall’unione con altri sei emirati – Ajman, Dubai, Fuiaira, Ras al-Khaima, Sharja e Umm al-Qaywayn – situati sulla costa orientale della penisola arabica.

La posizione geografica rende gli Emirati una delle zone a più alto interesse geo-politico-economico come punto di transito obbligato per il trasporto del greggio, e la capitale è il cuore pulsante degli affari e delle relazioni diplomatiche con il mondo arabo e occidentale. Lo sviluppo straordinario dell’emirato – passato in poco più di 50 anni da attività intense di pirateria sulle acque del Golfo e di sporadica pastorizia nell’entroterra alle vette dell’economia mondiale – ha attirato migliaia di lavoratori soprattutto dal sub-continente indiano e dall’estremo oriente. La popolazione risulta quindi essere oggi un misto di originari arabi (netta minoranza, 20%) e di nuovi innesti (80%), prevalentemente asiatici con una notevole varietà di classi sociali, che passano da ricchezza esagerata a povertà vissuta in silenzio e con spirito di sottomissione per alcune fasce di immigrati. Non bisogna essere dei fini analisti per capire che la situazione potrebbe trasformarsi in breve in una vera polveriera pronta a esplodere.

La forte immigrazione ha cambiato il volto del Paese anche sotto il profilo della lingua e della religione: il parlato reale vede un intreccio di inglese, cinese mandarino e indonesiano e, accanto all’islam, molto significativa è la presenza di cristiani, indù e buddhisti.

I cattolici affidati a mons. Hinder sono circa un milione, sparsi su un vasto territorio, ma con una concentrazione maggioritaria proprio negli Emirati, dove esistono 8 parrocchie che spesso corrispondono ad un’unica chiesa esistente o addirittura a semplici case in cui i fedeli si riuniscono per pregare e partecipare alle funzioni liturgiche.

Come si stanno preparando i fedeli, chiedo al presule?
Dal 6 dicembre, quando è stata data l’informazione ufficiale della visita, i fedeli pregano in tutte le messe per una visita fruttuosa. Molti vogliono partecipare alla messa che sarà celebrata allo stadio di Zayed Sports City, dove sono aspettati circa 130.000 fedeli.”

Nel panorama del mondo islamico gli EAU sono una vera isola felice per i cristiani. Anche se la Costituzione – che risale al 1971 – all’art. 7 afferma “L’Islam e la religione ufficiale. La sharī‘a islamica è una delle principali fonti di legislazione”, all’art. 25 riconosce che “Tutte le persone hanno gli stessi diritti. Tra i cittadini degli Emirati Arabi Uniti non verrà fatta alcuna distinzione sulla base della razza, della nazionalità, della fede o dello status sociale”.

Occorre però entrare nella terminologia e nella mentalità islamica e sottolineare che si tratta di “libertà di esercitare il culto”, come precisa l’art. 32 e non di libertà religiosa come comunemente intesa in Europa. Siamo infatti nell’ambito della Tradizione, come sottolinea sempre lo stesso articolo, e il comportamento deve comunque essere “coerente” con l’ordine pubblico e non violare la morale (ovviamente islamica). Grave disordine pubblico sarebbe la conversione di un musulmano ad altra fede, rigorosamente vietata tanto che si può arrivare fino alla pena di morte, anche se negli ultimi decenni non si è più applicata. Al contrario, i musulmani hanno piena libertà di attività missionaria presso i credenti di altre fedi. Spesso occorre fare molta attenzione anche nello svolgere le attività di sostegno e cura dei malati perché potrebbero essere viste come tentativi di proselitismo e per questo mons. Hinder sottolinea che “si deve agire con molta discrezione e cautela”.

Altro reato previsto, e che ci è tristemente noto per il caso di Asia Bibi – la donna reclusa per 9 anni e condannata a morte in Pakistan, poi finalmente scagionata lo scorso mese di ottobre – è quello di blasfemia, punito con forti multe o il carcere. Per gli immigrati la sanzione è l’immediato allontanamento dallo Stato. Occorre però dire che, caso unico, il reato è esteso a ogni religione, quindi è vietato insultare qualsiasi credo.

Negli ultimi anni un passo importante è stato la lotta a ogni forma di integralismo, soprattutto agli influssi nefasti provenienti dal vicino Yemen o dall’Arabia Saudita. Siamo forse di fronte a una novità nel mondo medio-orientale: punire con pene anche severe chi incita o agisce con odio verso un’altra religione o mostra intolleranza verso un gruppo etnico. Questo per salvaguardare quel clima di convivenza pacifica e quella distensione di relazioni che fanno degli Emirati un’area di grande pluralità sociale, linguistica, religiosa e soprattutto economica. Forse è lecito immaginare anche che sia cautela politica: non si può esasperare 80% della propria popolazione, sarebbe come segare il ramo su cui si sta seduti.

Considerato questo clima di particolare tolleranza, chiediamo a mons. Hinder: come la comunità islamica accoglierà il Santo Padre? Il Papa è atteso oppure c'è del malumore?
La comunità islamica agisce soprattutto tramite il governo che fa tutto affinché la visita sia un successo. Il governo di Abu Dhabi coprirà tutti i costi sostanziali della visita. Tutti quelli che ho incontrato in queste settimane si mostrano entusiasti e sono orgogliosi che il Papa venga ad Abu Dhabi. Qui ad Abu Dhabi non ho notato nessun malumore né negli incontri personali né da parte della stampa o altri mass-media della regione.”

Le autorità saranno certamente onorate, ma il popolo comune?
Secondo quanto mi è dato di sapere anche il popolo comune aspetta la visita con gioia e grande curiosità. Papa Francesco gode di grande stima nel mondo musulmano. La sua visita è considerata un onore.”

Il Santo Padre sarà accolto da una popolazione curiosa e forse interessata a vederlo e conoscerlo, ma occorre sottolineare che si tratta comunque di un Paese in cui il limite religioso resta quello della “tolleranza”, non della vera libertà religiosa. I cristiani, come i fedeli di altre religioni, si possono incontrare, possono pregare e addirittura in Oman fu lo stesso Sultano a regalare il terreno su cui costruire la nuova chiesa di Muscat, arricchita di un bellissimo organo, dono anche questo del Sultano, ma i cristiani non possono distinguere i loro edifici con croci o altri simboli e non si possono costruire campanili. Il Governo concede lo stadio per la celebrazione della santa Messa ma il comune immigrato può vedersi ritirare immediatamente i documenti ed essere sottoposto a espulsione senza gravi accuse. Molti si trovano addirittura ad essere in condizione di apolidi.

Le relazioni fra l’islam e il mondo cristiano restano difficili, tanto che Mons. Hinder, in una precedente intervista, aveva parlato solo di “incontro fra le fedi” e di buoni rapporti con le autorità governative piuttosto che di dialogo con le autorità religiose.

Forse il viaggio di Papa Francesco segnerà una tappa importante.

Le Sue aspettative come pastore su questo viaggio papale?
“Aspetto soprattutto un passo avanti nel dialogo interreligioso. Spero che ci sia un seguito con iniziative in diversi campi, soprattutto per quello che riguarda l’educazione dei giovani – la diocesi ha circa 30.000 bambini che frequentano il catechismo seguiti da 1.400 volontari – e la pacificazione dei conflitti regionali, ecc. Per la Chiesa locale la visita è sicuramente un incoraggiamento a vivere la nostra vocazione come Chiesa di migranti con maggiore convinzione ed entusiasmo”.