• IL CASO DAVIGO

Giudici in prima pagina: è ora di smetterla

Somiglia sempre più a un’emergenza democratica, ma molti la sottovalutano e gli stessi giornalisti non si rendono conto del contributo devastante che danno alla confusione tra i poteri, alimentandola in modo colpevole. Ci riferiamo alla sovraesposizione mediatica delle toghe, componente determinante di quella che potremmo chiamare la “magistratocrazia” o la Repubblica fondata sulle procure.

In un Paese normale, titolava nei giorni scorsi Il Foglio, i magistrati non fanno politica a mezzo stampa. Hanno, come tutti i cittadini, il diritto di esprimere opinioni, ma se quelle opinioni ricevono una cassa di risonanza superiore a quella delle opinioni degli altri comuni cittadini il motivo sta nel fatto che essi svolgono un’importante funzione giudiziaria. E il mondo dei media avrebbe il dovere di ricordare loro che essi non possono comportarsi da privati cittadini ed esternare opinioni che inevitabilmente finiscono per prestarsi a interpretazioni di parte, in questo caso giustizialiste.

L’ultima polemica sulle uscite disinvolte e improvvide di Piercamillo Davigo riporta l’attenzione generale su questo fenomeno deteriore. «In nessun Paese europeo è consentito passare con tanta facilità dai talk show alle prime pagine dei giornali di funzioni requirenti e giudicanti fino alla presidenza di collegi di merito e di Cassazione», ha tuonato il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, parlando al congresso dei penalisti. Legnini è entrato a gamba tesa e senza troppi giri di parole nella polemica su Piercamillo Davigo, sollevata dal presidente della settima commissione del Consiglio superiore della magistratura, Claudio Galoppi. Legnini non ha fatto il nome di Davigo, ma tutto lascia supporre che le sue parole si riferissero all’ex numero uno dell’Anm e oggi presidente della II Sezione Penale della Cassazione. Il riferimento era chiarissimo. Peraltro sono in molti a pensare che l’intento dello stesso Davigo sia proprio quello di sfruttare la risonanza delle sue opinioni manifestate a mezzo tv per ambire alla massima carica della magistratura, cioè quella di Presidente della Cassazione o, addirittura, per scendere in campo politico nella squadra Cinque Stelle.

Se così fosse sarebbe molto grave, sarebbe l’ennesima conferma della necessità di ristabilire un nitido e trasparente confine tra magistratura e politica, senza straripamenti e senza commistioni.

Galoppi aveva criticato Davigo per la partecipazione a un programma tv, DiMartedì su La7, durante il quale il magistrato ha detto che «chi prende la prescrizione deve vergognarsi». «Un giudice in servizio - aveva sostenuto Galoppi - non partecipa a talk show politici lanciando giudizi morali e lasciandosi andare a commenti di natura politica. Così si getta discredito sull’intero ordine giudiziario». Venerdì il fondatore di “Autonomia e Indipendenza”, nuova corrente della magistratura, aveva rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera, proprio per smentire quanto scritto dal Giornale riguardo a suoi presunti incontri segreti con Beppe Grillo per mettere a punto modifiche della legge elettorale studiate ad hoc per escludere Silvio Berlusconi dalla vita politica.

Ma come si fa ad arginare un fenomeno che getta discredito sulle toghe, alimenta un circuito perverso giustizia-informazione e compromette il concetto di terzietà connesso all’esercizio della funzione giudiziaria? Legnini non si illude: «Non ci sono norme per arginare questo fenomeno dell’eccesso di presenza dei magistrati sui media. Arginarlo spetta a tutti i protagonisti, a chi tiene al rispetto sacrosanto dell’indipendenza della magistratura che deve essere percepita come tale dai cittadini». E ha aggiunto che «non è in discussione la libertà d’espressione, ma c’è bisogno di recuperare senso di responsabilità, un esercizio equilibrato delle funzioni, tanto più se si parla di funzioni giudiziarie».

Parole molto equilibrate, quelle di Legnini, che suddividono le responsabilità tra i due ambiti. Certo la sovraesposizione mediatica è ascrivibile al protagonismo imbarazzante di alcuni magistrati ma anche alla spettacolarizzazione dell’informazione assecondata da conduttori giornalisti spregiudicati e disinvolti che rincorrono l’audience.

Un rimedio, quindi, al cortocircuito mediatico-giudiziario, dovrebbe arrivare anche dal mondo dei media. Il codice sui processi mediatici del 2009, richiamato nel Testo unico dei doveri del giornalista del 2016, rappresenta già un argine, non sufficientemente considerato, del diritto di cronaca e di critica, che dovrebbe dissuadere i conduttori di talk show dall’invitare in studio magistrati di primo piano. Ma quei precetti non trovano riscontro alcuno nella condotta dei giornalisti che approfondiscono casi di cronaca giudiziaria o ospitano dibattiti sul tema.

Sarebbe forse opportuno stilare un elenco di doveri specifici del giornalista su questo punto, affinchè la deontologia giornalistica possa dettare principi chiari e inequivocabili sul rapporto tra magistratura e informazione. La legge dovrebbe fare il resto, per quanto riguarda le incompatibilità e il divieto di “porte girevoli”, vale a dire l’impossibilità per le toghe di entrare in politica e di uscirne con disinvoltura passando dalla neutralità formale alla partigianeria plateale per poi ricoprire di nuovo il ruolo di arbitri. La loro credibilità è infinitamente scesa negli ultimi anni ed esempi come quello di Davigo non aiutano certamente a risollevarla.