• UN ANNO DI MORSI

Egitto in rivolta, si ricomincia

Clima tesissimo alla vigilia della grande manifestazione convocata per domenica al Cairo per chiedere le dimissioni del presidente Morsi, che in tv attacca tutti. Ora dipenderà dall'atteggiamento dell'esercito, ma intanto cresce la violenza.

Manifestante anti-Morsi

Riaffiora sempre come una sorta di torrente carsico l’Egitto: il Paese che con le manifestazioni in piazza Tahrir è stato il grande simbolo delle rivolte del 2011, scompare regolarmente dall’agenda dei media; salvo poi riaffiorare all’improvviso,  a ricordarci che il dopo-Mubarak anche lì è tutt’altro che una questione chiusa.

Il presidente islamista Mohammed Morsi compie in queste ore un anno dal suo insediamento, ma è un compleanno tutt’altro che tranquillo il suo. Si respira infatti grande tensione al Cairo alla vigilia dell’annunciata manifestazione di domenica del movimento Tamarud («ribellione») che da due mesi sta promuovendo una raccolta di firme per chiedere le dimissioni di Morsi. Sostengono che siano già 15 milioni gli egiziani che hanno firmato l’appello, vale a dire più di quelli che un anno fa votarono alla presidenza l’esponente dei Fratelli musulmani. Così domenica porteranno queste firme simbolicamente in piazza insieme a una «roadmap» che prevederebbe la nomina di un nuovo governo di transizione, lo scioglimento della Shura (il parlamento dominato dagli islamisti) e l’indizione di nuove elezioni politiche e presidenziali da tenersi tra sei mesi.

Come facilmente intuibile Morsi non ne vuole sapere. E così l’altra sera ha risposto con un discorso fiume di due ore e mezzo alla tv durante il quale si è scagliato nell’ordine contro: i terroristi che sobillano la piazza contro di lui, gli ex collaboratori di Mubarak che mettono i bastoni tra le ruote al suo meraviglioso governo, gli editori dei media indipendenti che non sono altro che evasori fiscali. In mezzo a tutto questo ha provato a mostrare anche il volto conciliante, il presidente egiziano, rilanciando l’idea di un «comitato di riconciliazione nazionale» comprendente tutti i partiti politici, l’università di al Ahzar, la Chiesa copta, le ong, per appianare le divergenze e discutere le modifiche richieste alla nuova Costituzione (quella che peraltro gli islamisti hanno approvato a novembre con un colpo di mano, dopo che tutti gli altri se n’erano andati per protesta di fronte al tentativo strisciante di inserire ulteriori elementi di islamizzazione forzata nella società).

Ha poi strizzato l’occhio ai giovani, promettendo di dare loro più spazio in tutti i ministeri e governatorati. E ai cittadini che constatano il disastro economico in cui si trova il Paese dalle code alle pompe di benzina in cui scarseggia il carburante, ha dato la classica risposta del governante in difficoltà: ha promesso di far saltare teste (altrui) e di usare la mano pesante con i gestori degli impianti che speculano su questo problema.

Tanto poi per chiarire come stanno le cose ha chiuso la sua interminabile filippica invocando Dio affinché lo aiuti «a superare i problemi e gli infedeli». Nel frattempo in diverse zone dell’Egitto erano già scoppiati i primi scontri tra i sostenitori di Morsi e l’opposizione, con due morti e circa duecento feriti. E tutti temono che possa essere solo l’antipasto rispetto a quanto accadrà domenica. Con l’ambasciata americana - per esempio - che ha già annunciato la chiusura degli uffici e ha sconsigliato i suoi cittadini ad andare in giro per le strade del Cairo.

In sintesi: siamo alla replica delle giornate vissute nello scorso mese di dicembre, quando la folla degli oppositori di Morsi al Cairo arrivò a stringere d’assedio il palazzo presidenziale. Come allora - e come sempre in Egitto - tutto dipenderà dall’atteggiamento che terrà l’esercito. Non a caso il suo capo di Stato maggiore Abdul Fatah Al-Sisi - nominato l’anno scorso dal presidente islamista al posto del generale Tantawi, che aveva guidato il Paese subito dopo l’uscita di scena di Mubarak - è stato ripreso in prima fila mentre ascoltava il discorso fiume di Morsi. Ma è comunque evidente il malcontento dei militari per un presidente sempre più impopolare al Cairo (il referendum di dicembre lo ha vinto solo grazie ai voti dell’Alto Egitto) e con un Paese economicamente sempre più legato a filo doppio al Golfo Persico.

Anche perché le tensioni interne si fanno sempre più violente. Non bastasse la propaganda dei salafiti contro i copti adesso - complice la guerra in Siria - in Egitto è esplosa anche la questione degli sciiti, che sono una minoranza significativa nel Paese. Proprio domenica scorsa c’è stato un episodio molto grave: un villaggio sciita è stato assaltato da una folla istigata dal predicatore di turno in nome della guerra a Damasco: il risultato è che quattro persone sono state linciate. Nelle sue due ore e mezza di discorso l’altra sera di questo Morsi non ha trovato il tempo per parlare. Un altro segnale molto preoccupante dell’aria che tira davvero oggi in Egitto.