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Filippine, Chiesa repressa in un paese cattolico

Nelle Filippine, paradossalmente, si profila un caso di persecuzione della Chiesa cattolica in uno dei Paesi più cattolici del mondo. Il presidente Duterte, nella sua campagna anti-droga, ha provocato migliaia di morti. La Chiesa denuncia il crimine e per questo finisce nel mirino. Accuse di "sovversione" per 4 vescovi e 3 sacerdoti.

Rodrigo Duterte

Nelle Filippine, paradossalmente, si profila un caso di persecuzione della Chiesa cattolica in uno dei Paesi più cattolici del mondo.

La maggioranza dei filippini, infatti, ha votato, per motivi di ordine pubblico, un presidente dichiaratamente anti-clericale e di origine ideologica comunista. Rodrigo Duterte, eletto su un programma “legge e ordine”, di lotta dura al narcotraffico, ha partecipato personalmente a uccisioni extragiudiziali, (come lui stesso ha ammesso) e sta conducendo la campagna contro la droga con gli stessi metodi: uccidendo senza processo migliaia di persone accusate di spaccio. Mentre le autorità giustificano queste esecuzioni come “auto-difesa”, la Chiesa denuncia il crimine. E per questo è finita, per prima, nel mirino delle autorità.

Le dimensioni esatte del massacro, commesso nel nome della lotta alla droga, sono tuttora sconosciute, ma già nell’ordine delle migliaia di vittime. La polizia filippina ammette 6600 morti, tutti dichiarati come casi di legittima difesa. I dubbi iniziano quando si vede che alcuni di questi uccisi non potevano costituire una minaccia per gli agenti. Uno degli ultimi episodi, infatti, riguarda l’uccisione di una bambina di appena tre anni, Myca Ulpina, il 29 giugno scorso, nei pressi della capitale Manila. Secondo la versione ufficiale, il padre, braccato dalla polizia, l’avrebbe usata come scudo umano. Secondo la versione degli oppositori e delle associazioni locali per la difesa dei diritti umani, la bambina è vittima di una più vasta campagna di terrore indiscriminato. Secondo gli attivisti, la polizia sta usando liste nere (“liste di controllo”) per individuare sospetti sulla base di delazioni di informatori, poi fa irruzione nelle abitazioni dei presunti spacciatori e trafficanti e alla fine il sospettato non esce vivo dall’ispezione. Solo negli ultimi sei mesi, i morti sono stati 1600. E i dati della polizia non tengono conto delle uccisioni extragiudiziali ad opera dei vigilantes. Includendole, secondo le stime delle Ong locali, si arriverebbe a contare fino a una cifra compresa fra i 27mila e i 30mila morti. Sulla tragedia delle Filippine, l’Onu ha aperto un’indagine, che verrà presentata al Consiglio per i Diritti Umani fra un anno, nel giugno del 2020.

La Chiesa è in prima linea nel denunciare i crimini. E’ di questa settimana l’iniziativa della diocesi di San Carlos (Negros Occidentale, nelle Filippine centrali) di suonare le campane delle parrocchie, delle missioni e delle case del clero “finché le uccisioni non cesseranno”, come ha annunciato il vescovo Gerardo Alminaza. Nella sua diocesi si contano almeno 74 morti nelle uccisioni extragiudiziali, 7 solo nell’ultima settimana. “Per favore, parlate - chiede mons. Alminaza ai funzionari e agli amministratori pubblici - Non fate che il vostro silenzio si sommi al numero crescente di omicidi. Non lasciare che il tuo silenzio incoraggi i criminali”. E, rivolgendosi a polizia ed esercito: “Mantenete la pace, non create ulteriore violenza! Agite nel rispetto della legge, non oltre”.

L’attivismo della Chiesa è stato prontamente “ripagato” dalle autorità con accuse di sedizione. In un’ultima ondata repressiva sono state messe in stato di accusa 40 sospetti di “incitamento alla sedizione, calunnie online e ostacolo alla giustizia”. Fra i quaranta figurano anche quattro vescovi: Honesto Ongtioco (di Cubao), Pablo Virgilio David (di Kalookan), Teodoro Bacani (di Novaliches) e Socrates Villegas (di Lingayen-Dagupan). E tre sacerdoti: Flaviano Villanueva, Albert Alejo e Robert Reyes. “Si vuole spaventare quegli uomini di Chiesa che criticano il governo e metterli a tacere – ha commentato la Conferenza Episcopale delle Filippine - I nostri fratelli non hanno mai combattuto il governo o Duterte: sono contro le politiche repressive che danneggiano i poveri”. Per monsignor Romulo Valles, presidente della Conferenza Episcopale, le accuse di sedizione “sono incredibili, andiamo oltre il razionale. Si tratta di persone che amano la patria e hanno una coscienza limpida”. Per don Robert Reyes, uno degli accusati, “Si tratta di una mossa patetica per distrarre la popolazione dall'avvento del totalitarismo. Questa decisione potrebbe dare la sveglia agli indecisi e agli indifferenti”.