• IL NODO ECONOMIA

E adesso per Salvini & Di Maio arriva la prova dei mercati

Ora per il Governo si apre la prova della realtà. I rischi non mancano sia per l’arroganza dei leader a cui si associa l’inesperienza e talvolta l’incompetenza di molti membri del nuovo Governo, sia per le distanze di fatto esistenti tra le due forze della coalizione.

Per essere il Governo del cambiamento bisogna dire che è partito confermando questa definizione: cambiando strategie da un giorno all’altro, modificando gli accordi alla prima polemica, alternando toni minacciosi a pacati inviti alla collaborazione.

Nato dal grande ribaltone delle elezioni del 4 marzo, elezioni che hanno punito i partiti tradizionali e in particolare Pd e Forza Italia, il Governo è presieduto da Giuseppe Conte, un tranquillo professore di diritto, scelto non si sa come dopo che per mesi i due partiti della coalizione avevano tuonato contro gli incarichi politici consegnati ai “non eletti”. È un altro “non eletto”, Paolo Savona è stato la causa dell’avvitarsi su stessa di una crisi che per alcuni giorni  è sembrata senza vie d’uscita.

Una parte importante della crisi l’hanno avuta i mercati finanziari. Quello che non si era verificato immediatamente dopo le elezioni, nonostante un risultato che non garantiva certo la stabilità, è avvenuto non appena si sono arenate le possibilità di dare un governo politicamente solido al Paese. In pochi giorni la Borsa valori ha perso quasi il 10%, penalizzando in particolare i titoli bancari, e il differenziale tra i tassi sui titoli di Stato Italiani e quelli tedeschi, quello che viene chiamato lo spread, è passato da meno di 150 a oltre 300 punti, portando in alto tutti i tassi di interesse.

Il problema alla base di questo nervosismo è stata la sostenibilità del debito pubblico: 2300 miliardi di euro su cui lo Stato paga ogni anno dai 60 agli 80 miliardi di interessi. Al debito pubblico corrisponde infatti un credito privato posseduto sia dalle istituzioni finanziarie, come le banche e i fondi di investimento, sia direttamente dai cittadini con l’investimento in titoli di Strato considerato tradizionalmente tra le più sicure forme di risparmio. Ebbene il rischio che in nuovo Governo potesse imboccare una strada potenzialmente capace di fare uscire l’Italia dall’euro ha creato qualche paura e molte preoccupazioni. Il ritorno alla lira equivarrebbe infatti ad un taglio netto del valore dei risparmi, ad un aumento dei prezzi per i beni importati, ad un isolamento internazionale con effetti catastrofici su di un’economia che ha nelle esportazioni il suo punto di forza.

Ma di fronte a questa tempesta finanziaria è rimbalzato più volte lo slogan secondo cui la politica non deve essere sottomessa ai mercati perchè le scelte del popolo non possono dipendere dalla speculazione guidata dai poteri forti, quasi sempre occulti, della finanza mondiale.

Il popolo e i mercati sono tuttavia realmente due realtà diverse e separate che possono viaggiare su binari paralleli senza incontrarsi? Forse bisognerebbe ricordare che ogni mercato, quindi anche quello finanziario, è una realtà che si muove giorno dopo giorno sulla base delle scelte libere e spesso emotive di tutti i soggetti economici e quindi in primo luogo dei cittadini che sono nello stesso tempo lavoratori, consumatori e risparmiatori. Gli stessi che votano con la ragione o il cuore nelle elezioni politiche, votano poi con il portafoglio nelle scelte economiche e finanziarie di tutti i giorni.

Non si può negare che esista la speculazione dei cosiddetti poteri forti, ma ogni speculazione deve comunque trovare un terreno favorevole per svilupparsi. E il terreno favorevole è stato negli ultimi giorni un crollo della fiducia con il rischio che un nuovo Governo potesse,  come detto,  far uscire l’Italia dalla moneta unica europea ritornando a quella lira che può essere ricordata per le continue svalutazioni che l’avevano portata, alla fine del secolo scorso, ad avere uno dei valori nominali più piccoli del mondo.

Ora per il Governo si apre la prova della realtà. I rischi non mancano sia per l’arroganza dei leader a cui si associa l’inesperienza e talvolta l’incompetenza di molti membri del nuovo Governo, sia per le distanze di fatto esistenti tra le due forze della coalizione, distanze che il contratto che ha preceduto la formazione del Governo non ha certo abolito. Anzi proprio quel contratto, basato su ipotesi di spesa incompatibili con la stabilità finanziaria, rischia di essere un’occasione di scontro e di avvio di una nuova campagna elettorale.

In questa prospettiva con un altro rischio, quello che le elezioni europee della primavera prossima, elezioni in cui si voterà con un sistema strettamente proporzionale, aprano la strada non tanto alla pur probabile rottura della coalizione di governo, quanto alla volontà di addossare all’Europa tutte le colpe delle difficoltà italiane riaprendo così le porte a nuove crisi finanziarie.

Per l’Italia il rischio di farsi del male da sola non sembra diminuire.