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Così si consegna l'Africa ai jihadisti

Malgrado la decisione presa non c'è traccia delle operazioni militari internazionali per riprendere il controllo del nord del Mali, ora sotto il dominio dei fondamentlisti islamici. E i qaedisti si rafforzano ed espandono le operazioni in Africa. Gli imbarazzi della Francia e dell'Europa.

Islamisti in Mali

Occidentali e africani perdono tempo e i jihadisti ne approfittano. Dopo mesi di annunci e via libera internazionali non c’è ancora nessuna traccia delle operazioni militari che dovrebbero cacciare le milizie di al-Qa'ida nel Maghreb Islamico (AQMI) dall’Azawad, la regione settentrionale del Malì (un territorio in gran parte desertico grande quanto la Francia) espugnata lo scorso marzo dai jihadisti che hanno imposto la sharia alla popolazione.

Il 20 dicembre il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità l'invio nel Mali di 3.300 militari africani in supporto dell'esercito locale per riconquistare il nord del Paese. A quanto sembra però le operazioni non prenderanno il via prima del settembre prossimo come aveva già anticipato Romano Prodi, inviato speciale dell'Onu per il Sahel. "Abbiamo fiducia" nell'intervento militare di una forza africana contro i gruppi islamici radicali che controllano il nord del Mali e "stiamo lavorando perché al più presto siano soddisfatte le condizioni" perché ciò accada aveva detto il 27 dicembre il nuovo primo ministro del Mali, Diango Cissoko, dopo l'incontro con il presidente ivoriano Alassane Outtara, il quale attualmente è anche presidente di turno dell'Ecowas, l'organizzazione economica dei Paesi dell'Africa occidentale che dovrebbe fornire le truppe per la campagna militare.

A complicare le cose intervengono numerosi fattori politici, economici e militari. Il blitz dei militari del capitano Sanogo, che ha costretto alle dimissioni il premier Cheik Modibo Diarra facendo precipitare il paese nel caos istituzionale, è stato considerato a Washington un segnale pericoloso per la stabilità del Malì. Sanogo, autodefinitosi il “De Gaulle del Malì” guida una parte  dell’esercito, circa 5 mila uomini male armate e peggio addestrati, e sembra favorevole a negoziare con i jihadisti  o almeno con parte di essi più che a scatenare un’operazione militare per riconquistare il nord. Una guerra per la quale, quando arriveranno le truppe africane, saranno disponibili circa 6/7 mila militari  che dovranno muoversi e combattere in un territorio vastissimo contro un nemico esperto di guerriglia nel deserto.

Difficile comprendere chi fornirà il supporto logistico necessario ad alimentare l’esercito panafricano nel nord del Malì ma più il tempo passa e più i jihadisti si rafforzano. A inizio dicembre il generale Carter Ham, responsabile dell’Africa Command, il comando americano per l'Africa, disse che il Nord del Mali sta diventando un “porto sicuro” per terroristi islamici e per il crimine organizzato, ed è la base da dove AQMI espande i suoi tentacoli, in particolare verso la Nigeria. L’operazione militare internazionale, disse Ham. ''deve avere successo, non può essere lanciata in maniera affrettata''. C'è sempre più, ha affermato, ''l'impellente necessità che la comunità internazionale, guidata dagli africani, faccia fronte" al problema e Washington punta alla messa a punto di un contingente africano simile a quello che sta sconfiggendo i quaedisti del movimento Shabhab in Somalia con l’appoggio logistico e strategico di Washington e dell’Occidente che si limiterebbero però a mettere in campo denaro, aerei da trasporto, droni per la ricognizione e l’intelligence ed eventualmente forze speciali per incursioni mirate. Il generale Ham ha ammonito che qualsiasi intervento militare condotto ora, senza un preparazione adeguata, rischierebbe di fallire, e allora la situazione diventerebbe ancora più difficile e ''anche peggio di com'è oggi''.

Ma se sul piano militare l’attacco al nord segna il passo sul fronte politico il tentativo di negoziare con i tuareg per isolare al-Qa'ida non sembra al momento dare i frutti sperati. Ansar Dine, uno dei gruppi estremisti islamici che occupa il nord del Mali, ha ritirato l'offerta avanzata a fine dicembre per uno stop alle ostilità e l’avvio di negoziati. Il capo del gruppo, Iyad Ag Ghaly, accusa il governo maliano di non aver preso in seria considerazione l'offerta, e anzi di "reclutare mercenari per opprimere" la popolazione del Nord, in vista dell'intervento militare internazionale. La voce sull’arruolamento di mercenari per anticipare i tempi dell’operazione militare panafricana è in circolazione da mesi e fonti algerine attribuirono alla Francia il piano (e il denaro) per arruolare mercenari anti-qaedisti in tutta l’Africa.

Il ministro francese della Difesa, Jean-Yves Le Drian, stima che l'intervento militare della forza africana per cacciare gli integralisti islamici nel nord del Mali possa svilupparsi entro giugno e che “Francia e gli Stati Uniti apporteranno alla coalizione africana un sostegno nel contesto della logistica, dell'osservazione e della formazione''. Parigi sembra però muoversi con molta lentezza almeno rispetto agli interventi attuati negli anni scorsi nelle sue ex colonie africane. E’ vero che la Francia deve fare i conti anche con la crisi in Repubblica Centrafricana, dove i ribelli che si battono contro il presidente Francois Bozizé sono giunti alle porte della capitale. Ma è passato quasi un anno dall’invasione qaedista del nord del Malì e l’immobilismo dell’Occidente e dei Paesi vicini non è certo privo di ambiguità.

Il supporto diretto fornito ai miliziani islamici da organizzazione islamiche del Qatar mette in imbarazzo Parigi e tutta l’Europa, da anni in ginocchio di fronte all’emiro al-Thani per supplicare investimenti dei fondi sovrani di Doha. In ottobre il settimanale satirico Le Canard Enchaine rese noto che i militari e l’intelligence francesi avevano informato l’Eliseo che “organizzazioni non governative del Qatar finanziano i gruppi jihadisti nel nord del Mali, attraverso una banca islamica”  con la speranza di convincere Francois Hollande a “pretendere che il Qatar consacri i suoi petrodollari a migliori cause”.

Anche l’Algeria, fin dagli anni ’90 in prima linea nella guerra agli estremisti islamici, gioca in sordina nella crisi del Malì e punta al negoziato con i qaedisti. Algeri ha le sue buone ragioni: da quando AQMI controlla il nord del Malì le sue milizie sono quasi scomparse dal sud algerino. Il tergiversare della comunità internazionale sembra dare i suoi frutti a tutto vantaggio dei jihadisti. Giovedì scorso è stato segnalato un convoglio di un centinaio di veicoli carichi di armi partito da Timbuktu e diretto verso Mopti, città del centro-nord ancora sotto il controllo del governo maliano. A bordo vi sono circa 500 miliziani di al-Qa'ida e salafiti del gruppo Ansar Eddine guidati dal loro leader militare, Omar Hamaha, che pare abbiano il compito di espandere il territorio maliano sotto il controllo islamista.