• EMIRATI/IL COMMENTO

Fratellanza, sfida per gli uomini più che per le religioni

Il Papa negli Emirati ha aperto una porta alla fratellanza tra le religioni. Ma ci sono religioni che non vogliono la pace. La soluzione è affidarsi al piano naturale, che ogni religione porta con sé dato che i fedeli sono tutti ugualmente uomini. La fratellanza non sarebbe delle religioni tra loro ma degli uomini delle varie religioni. E in questo scenario si colloca l’unicità di Cristo nel darci la vera pace.

Il Papa negli Emirati ha aperto una porta alla fratellanza tra le religioni e alla tolleranza. In un simile contesto egli certamente non poteva dire tutto, ma indicare una strada che permettesse un maggiore incontro e una maggior dialogo tra le religioni. Averlo fatto in quel luogo, davanti a quelle persone e durante quel congresso ha dato al suo intervento una risonanza e una autorevolezza capaci di produrre degli effetti. Ha contribuito a rasserenare gli animi e i rapporti e ha preparato nuovi auspicabili passi in avanti in futuro.

Sarebbe però irrealistico pensare che gli aspetti che non vengono fatti emergere per rendere possibile l’incontro non emergano in seguito, soprattutto se sono collegati non con contingenze storiche della vita delle religioni ma con la loro stessa essenza teologica. Aspetti, quindi, di cui le religioni non possono fare a meno altrimenti diventerebbero altro da quello che sono. E questo, proprio per il rispetto che si deve ai credenti di altre religioni, non lo si può chiedere a nessuno. Tutti concordano che, come ha ricordato anche papa Francesco, dal dialogo non deve derivare un sincretismo religioso, ogni religione deve rimanere quella che è.

La pace deve essere quindi perseguita dalle varie religioni rimanendo quello che sono, ossia per motivi religiosi non generici ma specifici. Ossia non perché in fondo tutte adorano Dio, né tantomeno perché tutte adorano lo stesso Dio: pensarla così significherebbe ricadere nel sincretismo e mettere da parte le specificità che contraddistinguono le varie religioni, arrivando ad una unica religione mondiale depotenziata, priva di dogmi. Cose da ONU, al massimo. Proprio questo però è il punto dolente: ci sono religioni che non vogliono la pace. Dire che tutte le religioni vogliono la pace è scorretto dal punto di vista della fenomenologia religiosa e una apertura, di nuovo, ad un sincretismo indifferenziato. 

Puntare quindi sui motivi religiosi della pace è certamente di buon auspicio ed esprime un desiderio condivisibile che nell’immediato può anche portare a pratiche di comprensione, dialogo e collaborazione. Non sembra però poter essere decisivo, perché comporterebbe di non riconoscere che non tutte le religioni sono pacifiche o, se vogliamo ridurre l’impatto della frase, che le religioni non sono tutte ugualmente pacifiche. 

La soluzione a questo punto sembra poter essere di affidarsi al piano naturale, che ogni religione porta con sé dato che i fedeli delle diverse religioni sono tutti ugualmente uomini, condividono la medesima natura che li spinge a cercare il bene e fuggire il male, compreso il bene della pace e il male della guerra. Si tratterebbe di appellarsi alla comune umanità e alla religione come atteggiamento naturale, più che alla specificità dei contenuti delle varie religioni. In questo senso la fratellanza di cui si è parlato negli Emirati non sarebbe delle religioni tra loro ma degli uomini che appartengono alle religioni in quanto uomini. 

A questo livello però nasce un altro problema. Ci sono religioni che non rispettano alcuni dettami della legge morale naturale, il che fa pensare che tra le religioni ci sia una diversa concezione della stessa natura umana. Un grande motivo di discrimine a questo proposito, come disse Benedetto XVI a Regensburg, è se le fedi religiose accettano di avere un rapporto essenziale con la ragione umana. Se non lo accettano – e qualcuna è certo che non l’accetta – è difficile farle convergere tutte in una fratellanza umana con delle regole comuni, perché le esigenze della natura umana risultano alla luce della ragione. Se la legittima autonomia della ragione non viene ammessa, oppure se viene oscurata e sminuita, comunque non pienamente valorizzata, a partire dalla convinzioni religiose, è difficile che essa possa fare pienamente il suo lavoro nell’ordine naturale. È come se chiedessimo alle religioni di convergere a protezione della famiglia e della vita in quanto elementi naturali. Scopriremmo così facendo che le varie religioni influenzano anche la visione naturale della famiglia e della vita sicché questa loro convergenza non si verifica. Lo stesso accade per la pace. 

Le difficoltà, anche quelle teoriche e dottrinali, che sono le principali e le più resistenti, non devono bloccare le iniziative di incontro e di pace, però i problemi che esse coerentemente pongono prima o devono dovranno essere affrontati. 

Tra queste difficoltà si colloca anche l’unicità di Cristo nel darci la vera pace. La pace in senso limitato, ossia come convivenza, come rispetto, come tolleranza reciproca, come fare qualche tratto di strada insieme per finalità mirate, sono possibili, pur con le difficoltà viste sopra, ma la pace “vera”, quella “che il mondo irride ma che rapir non può” la dà solo Gesù Cristo. Se così non fosse, Cristo sarebbe sì utile ma non indispensabile e non avrebbe detto “vi do la mia pace”, si sarebbe limitato a dire “vi do la pace”. Il modo incompleto di considerare la pace propria delle altre religioni – incompleto se paragonato alla pienezza cristiana – non potrà darci la pace vera. Ciò non comporta rinunciare a fare passi di dialogo, anzi, ma nella consapevolezza che in quei modi ci si potrà avvicinare alla pace o la si realizzerà come non-belligeranza e con-vivenza, ma non nella sua pienezza né di ordine soprannaturale né di ordine naturale.