• RECESSIONE

È l'inverno dell'economia. E la primavera è lontana

Mancanza di investimenti e crescita del divario tra Nord e Sud sono le cause strutturali della recessione attuale e che ha radici lontane. Ma le misure simbolo di questo governo - reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni - potranno avere un impatto limitato nel correggere il trend.

E’ arrivata la recessione. Gli esperti dicono che è una recessione “tecnica”: si chiama così quando si registrano due trimestri consecutivi di diminuzione del prodotto interno lordo. E così è avvenuto nel terzo e quarto trimestre del 2018. Di fatto l’economia italiana soffre da tempo con una crescita che è sempre stata negli ultimi vent’anni inferiore a quella media degli altri paesi europei. Quindi sarebbe ingeneroso dare tutta la colpa della crisi a chi ha vinto le elezioni nel marzo scorso e da maggio guida il governo del paese. Ma non bisogna nascondere che negli ultimi mesi sono stati accentuati i fattori negativi, si sono create nuove rigidità, è stata fatta diminuire la fiducia nell’Italia.

Possiamo guardare alla fotografia della situazione italiana nell’ultimo rapporto sull’economia globale curato da Mario Deaglio e realizzato dal Centro Einaudi. “Se si cercano le cause della ripresa incompiuta – vi si afferma – si possono citare due argomenti: il primo è l’insufficiente investimento, il secondo è l’allargamento del divario tra Nord e Sud.”

La mancanza di investimenti ha molte ragioni. Si va dai freni alla spesa pubblica, soprattutto per quanto riguarda la infrastrutture, ai vincoli amministrativi, in particolare per i controlli, i permessi, i tempi lunghi sugli appalti. C’è poi il fattore importante della fiducia: si investe, sia dall’interno che dall’estero, quando vi sono prospettive positive o almeno di stabilità e di certezza del diritto. Ebbene se i problemi di questo tipo vengono da lontano bisogna rilevare che il governo attuale ha congelato molti interventi, il principale è il tunnel di base del Frejus che sarebbe peraltro finanziato anche con fondi europei, ha imposto nuove regole sul fronte del lavoro, non ha certo contribuito ad aumentare la fiducia dall’estero come dimostra il livello più alto del passato dei tassi di interesse (il fatidico spread).

Sul fronte dei rapporti Nord Sud il rapporto anticipa i risultati di una ricerca sulla libertà economica in cui evidenzia come nei campi economici-sociali (libertà, legalità, competitività) il divario sia non solo particolarmente elevato, ma in ulteriore preoccupante crescita. “Le dimensioni qualitative dello sviluppo – afferma il rapporto – se a lungo trascurate, producono effetti reali, che vanno dall’emigrazione dei ceti produttivi all’aumento della domanda di sussidi e benefici pubblici: due tendenze che sono ben visibili nel Mezzogiorno italiano nel 2018”.

A questo punto ci si può chiedere se le due misure bandiera del Governo, il reddito di cittadinanza e la quota 100 per le pensioni, potranno veramente avere effetti espansivi capaci di invertire la tendenza di rallentamento dell’economia. C’è da augurarselo. Ma qualche dubbio appare lecito innanzitutto perché non si vede alcun rilancio degli investimenti anche perché le due misure hanno ristretto i margini di manovra della spesa pubblica. E d’altra parte per il Sud non ci sono che interventi di tipo assistenziale, quasi paternalistico, che difficilmente possono sbloccare la situazione.

Da parte del Governo si afferma che quota 100 libererà molti posti di lavoro che potranno essere occupati dai giovani e che il reddito di cittadinanza stimolerà i consumi e potrà avere un effetto positivo anche sul pil. Affermazioni senza dubbio vere e fondate: il problema è “quanto”. In una fase come l’attuale di profondo cambiamento tecnologico è più che probabile che non solo le aziende private, ma anche parte del settore pubblico, approfitti degli esodi per ristrutturare i modelli organizzati riducendo i costi e quindi i posti di lavoro. Allo stesso modo il reddito di cittadinanza spingerà certamente i consumi, ma si calcola che tra il 30 e 40 per cento si tratterà di consumi di prodotti importati e quindi almeno per un terzo sarà una misura che creerà occupazione all’estero.

Peraltro la fretta di varare il provvedimento prima delle elezioni europee di fine maggio e la volontà di fare qualcosa di nuovo per affermare il cambiamento ha di fatto bloccato quel reddito di inclusione che era già stato avviato, che aveva trovato un percorso di attuazione e che poteva facilmente essere potenziato con maggiori risorse e un più costruttivo rapporto con i centri per l’impiego.

Date queste premesse una primavera dell’economia appare abbastanza lontana.