• MANTOVA

Divorziati "risposati", via libera alla comunione d'ufficio

La "furbata" della diocesi di Mantova: dà il via libera a un "cammino ecclesiale" per i divorziati in seconda unione che preveda anche la concessione, in alcuni casi, della comunione. Ma dalle indicazioni si capisce che in realtà il percorso dovrà avere sempre esito positivo. Nessuna traccia di pentimento, proposito di cambiare vita, castità nè definizione di adulterio. L'unico testo preso a riferimeto è il capitolo VIII di Amoris Laetitia. Per accedere ai sacramenti basta seguire un protocollo in quattro tappe. E se insorgono ostacoli il vescovo li supererà. 

Immaginate che domenica prossima, andando a Messa, sentiate tra gli inopportuni e barbosi annunci sistematicamente dati dopo la S. Comunione una cosa di questo tipo: “Comunichiamo a tutta la comunità la decisione del nostro Vescovo: a partire dal nuovo anno, la celebrazione dei matrimoni dovrà osservare la seguente normativa approvata dal Consiglio Presbiterale e dall’Ufficio per la pastorale familiare della diocesi. Il contratto matrimoniale potrà essere stipulato solo a tempo determinato; i contraenti saranno tenuti a rinnovare il contratto ogni cinque anni; in caso di mancato rinnovo, sul registro parrocchiale verrà annotato lo scioglimento del vincolo e i contraenti saranno automaticamente liberi di contrarre un’altra unione, purché sia sempre a tempo determinato”. Tipo una riforma Di Maio al contrario… Come minimo, penso, vi verrebbe un colpo apoplettico, o più comunemente “coccolone”.

Forse c'è un po’ troppa enfasi, ma più o meno è quello che devono aver provato i fedeli della diocesi di Mantova la prima Domenica di Avvento. Il loro Vescovo, Mons. Gianmarco Busca, nominato il 3 giugno 2016 da papa Francesco, il 30 novembre scorso ha scritto una lettera a tutti i fedeli per l’inizio del nuovo anno liturgico della Chiesa, nella quale si dà questo annuncio: “Da oggi i fedeli divorziati e risposati, o che comunque vivono una seconda relazione in modo stabile, possono intraprendere un cammino ecclesiale di riconciliazione, che, in alcuni casi, potrà sfociare nella possibilità di accedere al sacramento della penitenza e alla comunione eucaristica. Le indicazioni diocesane per questo cammino sono contenute in un piccolo documento che è già disponibile in tutte le parrocchie”, e che abbiamo trovato sul sito della diocesi.

Senza voler mancare di rispetto a nessuno, di fronte ad un annuncio così, l’alternativa da capire è se ci si trovi di fronte ad una barzelletta, ad una lettera scritta da qualcuno che non conosce nemmeno l’ABC del catechismo, oppure ad un furbone. Che significa che “da oggi i fedeli divorziati e risposati possono intraprendere un cammino ecclesiale di riconciliazione”? Ma perché, in diocesi di Mantova prima questi fedeli non si potevano riconciliare con la Chiesa? E non lo potevano fare tramite il sacramento della penitenza, che non è mai un atto individuale del penitente, anche se si trova da solo con il sacerdote? E in tal modo non potevano accedere all’Eucaristia? Se sì, ma allora, che senso ha un avviso del genere?

Basta vedere il volantino. “Cammino ecclesiale” è ormai sinonimo di strane strategie pastorali partorite da menti contorte… Nel nostro caso si tratta di un cammino in quattro tappe, con due parole chiave, dice il Vescovo: discernimento e misericordia. E’ la strada della pastorale dei protocolli, accade da un po’ di anni quando si va dal dottore: una volta il medico ti visitava, cercava di capire come mangi, come dormi, come vivi, e prima di indicarti l’assunzione di un farmaco, provava anche con i rimedi della nonna, che tanto stupidi non erano. Adesso segue i protocolli...

Dunque, il protocollo prevede una prima tappa con un sacerdote o un laico preparato, il quale “dopo aver ascoltato e compreso la situazione e percepito una sensibilità di fondo ad una revisione di vita, presenta al fedele la proposta diocesana”, cioè lo spedisce ad uno dei sacerdoti presenti nell’elenco sul volantino e preparato dal Vescovo. Una specie di triage.

Seconda tappa: il sacerdote incaricato e solo lui, deve fare tre cose. Verificare se sia possibile percorre la strada della nullità del matrimonio. Poi verificare e incentivare l’osservanza dei doveri civili e di quelli derivanti dalla precedente relazione; nessun accenno all’osservanza dei doveri religiosi legati al matrimonio contratto. Va bè, tanto Dio è misericordioso... Infine preparare un percorso personalizzato di preghiera, opere di carità, etc.

Terza tappa: “E' coerente ed auspicabile che, a un certo punto, il prete incaricato del percorso e il fedele giungano alla persuasione che il cammino è stato positivo”. Per la serie: il protocollo in ogni caso dev’essere percepito come positivo. Dunque, questo percorso-per-forza-di-cose-positivo, prevede l’invio al parroco di competenza, il quale pare debba ratificare l’esito del discernimento, assolvendo il fedele ed ammettendolo all’Eucaristia.

E’ anche possibile che “il percorso penitenziale possa arrivare a configurare un discernimento che suggerisce prudentemente al fedele di non accostarsi ai sacramenti”. Qui non è dato sapere se sia il parroco o il sacerdote incaricato a dire che non è il caso, o meglio, secondo il verbo curialese, a comunicare che il discernimento è andato configurandosi in una direzione che non consiglia prudentemente l’accesso ai sacramenti… Come in ogni protocollo, la tappa tre prevede anche che nel database si infilino dei file che bloccano il sistema: in questo caso il sacerdote incaricato può rivolgersi al tecnico, cioè “il Vescovo o un suo incaricato che lo aiuti a sbloccare le difficoltà che avverte”.

La quarta e ultima tappa prevede l’accoglienza della comunità, che deve però rispettare la riservatezza, e soprattutto la “catechesi ordinaria” nella quale sia “presentata e globalmente conosciuta l’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, il suo spirito e la sua applicazione diocesana”.

Non c’è traccia della necessità di pentimento con il proposito di non peccare più; non c’è traccia del fatto che i rapporti extraconiugali, quale che sia la motivazione, sono rapporti adulteri; non c’è traccia della necessità di vivere come fratello e sorella. E non c’è traccia di catechesi sul matrimonio alla luce della bimillenaria tradizione della Chiesa e del Catechismo, ma solo di Amoris Laetitia.

Allora adesso è chiaro perché solo “da oggi i fedeli divorziati e risposati possono intraprendere un cammino ecclesiale di riconciliazione”. Perché “cammino ecclesiale” significa ormai ottemperanza di pratiche burocratiche, uffici, commissioni, protocolli da seguire, operatori. E’ la Chiesa che si adegua al mondo: oggi, per uno Stato, il problema non è se si possa uccidere o meno un innocente, ma se lo si faccia seguendo la normativa vigente. Se gli spari, magari perché ti è entrato in casa per rubare e lo ammazzi ti arrestano, ma se gli togli da mangiare e da bere in un letto di ospedale, seguendo i protocolli, puoi stare tranquillo.

E così per l’adulterio: se l’adulterio non diventa stabile e non segui il protocollo ecclesiale, col piffero che puoi accedere ai sacramenti! Ma se invece prometti fedeltà nell’adulterio, e percorri tutte le tappe per benino, allora sei riconciliato con la Chiesa. E quindi anche con nostro Signore, al quale, a quanto pare, non resta che ratificare il corretto adempimento del protocollo pastorale.