• L'ANALISI

Eugenetica e tecnocrazia: è il futuro che vuole l'Europa

Molte normative europee hanno legittimato l'eugenetica, anche infantile. Il pendio scivoloso prosegue con l'utilitarismo eutanasico di molti Stati del Vecchio Continente e prosegue con tassi di nuzialità crollati drasticamente e con l'omologazione delle norme su aborto (prima causa di morte nel continente) e matrimoni omosex. Il tutto secondo la legge del più forte sul più debole. Appunti bioetici in vista delle elezioni di domenica. 

Un lungo filo rosso che collega l'eugenetica, l'aborto e la tecnocrazia dei giudici. In occasione delle prossime elezioni europee è opportuno andare a rintracciare quei segni particolari che caratterizzano le decisioni di singoli paesi europei, di organismi politici e giudiziari nelle materie di bioetica e sul tema della famiglia. Ecco il testo integrale della relazione pronunciata da Tommaso Scandroglio in occasione della II Giornata della dottrina sociale svoltasi a Milano il 6 aprile scorso e organizzata dalla Nuova BQ e dall'Osservatorio Van Thuan.

Eugenetica. Il criterio della qualità della vita è alla base di molte normative europee che hanno legittimato l’eutanasia ed anche l’eutanasia infantile (Belgio, Paesi Bassi e Italia). Eugenetico è il famigerato protocollo olandese Veraghen sull’eutanasia infantile: meritevoli di eutanasia sono i piccoli pazienti con aspettativa di vita bassissima, ma anche quelli che possono sopravvivere oltre la terapia intensiva, ma presentano una qualità della vita pessima. Come poi non ricordare i casi Charlie Gard, Alfie Evans, Isaiah Haastrup e molti altri che non conosciamo perchè i genitori non si sono opposti alla loro morte? Piccoli pazienti che sono stati uccisi perché disabili gravi che non potevano migliorare. Naturalmente il principio eugenetico lo troviamo anche nelle legislazioni che permettono l’aborto perché il feto è malformato o malato e che consentono la selezione embrionale nella fecondazione artificiale.

Utilitarismo. Qui vogliamo intendere il termine “utilitarismo” nella sua accezione più materiale.  Nel numero di febbraio del 2016 della Rivista americana di trapianti, Jan Bollen, membro del dipartimento di terapia intensiva del Maastricht University Medical Center (Olanda), ha proposto che chi vuole morire per eutanasia lo faccia non a casa sua o sul letto d’ospedale, bensì sul tavolo operatorio così da espiantare gli organi a fresco, utili per i trapianti. Chiamasi eutanasia del buon samaritano. Bollen è tornato poi sul tema rendendo noto che sul totale dei pazienti morti per eutanasia nel 2015 in Belgio ben il 10% (204 persone) sarebbe stato un ottimo candidato per il trapianto. Da quel 10% si sarebbero potuti prelevare 684 organi sani. Sempre in tema di utilitarismo possiamo ricordare che gli ospedali inglesi ricevono incentivi economici in base al numero raggiunto di pazienti inseriti nei protocolli eutanasici. La persona poi diventa materiale umano utile per le sperimentazioni: pensiamo al prelievo di cellule staminali dagli embrioni decretandone la morte – pratica che avviene in molti laboratori europei compresi quelli italiani - alla creazione di embrioni cibridi (corredo cromosomico umano e una minima parte di corredo cromosomico bovino) approvata dall’Autorità per la fecondazione umana e l’embriologia inglese

Pendio scivoloso. Il male se lasciato a se stesso diventa sempre più malvagio. Qualche dato sui matrimoni a livello europeo. Il tasso di nuzialità, vale a dire il numero di matrimoni celebrati in rapporto alla popolazione, è crollato da 7,8 per mille abitanti nel 1965 a 4,2 per mille nel 2011. Divorzi: da 0,8 per mille abitanti nel 1965 a 2 nel 2011. L’incremento è dato anche e soprattutto dal fatto che nel tempo vari paesi europei hanno legittimato il divorzio. Passiamo all’eutanasia. In Belgio siamo passati da 349 casi del 2004 ai quasi 2.400 attuali. Dal 2010 al 2018 c’è stato un incremento del 147%. Paesi Bassi: 1.882 casi di morte on demand nel 2002, 6.585 nel 2017 e costituiscono il 25% di tutti i decessi. Quindi in un caso su quattro si tratta di omicidio o suicidio. Svizzera: in 14 anni si è registrato un incremento del 730% di pratiche eutanasiche, spiegabile anche con il fatto che la Svizzera, per molti cittadini europei, è terra di immigrazione eutanasica per la pratica dell’aiuto al suicidio.

Autodeterminazione. E’ un principio che riguarda aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, divorzio, unioni civili, ma non riguarda tutti. Infatti interessa il soggetto più forte sul più debole: nell’aborto vince la madre sul figlio; nell’eutanasia vincono i giudici sui genitori (v. i casi dei piccoli pazienti inglesi prima citati); sempre nell’eutanasia vincono i medici sui pazienti. Uno studio del 2010 ha rivelato che, in Belgio, 248 infermiere – quasi un quinto di tutte le infermiere presenti nel Paese – avevano praticato l’eutanasia e 120 di costoro l’avevano praticato senza il consenso del paziente.

Omologazione. Secondo l’OMS in Europa ci sono 4.290.000 aborti all’anno. E’ la prima causa di morte. Il rapporto di abortività (numero di aborti sul totale dei concepiti) è del 20% (l’Italia si assesta sul 18%). Senza contare tutte le varie pilloline con effetti abortivi che alzerebbero questa percentuale in modo sensibile. L’inverno demografico che colpisce l’Europa trova la sua prima causa nell’aborto. In Europa si assiste in merito alle tempistiche e alle motivazioni che legittimano l’aborto ad una omologazione: un modello a cui attenersi, un format quasi identico per tutti i paesi. Sulla tempistica, in genere, si adotta una disciplina normativa a tre fasi: nel primo trimestre si può abortire sempre, nel secondo trimestre solo per gravi motivi (ma ovviamente i gravi motivi si trovano sempre) e poi l’aborto è vietato se il feto è viabile. I motivi per abortire presenti nelle varie discipline nazionali sono simili: tutela della salute psicofisica della madre, stupro, malformazioni del feto, motivi di carattere socio-economico. Dunque ogni motivazione è valida. 

C’è una progressiva omologazione anche in tema di legittimazione delle relazioni omosessuali. Gli steps nei vari paesi sono stati, più o meno, i seguenti: riconoscimento delle coppie di fatto etero e omo (es Pacs); unioni civili, “matrimonio” omosex. L’approvazione delle unioni civili o dei “matrimoni” omosex a volte ha comportato la scomparsa dei Pacs (Norvegia, Danimarca , Svezia  e Islanda) e il riconoscimento dei “matrimoni” omosex ha comportato la soppressione dell’istituto delle unioni civili.

La tecnocrazia dei giudici. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha richiamato in sentenza in più occasioni l’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, articolo che tutela la vita privata e familiare. L’art. 8 esprime il divieto di ingerenza da parte dello Stato nella vita del singolo e delle famiglie. Nelle mani dei giudici tale articolo si è trasformato nel diritto del singolo di imporre i propri desideri allo Stato e a volte una sorta di immunità da alcuni reati. La Corte europea ravvisa una violazione da parte dello Stato dell’art. 8, sia nelle leggi che nelle sentenze dei giudici nazionali, quando non c’è un corretto bilanciamento tra interessi del singolo e interessi della collettività. Questo bilanciamento viene lasciato alla discrezionalità dello Stato se non c’è consenso europeo sulla materia, altrimenti viene deciso dalla Corte facendosi interprete autentico di cosa vuol dire “consenso europeo”, come è accaduto ad esempio per la legittimazione delle relazioni omosessuali, per la fecondazione artificiale, per l’accesso alla stessa da parte di coppie fertili.

Secondo la Corte, ad esempio, famiglia, ex art. 8, non è solo quella fondata sul matrimonio, ma anche quella di fatto, anche quella “progettata” - ossia il mero desiderio di metter su famiglia è già famiglia - ed ovviamente anche la relazione omosessuale. In merito a quest’ultimo punto, grazie ad una disinvolta interpretazione dell’art. 8, la Corte ha chiesto ai paesi europei non certo di legittimare il matrimonio omosessuale, ma almeno una certa forma di convivenza omosessuale (es. unioni civili, partnership). Sempre appellandosi all’art. 8 si è concesso a coppie gay di adottare un minore (Fretté c. Francia), di attribuire  diritti genitoriali alle coppie omosex (Salgueiro da Silva Mouta c. Portogallo), di riconoscere una filiazione avuta tramite utero in affitto (Mennesson c. Francia), di rendere più agevole il ricorso all’aborto (ABC c. Irlanda, Tysiac c. Poland, R.R. c. Poland: i criteri di accesso rimangono esclusiva del Paese, ma una volta fissati gli Stati li devono rispettare); di permettere la diagnosi preimpianto anche per coppie non sterili, ma portatrici di malattie genetiche (Costa Pavan c. Italia).

La Corte afferma che c’è un diritto al figlio, nonchè alla fecondazione artificiale, ma nega che gli Stati debbano aprire alla fecondazione eterologa, appunto perché non c’è consenso unanime a livello europeo. La Corte si astiene da dire che l’embrione è soggetto di diritto perché sul punto non c’è opinione condivisa negli Stati membri (Vo c. Francia; Evans c. Regno Unito).

La tecnocrazia parlamentare. Al Parlamento europeo esiste l’Intergruppo per i diritti LGBTI al Parlamento europeo che è il più numeroso tra i tutti gli intergruppi. Vi sono moltissime risoluzioni a favore delle rivendicazioni delle lobby LGBT. Citiamo una recente del febbraio 2019 proposta dall’on. Daniele Viotti (PD): chiede alla Commissione europea e agli Stati membri di intervenire per garantire l’integrità fisica, l’autodeterminazione e l’autonomia dei bambini intersessuali, ossia quei bambini che non hanno gonadi ben definite. In particolare si chiede di non intervenire chirurgicamente perché, come spiega Viotti, “l’identità intersessuali devono essere depatologizzate”. Se si decide per l’operazione questa deve essere voluta dal bambino. In tal modo si riconosce validità giuridica al consenso del minore: un passepartout che potrebbe essere usato in futuro per legittimare la pedofilia. Altra risoluzione del febbraio 2019 riguarda le azioni LGBTI per il quinquennio 2019-2024: si chiede che l’agenda LGBT diventi una assoluta priorità per la Commissione europea. Gli obiettivi principali sono: far riconoscere almeno le unioni civili in quei Paesi che non hanno nessun riconoscimento delle convivenze omosessuali; far adottare a tutti i paesi normative per contrastare la cosiddetta omofobia; evitare che per il “cambiamento di sesso” si passi attraverso la sterilizzazione e il consulto psicologico (quindi sì all’autocertificazione). 

In tema di aborto vi sono moltissime risoluzioni sulla cosiddetta salute sessuale e riproduttiva. Buona sintesi dell’orientamento del Parlamento europeo su questa tematica è la risoluzione Tarabella del 2015 che prevedeva l’accesso facilitato all’aborto e alla contraccezione e la riduzione della libertà di obiettare e delle tempistiche per ottenere l’aborto. Molti parlamentari pensano che vietare l’aborto possa riverberare dei danni “sull'indipendenza economica delle donne, sulla fruizione dei servizi sociali da parte delle donne, sull'accesso di queste ultime al processo decisionale e alla partecipazione alla vita pubblica, sulla vulnerabilità delle donne alla violenza maschile, sull'accesso delle donne all'istruzione e sul godimento della vita privata e, pertanto, tali violazioni si ripercuotono sulla società nel suo insieme” (Proposta risoluzione Estrela 2013): l’aborto come panacea dei problemi sociali. 

Nel febbraio di quest’anno è stata presentata una proposta di risoluzione “Sull'attuale regresso dei diritti delle donne e dell'uguaglianza di genere nell'UE” dove si “condanna la reinterpretazione e il riorientamento delle politiche di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità, in atto in taluni Stati membri” (ci si riferisce ad esempio all’Ungheria). Dunque difendere il ruolo della donna come madre e moglie è regresso in tema di diritti. Questo è il futuro che vuole per noi l’Europa.