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Ferraresi ci spiega il ciclone Donald Trump Un voto popolare contro l'ideologia del globalismo

"Dagli anni ’50 in poi negli Stati Uniti si è affermata un’idea che genericamente possiamo chiamare liberale, intesa nel senso più ampio possibile del termine. Questa idea era alla base di entrambi i grandi partiti americani, democratico e repubblicano, e Trump, ecco la svolta, propone un’alternativa a questa idea". Lo spiega Mattia Ferrarese, corrispondente de Il Foglio e autore dell'unico libro italiano sul nuovo presidente, La febbre di Trump.

L'ECUMENISMO DELLE URNE, di B. Frigerio

Il popolo di Trump

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America. Se non ve ne siete accorti, in giro non si parla d'altro. Questa novità sta sconvolgendo soprattutto le elite mondiali e tanti democratici a parole, quelli che la volontà popolare la accettano solo quando è a loro favore. Ma cosa è accaduto in queste elezioni americane? Come è potuto accadere che quello che tutti gli esperti, gli opinionisti, i media, i vip o presunti tali, davano per sicuro perdente sia, invece, il 45° presidente degli Usa? Chi lo ha votato? Perchè? Cosa hanno votato i cattolici americani? 

Queste e altre domande le abbiamo poste a Mattia Ferraresi, corrispondente da New York per il quotidiano Il Foglio, autore dell'unico libro italiano sul neopresidente, La febbre di Trump (Marsilio).

UN AMERICANATA O UNA SVOLTA?

Partiamo così: l’elezione di Trump è un’americanata qualsiasi o una svolta epocale?

E’ un’americanata epocale.

Scusi?

Da una parte è una cosa completamente americana, in un certo senso Donald Trump non dice nulla di nuovo, propone elementi vecchi anche se ricombinati in modo assolutamente nuovo. E in questo senso è un’americanata. Ma è anche una svolta epocale perché non assistevamo a qualcosa di simile da tempo, qualcosa che non vedevamo da un’era precedente a quelle che stiamo vivendo, ossia quella scaturita dall’assetto del dopoguerra. 

Allora cerchiamo di capire meglio questa svolta.

Dagli anni ’50 in poi negli Stati Uniti si è affermata un’idea che genericamente possiamo chiamare liberale, intesa nel senso più ampio possibile del termine. Questa idea era alla base di entrambi i grandi partiti americani, democratico e repubblicano, e Trump, ecco la svolta, propone un’alternativa a questa idea. O meglio, diciamo che catalizza forze e passioni che vorrebbero impostare la società, la vita, i rapporti economici, sociali e religiosi, secondo uno schema diverso da quell’idea liberale intesa in senso largo che è stato il paradigma finora. 

Quindi qual è questo schema nuovo che incarna Trump?

L’idea liberale è un’idea universalista, quella che propone Trump potremmo definirla “particolarista”, qualcosa che si avvicina a un’idea nazionalista, ma non da intendersi in senso troppo stretto. E’ l’idea che non c’è uno schema universale di comprensione dell’umano, non c’è un antropologia universalista, non c’è una storia che tende inevitabilmente verso un fine liberale democratico, con l’istituzione della democrazia a difendere il fortino, e con il capitalismo e il libero mercato a garantire prosperità sempre crescente. 

Gli americani che rigettano l’America?

Non è che tutto ciò non ci sia più, ovviamente, ma in un certo senso il voto per Trump dice che gli americani rigettano il vecchio schema. Che sembrava affermato come l’ultimo stadio dell’umanità. L’elettore di Trump io trovo che abbia l'intuizione, anche se istintiva, non stiamo parlando di un teorico, a un ribaltamento del paradigma; per cui il sistema di significati, di rapporti economici e sociali, vengono inquadrati secondo un'altra idea. E quindi, ad esempio, i rapporti economico/sociali degli americani funzionano in un modo diverso da quello degli altri paesi. E' questo il vero presupposto che permette a Trump di dire “io parlo con Putin”, e non come dicono molti in modo semplicistico, perché sono due strong-man e se la intendono. Il vero motivo è, invece, nel fatto che in questa nuovo idea “particolarista”, tutti i rapporti sono bilaterali e non vi è nessuna asticella “morale” che l'interlocutore deve raggiungere per sedersi al tavolo.

Possiamo parlare di una svolta anti-globalizzazione?

Utilizzando i termini che ha utilizzato lo stesso Donald Trump si può parlare di “contro-globalismo”, un termine che mi pare calzante. Cioè si tratta di qualcosa di diverso da una semplice anti-globalizzazione, lui parla di “globalismo” nel senso di una ideologia della globalizzazione. Il globalismo appare così come l'ultimo stadio del liberalismo, cioè di quella idea liberale che diventa idea globale, un universalismo onnicomprensivo e onnivoro imperniato su di una certa idea dei diritti. Intesi come diritti individuali accompagnati da un'idea di persona che è pura autonomia. Un'assoluta indipendenza che è capacità di azione totale, dove la libertà è ridotta a libertà di scelta e basta.

IL POPOLO DI TRUMP

Chi ha votato Trump? Qual'è il suo popolo?

Rifiuto totalmente l'idea delle “due americhe” che mi pare una grande semplificazione. Da una parte ci sarebbe l'America urbanizzata, quella delle città, e che avrebbe votato Hillary Clinton, e dall'altra quella rurale e troglodita che la domenica va a sparare al poligono come massima espressione della sua sensibilità umana, e che, invece, avrebbe votato Donald Trump. Per disperazione e senso di identità, magari fascistoide.

Allora com'è andata, chi ha votato il presidente?

Dai primi dati, che bisognerà poi macinare con calma, appare un'altra storia. L'elettore di Trump è molto più trasversale alla società americana di quanto si voleva far credere. La vittoria gliel'hanno data gli stessi elettori del Michigan, del Wisconsin e della Pennsylvania, quelli che per due volte hanno eletto Barack Obama alla Casa Bianca. Gente dei sindacati, imbevuta di partito democratico. Hanno votato Trump il 53% delle donne bianche con laurea e il 60% delle donne bianche senza laurea, cioè quelle che secondo la rappresentazione mainstream dovevano per forza votare Hillary. Poi ha votato Trump chi ha un reddito medio di 75.000 dollari, cioè 15.000 dollari in più di quelli che hanno votato Clinton, e 15000 dollari in più della media nazionale. Quindi l'elettore di Trump non è nemmeno il poveraccio, per capirci, che cade nella trappola del fanfarone.

Saltano gli schemi?

Bisogna riconoscere che lui ha compreso che c'era un popolo pronto a votarlo, un popolo di classe media non riducibile a qualche schema socio-economico. Quindi non vale il discorso ricchi contro poveri, né città contro campagna, né, per dirla all'americana, working class vs. middle class. Quello che l'ha votato è certamente un elettorato in maggioranza bianco, ma molti si dimenticano che oggi gli Stati Uniti sono un paese per il 77% bianco.

Lo hanno votato per il famoso “muro” anti-immigrazione?

Non credo. Il cosiddetto “muro” ha una valenza simbolica forte e colpisce perché va a toccare alcune questioni fondamentali. Da una parte il timore dell'immigrazione, e quindi la sicurezza, dall'altra il timore economico. Lui certamente ha fatto leva sulle paure, una leva, lo sanno tutti, molto forte in campagna elettorale. Ma non credo che sia questa la chiave della sua vittoria, va cercata in un contesto molto più ampio che è quello di cui parlavamo all'inizio. E comunque, sempre a proposito del muro, ricordiamoci che il muro c'è già e non lo ha costruito Trump. Non è un muro di mattoni, ma c'è una lunga cancellata che percorre buona parte del confine con il Messico.

IL VOTO DEI CATTOLICI AMERICANI

Possiamo dire che i cattolici americani hanno votato per Donald Trump?

Sì, decisamente. Anche se ci vuole prudenza, perchè il mondo cattolico in senso monolitico non esiste, specialmente quando si tratta di voto. Comunque storicamente i cattolici si sono quasi sempre equamente divisi, 50 e 50, tra repubblicani e democratici, in questa tornata, invece, i dati segnalano un deciso spostamento della bilancia verso Trump. Teniamo anche conto del fatto che la Conferenza Episcopale è stata apparentemente alla finestra, anche se le simpatie per Trump c'erano, così come quelle per Clinton, ma d'altra parte, lo sappiamo, l'attuale conferenza dei vescovi americani vive una stagione di conflitti e contrapposizioni abbastanza rilevanti.

Cosa li ha spinti a votare questo candidato, apparentemente lontano dal mondo cattolico?

E' difficile analizzare questo voto. Certo, Trump non ha messo al centro la questione pro-life, anche se ha fatto dichiarazioni in merito. Bisogna però dire che le questioni bio-etiche non hanno mai dissuaso completamente i cattolici dal votare candidati pro-choiche. Io penso, invece, che molto abbia influito l'immagine della Clinton agli occhi dei cattolici: Hillary rappresenta un'idea di mondo, di società, che trovo intimamente contraria alla visione che in cattolico può avere. Dall'altra parte Trump è stato visto come estremo argine, o elemento di rottura, rispetto a una ultra-secolarizzazione irrefrenabile.

Poi c'è il tema della libertà religiosa che è molto importante nel dibattito statunitense, forse anche questo può aver orientato il voto cattolico?

Certamente. In particolare la questione sollevata dal dispositivo della riforma sanitaria “Obamacare”, quello che impone a tutti gli istituti religiosi, inteso in senso largo, come ad esempio università cattoliche o ospedali cattolici, di pagare ai loro dipendenti delle assicurazioni sanitarie con accesso ai contraccettivi e ai farmaci abortivi. Questo ha scatenato un dibattito molto acceso sui temi dell'obiezione di coscienza e, più in generale, della libertà religiosa. Una questione potentissima che ha colpito profondamente i cattolici americani. Anche in questo Donald Trump è stato visto meglio di Hillary Clinton; teniamo conto anche del fatto che questo dispositivo non è contenuto nella legge fatta dal Congresso, ma è un decreto del presidente Obama e, come tale, può essere rimosso dal presidente.

I GIORNALI, I VIP E I MEDIA

Sembra davvero che ci sia un popolo che non segue più le indicazioni e gli orientamenti che vengono da chi si presume dovrebbe fare opinione. Cosa ne pensa?

Rispondo con una domanda: ma i giornali l'hanno mai saputo leggere il popolo? Perchè probabilemente questo gap c'è sempre stato, solo che adesso questo gap ha preso dimensioni enormi ed è particolarmente evidente. Ma la cosa che mi ha veramente colpito, e che a suo modo rileva davvero la svolta di cui parlavamo, è stata l'incapacità dei grandi personaggi della cultura, della musica e dello spettacolo, quelli che esaltano e formano l'immaginario collettivo del popolo, non hanno trainato.

Beh, in termini di vip, se così possiamo chiamarli, tra Clinton e Trump non c'era proprio partita

Infatti, pensiamo a Bruce Springsteen, grande rock star che, come tale, ha il potere di parlare una lingua universale. Si rivolge a chi è povero, come al ricco, a chi ha studiato, come al meccanico che non ha fatto le scuole alte. Ecco è interessante notare che la coalizione di questi personaggi non ha parlato al popolo. Questa mi pare ancora più interessante del fatto che giornali e tv non abbiano orientato per nulla l'opinione e il voto, perchè mi sembra molto più rivelatrice. Il meccanismo del testimonial, cioè di uno che parla e pensa per me, non funziona più. Non è più credibile perchè ormai è totalmente autoreferenziale.

Cosa sta succedendo?

Forse questi personaggi, che sono figli e si alimentano di un certo globalismo di cui parlavamo prima, non riescono a cogliere che quell'universalismo non risponde più agli interessi e ai bisogni della gente. La gente che ha votato Trump non è ideologica, è gente che guarda e approva ciò che risponde alla sua condizione di vita, di significato, di capacità di relazione, di comunità, di felicità, e in base a questo si muove. All'appello di Bruce Springsteen, tanto per tornare all'esempio, si risponde se si ha una certa forma mentale, se non ce l'hai non c'è vip che tenga. Continuerai ad ascoltare le sue canzoni mentre vai in macchina perché sono belle e ti piacciono, ma quando ti indica cosa votare tu dici: “Sai che c'è io rispondo ad altri criteri, quelli che riguardano la mia condizione”.