• REDDITO DI CITTADINANZA

Fine del lavoro? Solo per Casaleggio associati

Un nuovo video di Casaleggio prevede che la robotizzazione della società porterà, entro il 2054, alla fine del lavoro. Una profezia oscura che serve a giustificare l'introduzione del reddito di cittadinanza. Ma sarà così? La realtà suggerisce l'opposto: le società con più robot creano anche più posti di lavoro e salari più alti.

Casaleggio

La rivoluzione tecnologica sta modificando profondamente il mercato del lavoro, mettendo nell’angolo figure tradizionali, alcune a rischio estinzione, e ponendo l’esigenza di nuove professionalità. Questo processo di radicale riconversione socio-economica porterà, secondo alcuni, alla progressiva sostituzione delle persone con i robot.

L’approdo di tale automatizzazione dei processi produttivi sarà, in questa visione plumbea e apocalittica, la disoccupazione di massa, che indurrà gli Stati a varare misure di redistribuzione della ricchezza a prescindere dal mercato del lavoro. In altre parole, ci sarà l’esigenza di assicurare sussidi pubblici a tutti, perché quasi nessuno più lavorerà e guadagnerà. Soluzioni come il reddito di cittadinanza diventeranno quindi la regola e saranno in pochi a poter fare a meno del paracadute statale: una sorta di welfare state totalizzante.

A dare voce a tale scenario ha provveduto la Casaleggio Associati pubblicando su YouTube, due giorni fa, un video che esordisce così: “2054: il lavoro che conoscevamo è scomparso”. Nove minuti e mezzo che partono dalla fine, immaginata, della storia del lavoro dell’uomo, quando dedicheremo al lavoro solo l’1% del tempo della nostra vita. E la maggior parte dei lavori che conosciamo non esisterà più. Tra 35 anni, ipotizza il video. La tesi trainante è la seguente: la crescita smisurata della tecnologia e la distruzione progressiva di posti di lavoro vanno indissolubilmente a braccetto, con l’avvento di nuove tecnologie il rapporto tra produttività e tempo lavorativo è cambiato ed entro una generazione molte professioni scompariranno. L’intelligenza artificiale, la blockchain, l’internet delle cose distruggeranno quasi tutti i posti di lavoro e lo Stato sarà costretto a redistribuire i soldi prodotti dalle macchine alle persone, che avranno sempre meno potere d’acquisto.

La Casaleggio immagina, quindi, che i lavoratori dei fast food, del retail, autotrasportatori, della logistica, bancari, gradualmente scompariranno insieme a tutti quei lavori che possono essere sostituiti da robot, bot e software. Così si arriva al 2040. Quando gli squilibri globali saranno così forti, con la ricchezza accumulata nelle mani di poche aziende multinazionali a discapito della maggior parte delle persone (ex lavoratori, ora senza occupazione). I cittadini chiederanno una redistribuzione della ricchezza e quindi, per uscire da questa spirale perversa, secondo la Casaleggio associati, lo Stato dovrà assicurare a tutti un reddito di base incondizionato, cioè non legato allo status di occupato o di disoccupato.

Questa visione cozza, però, con le regolarità sin qui riscontrate nell’evoluzione delle società e delle economie. Gli Stati che più di altri hanno sviluppato l’intelligenza artificiale e l’automatizzazione dei processi produttivi, vedi Germania, sono quelli che hanno tassi di occupazione e salari più elevati degli altri. Ad esempio l’Italia è il paese con il più alto tasso di disoccupazione e ha uno dei tassi più bassi di “densità di robot”. Al contrario, i paesi con i più alti tassi di densità dei robot, rispettivamente Corea del Sud, Germania, e Giappone, sono anche quelli che hanno i tassi di disoccupazione più bassi. Restando poi entro i confini nazionali, si riscontra una maggiore crescita di posti di lavoro e di prodotto interno lordo nelle regioni settentrionali che, quanto a processi di tecnologizzazione, sono decisamente più avanti di quelle del centro-sud.

L’avanzamento tecnologico, quindi, ha anche un effetto di complementarietà sull’occupazione. Si può pensare, ad esempio, a una serie di lavori complementari alla digitalizzazione delle banche, dai programmatori del sito web agli addetti alla manutenzione dei server, che magari compenseranno il fatto che l’internet banking sostituisca nel tempo lo sportellista della filiale sotto casa. Lo stesso discorso vale per i robot in fabbrica, che richiedono comunque processi di pianificazione, produzione, e manutenzione che debbono essere eseguiti da nuove figure professionali. Appare quindi destinato a implementarsi il filone del lifelong learning (apprendimento permanente), al fine di rendere più facile il passaggio verso mercati del lavoro innovativi e radicalmente diversi.

Autorevoli studi internazionali smontano dunque le fosche profezie della Casaleggio associati, che peraltro sembrano permeare le scelte politiche fatte da questo governo e inserite nella manovra finanziaria: pochi investimenti per le imprese che innovano e investono anche in formazione, pochi incentivi alla produttività; quasi totalità delle risorse verso “quota cento” e reddito di cittadinanza, che di certo non stimolano la produttività, peraltro stagnante in Italia da tantissimi anni. La produttività come il demonio, le competenze come optional, la povertà come mostro da abbattere con i sussidi statali, tassando di più chi produce e sostenendo chi non dichiara: questa la visione pentastellata della società confluita in maniera preponderante nelle scelte di politica economica di questo governo.

Sembra di essere tornati ad oltre 70 anni fa, quando in Assemblea Costituente la visione collettivistica di impronta marxista pretese con successo di spostare nella seconda parte della Costituzione, quella dei diritti e doveri, il diritto alla proprietà privata e la libertà di iniziativa economica. Nei primi dodici articoli, quelli dedicati ai principi fondamentali, quei diritti non ci sono. La scusa per non inserirli fu che l’Italia era dominata dai latifondisti e che la proprietà privata andava espropriata e redistribuita. Considerazioni che all’epoca non facevano una piega, ma che poi ci sono costate care nello svolgimento della vita della Repubblica e nello sviluppo di un pensiero liberaldemocratico. Ora qualcuno al governo vorrebbe rinverdire, con altre modalità e altre intonazioni, analoga visione angusta e oscurantista rispetto alla capacità del sistema di garantire sviluppo economico e crescita sociale senza il paternalismo statale. Ma l’Italia avrebbe bisogno di ben altra scossa.