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El Salvador, le menzogne abortiste sul caso Evelyn

Evelyn Hernández, una donna salvadoregna, dopo essere stata condannata per la morte del bambino che portava nel grembo, è stata assolta: non c’erano prove contro di lei, vittima di uno stupro, che ha spiegato che suo figlio era nato morto. Da mesi gli abortisti sfruttano questa triste vicenda dicendo che nel Paese centroamericano, tuttora pro vita, è punito l’aborto spontaneo: una falsità.

Il suo ordinamento pro vita è da tempo sotto attacco, specie dall’esterno, eppure resiste. Parliamo dello Stato centroamericano di El Salvador, con una tradizione cattolica e circa sei milioni e mezzo di abitanti, ad oggi uno dei pochi Paesi che protegge la vita dei bambini in tutte le fasi, durante e dopo la gravidanza. Ha infatti leggi che puniscono coloro che praticano aborti e infanticidi. Sia il nuovo presidente Nayib Bukele sia la maggioranza dei parlamentari hanno più volte espresso l’impegno a mantenere in vigore le leggi che difendono la vita fin dal concepimento.

A volte si verificano casi giuridicamente incerti, come quando una donna dichiara che il bambino è nato morto. È successo per esempio nella vicenda della salvadoregna Evelyn Hernández, condannata al carcere e poi assolta. Ora che è risolto, il suo caso rischia comunque di diventare il simbolo della lotta per la liberalizzazione dell’aborto in tutta l’ America centro-meridionale.

Dopo la sberla ricevuta un anno fa in Argentina, dove era stata bocciata la depenalizzazione, le abortiste e i filantropi alle loro spalle hanno promosso una nuova strategia per uccidere i concepiti nelle terre cattoliche e cristiane dell’America Latina. I movimenti pro aborto spingono per lottare contro la violenza verso le donne (iniziativa in sé più che condivisibile) e quando la piazza è ‘calda’ lanciano proposte parlamentari per depenalizzare l’aborto in caso di stupro: e talvolta si trovano giudici creativi che, in barba a leggi e costituzioni nazionali, approvano l’aborto in caso di stupro e violenza e… inizia la mattanza. Come hanno ben detto i vescovi messicani a commento di una sentenza emessa in questa direzione nello Stato di Città del Messico, “l’aborto non può essere mai la soluzione che risolva il dramma della violenza contro le donne”.

Torniamo al caso di Evelyn. La donna ha partorito nel 2016 a casa sua e in seguito un parente l'ha portata all'ospedale del comune di Cojutepeque. Il bambino era morto. Un medico ha informato le autorità perché l’aborto è un crimine nel Salvador. Evelyn era rimasta incinta di quel bambino a seguito di uno stupro. La questione era verificare se Evelyn lo avesse ucciso alla nascita o meno. La difesa ha sempre affermato che Evelyn non sapeva nemmeno di essere incinta e che di fatto era divenuta incosciente durante il parto. Un primo processo aveva stabilito che Evelyn aveva causato la morte del bambino. Ma nel 2018 la Corte Suprema del Paese centroamericano ha annullato la sentenza e ha ordinato di ripetere il processo. Un'autopsia eseguita sul bambino (era incinta di 32 settimane) ha stabilito che è morto a causa di “polmonite da aspirazione”. Non è stata dimostrata alcuna azione od omissione della donna contro il bambino.

L'avvocato di Evelyn, Bertha de León, dopo l’assoluzione finale, ha dichiarato che secondo il giudice “non c’era modo di provare il crimine ed è per questo che l’ha assolta”. Sebbene le organizzazioni pro aborto, come riporta Religión en Libertad, desiderino utilizzare il caso per legalizzare l'aborto, l'aborto procurato non ha nulla a che fare con questo caso. È stato un caso - afferma la giustizia - di complicazioni da parto in cui un bambino muore per cause naturali. La legge del Salvador ovviamente non punisce l'aborto spontaneo, ma per mesi molti media hanno battuto sui tamburi di tutto il mondo dicendo che le donne salvadoregne sono imprigionate per aver abortito spontaneamente.

Il Collegio Medico del Salvador ha risposto alla campagna abortista con una propria dichiarazione sin dal 13 aprile 2018, chiedendo di “smantellare la campagna di disinformazione dei media” a favore dell'aborto. Il Collegio Medico ha ricordato ciò che la scienza medica insegna: “L’inizio della vita umana è una realtà scientificamente provata, la materia non è metafisica, filosofica o ideologica, il fondamento è biologico. Un medico dovrebbe fare tutto il possibile per salvare la vita di entrambi [madre e bambino, ndr], non dovrebbe mai tentare la morte diretta di nessuno di loro". E ha aggiunto: “Non vi è alcuna indicazione tecnica per determinare che un aborto sia terapeutico”. Il Collegio Medico ha ricordato che nella Costituzione salvadoregna l’essere umano, fin dal suo concepimento, “è soggetto al diritto assoluto di vita, che è tutelato costituzionalmente”.

Ora, nel 2019, con la medicina moderna che consente cure prenatali inimmaginabili all’epoca in cui molti Paesi - negli anni Sessanta e Settanta - legalizzarono l’aborto, il Collegio Medico esorta i medici a non partecipare alla soppressione dei bambini nel grembo materno: “Medicina, Etica e Legge devono essere unite, poiché cercano lo stesso scopo: la promozione del rispetto della vita umana e dei diritti fondamentali, salvaguardando i valori contenuti in una relazione interpersonale tra donne con gravidanza complessa, embrione e medico; e devono sempre assicurare i diritti dei più vulnerabili, delle donne e dell'embrione, senza dimenticare i doveri di tutti nei loro confronti”.

Evelyn adesso è libera e giustizia è fatta, a conferma che entrambe le vite, quella del concepito e della madre, sono al centro della cura e dell’attenzione di leggi, medici e società nel Salvador. Nonostante le pressioni delle organizzazioni internazionali pro aborto, c’è ancora vita in America Latina.